Angela Velenosi, una storia di successo e tenacia
Racconti dalle delegazioni
13 gennaio 2026
Ospite della delegazione AIS di Lecco-Como, la produttrice marchigiana ha raccontato il suo percorso con una degustazione di grande profondità, guidata dalla sommelier e giornalista Sara Missaglia.
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Octavia Spencer è un’attrice americana di successo, protagonista di decine di film e serie TV che l’hanno consacrata, con un Oscar nel 2011 come attrice non protagonista nel film “The Help”, nell’olimpo delle celebrità hollywoodiane. Nel 2020 si è cimentata con l’interpretazione di una delle figure forse più significative della storia recente americana, Madame C.J. Walker, definita la “self-made woman”. Nata nella Louisiana a fine ‘800, Sarah Breedlove (questo il suo vero nome), da figlia di schiavi divenne imprenditrice di successo credendo fortemente nelle sue capacità, con tenacità e caparbietà.
La storia di Angela Velenosi, aldilà del periodo storico e del contesto evidentemente differenti, per certi versi ha molto in comune con quella dell’eroina americana. La sua voce, inizialmente rotta dall’emozione di «parlare ad un pubblico così importante», fa eco alla presentazione di Sara Missaglia che introduce la serata e i protagonisti, anzi le protagoniste, rimandando più volte a personaggi letterari o mitologici di spicco, rigorosamente femminili. D’altronde è una serata tutta al femminile!
Angela racconta la storia «di un ragazzo e di una ragazza» poco più che ventenni, che decidono, nel 1984, di entrare nel mondo dell’agricoltura «da zero»: nessuna esperienza pregressa, alcun percorso di studi nel settore, possibilità economiche limitate e un territorio pressoché sconosciuto. «A questo punto uno dice: ma chi te l’ha fatto fare?» racconta Angela. «Quando si è giovani decidi di fare qualcosa di tuo. Onestamente, ti stai buttando da un dirupo e speri che, cadendo, non ti farai poi tanto male».
Con un terreno di 5 ettari in affitto e una cantina da costruire, si sono rivelati preziosi sia i contributi del settore agricolo che la voglia di arrivare, di raggiungere un obiettivo, di poter costruire casa propria, il proprio mondo, a tutto tondo, a costo di sacrificare tutto per la riuscita del progetto “Velenosi”.
«Sono stata fortunata? Sì, perché poteva andare storta ogni cosa, in ogni istante. Sono stata tenace? Sì, tanto. Ho lavorato tantissimo. Ho trascurato la famiglia e i figli? Sì, non è vero che si può fare l’imprenditrice, la moglie, la mamma» continua Angela che parla dei suoi figli, Matteo e Marianna, confessando di essere stata particolarmente fortunata poiché entrambi, nonostante percorsi professionali differenti, oggi sono parte fondamentale dell’azienda: Matteo, agronomo, enologo e chimico e Marianna, presente in sala, responsabile amministrativa. Traspare un rapporto viscerale, quasi simbiotico, in cui madre e figlia si completano: Marianna, la testa, con la sua precisione matematica e Angela, il cuore, con il suo approccio emotivo. «Loro mi hanno dato soddisfazione, più di quanta io ne abbia data a loro».
Teatro di questa avventura, le Marche, una regione che Angela non fatica a definire «un gioiellino», un territorio spesso solo di passaggio ma che «racchiude un po’ tutto dell’Italia», non solo dal punto di vista geografico, ma soprattutto da quello storico. La regione infatti, affonda le sue radici in un periodo storico precedente a quello dei Romani, quando nell’Italia centrale i Piceni erano i padroni di casa, un popolo forte, orgoglioso. Con una costa di 180 km, le Marche sono caratterizzate da un territorio prevalentemente collinare, solo per il 30% montuoso, condizione ideale per lo sviluppo della viticoltura che parte da altitudini minime di 250 metri e si spinge fino ai 700.
Con tenute nei comuni di Ascoli Piceno, Castorano, Monsampolo del Tronto e Castel di Lama, l’azienda annovera anche un possedimento nella zona di San Marcello, tra i Castelli di Jesi, dove si coltiva il lacrima e uno ad Ancarano, nel teramano, dove si producono i vini abruzzesi a denominazione della linea “Prope” (dal latino “vicino”).
La degustazione
Gran Cuvée Metodo Classico 2013
70% chardonnay, 30% pinot nero – 12,5% vol, sboccatura ottobre 2024. Zona di produzione: Ascoli Piceno
Una doppia scommessa per l’azienda, sia perché prodotto con uve internazionali, assolutamente non convenzionali per il territorio marchigiano, sia per la prolungata sosta sui lieviti.
L’incoscienza giovanile, la voglia di provare a vinificare il pinot nero e l’esperienza a Epernay per cogliere i segreti della spumantizzazione dello champagne hanno spinto Angela e Ercole a provare a produrre bollicine e, dopo due anni di insuccessi, grazie anche all’aiuto dell’enologo franciacortino Cesare Ferrari, il progetto ha visto finalmente la luce.
Si presenta brillante nel calice, di un colore giallo paglierino carico illuminato da un perlage cremoso, persistente con numerose bollicine fini, preambolo di un vino di grande eleganza.
Al naso dona una sensazione di grande freschezza apre ad un naso decisamente floreale di sambuco e acacia, sbuffi agrumati di pompelmo e cedro ed erbe aromatiche di maggiorana e timo. Una vena sapida fa capolino, una sorta di brezza marina che ci ricorda che non siamo lontani dal mare.
Al palato è fresco e tridimensionale, pervade la bocca con la sua delicata ma vivace acidità supportata da una nettante effervescenza accompagnate da aromi burrosi e cremosi. Sorso corposo, lungo, perfetta sinfonia di chardonnay e pinot nero, chiude piacevolmente sapido.
Curiosità: con una produzione di appena 720 bottiglie, rappresenta un prodotto che racconta il territorio con un linguaggio internazionale e lo fa nel migliore dei modi. Particolare l’etichetta che richiama la preziosa e rara arte del tombolo, tipica di Offida.
Falerio Pecorino DOC Montagna 2024
100% pecorino – 15% vol. Zona di produzione: comune di Arquata del Tronto ad un’altitudine di 700 mslm. Vinificazione e affinamento: Solo acciaio
Degustato in anteprima, questo vino rappresenta un ritorno alle origini, un omaggio al DNA puro di un vitigno diffidente ma di grande generosità. «Se devo descrivere un amore, io lo descriverei come quello che provo per il pecorino, ma non è stato un amore a prima vista, non ci siamo innamorati subito. Sono un po’ quagli amori che fanno di tutto per non piacerti. Il marchigiano è chiuso, prima che ti apra casa, lui ti studia. E il pecorino è così, è un vitigno che devi imparare a conoscere».
Si veste di un giallo paglierino intenso e luminoso, caratterizzato da una buona consistenza che preannuncia una componente alcolica importante. Al naso ha grande intensità, questo vino ci porta in quota con profumi di fiori bianchi ed erbe di montagna, sensazioni verdi di clorofilla, mela granny smith, pesca bianca croccante, erbe aromatiche ed officinali e, ancora una volta, sbuffi salini ed agrumati, quasi talcati, preambolo di una grande freschezza gustativa. Al palato la freschezza vivida si intreccia con la morbidezza, quasi glicerica, calda, avvolgente in un sorso deciso, fermo, chiaro, pieno.
Offida Pecorino DOCG Rêve 2023
100% pecorino – 13% vol. Zona di produzione: Comuni di Ascoli Piceno e Castel di Lama ad un’altitudine di 200 mslm. Vinificazione e affinamento: 50% della massa affina in barrique
«L’unica DOCG sia del pecorino che della passerina si trova nelle Marche, nella città di Offida, proprio perché è stata riconosciuta questa zona come quella più magica e autentica per la produzione di questi vitigni». All’aspetto è di un giallo paglierino carico e brillante e vivace e di buona consistenza. Aristocratico, composto, rimanda ai grandi chardonnay borgognoni, dove la presenza del legno si esprime attraverso cenni speziati di vaniglia e tostati di tabacco biondo sorretti da un frutto giallo maturo, di prugna, mela golden, pesca e fiori con sensazioni di erbe aromatiche ed officinali, di tè.
In bocca è decisamente coerente col naso, avvolge con la sua struttura importante, e ammalia con le sue sensazioni dolci, non da residuo zuccherino, ma da aromi fruttati. Segue con aromi piccanti di zenzero e pepe, cenni di liquirizia ed elicriso. Intenso e persistente, la sua opulenza ingolosisce e richiama un secondo sorso e poi un altro ancora in un piacevole incalzare. La chiusura è immancabilmente salina.
«Lo abbiamo chiamato Rêve, in francese “sogno”, perché volevamo produrre un grande vino bianco del territorio, e mostrare che il pecorino può esserlo».
Offida Rosso DOCG Ludi 2020
85% montepulciano, 8% cabernet sauvignon, 7% merlot – 14% vol. Zona di produzione: Comuni di Offida e Castel di Lama. Vinificazione e affinamento: macerazione di 28 giorni sulle bucce, affina in barrique nuove per 18/24 mesi.
«Il Ludi per noi è stato un manifesto, il portabandiera di un concetto. Il Ludi porta con sé questa idea di non aver paura, perché negli anni 90, fare un vino di taglio bordolese Marche IGT, metterlo sullo scaffale ad un prezzo un po’ più alto, era una sfida».
Rosso rubino intenso vivace e fitto, presenta riflessi violacei e una consistenza importante. Colpisce immediatamente la sensazione fruttata di ciliegia e ribes nero, di fiori rossi, rosa canina e geranio. Si scorge una componente verde di erbe aromatiche, di alloro, balsamica dove l’uso della barrique si rivela con profumi speziati di cannella, anice stellato, chiodi di garofano, caffè e incenso.
Travolgente, potente, fresco, carnoso, si allarga in un sorso intenso e persistente, coerente col naso, con continui rimandi agli aromi tostati di fava tonka, chiudendo sapido.
Curiosità: il Ludi nasce per essere un “superMarche” che potesse competere con i grandi vini rossi internazionali, una sorta di gioco, di competizione (da cui il nome) di produrre un vino dal taglio simil-bordolese a base principalmente di montepulciano, in blend con cabernet sauvignon, merlot e syrah, unico nel territorio marchigiano. Originariamente a denominazione Marche IGT, l’etichetta si ispira ad uno dei dipinti più famosi di Matisse, “La Danza”, esposta al MOMA di New York, dove 5 donne si tengono per mano in una danza fuori dallo spazio e dal tempo, senza guardarsi: i 4 danzatori in etichetta rappresentano i 4 vitigni originari e i visi raffigurati sulle pance, sono un chiaro invito ad avere coraggio di assaggiare un vino fuori dagli schemi, qualcosa che va oltre il convenzionale. Con l’introduzione della DOCG, il blend è stato rivisto, lasciando al syrah solo un prezioso omaggio in etichetta.
Mini-verticale Rosso Piceno DOC Superiore Roggio del Filare
«Roggio è il figlio che ho pensato prima di pensare ai miei figli». Roggio del Filare nasce nel 1993, assieme alla secondogenita Marianna, da una vecchia vigna che Angela ha voluto acquistare con l’obiettivo di produrre un grande rosso.
La folgorazione le arriva dai versi dal madrigale “Arano” di Giovanni Pascoli, in cui il poeta descrive i pampini di una vigna infuocati da un raggio di sole, una scena che la affascina così tanto da convincerla che quella è la vigna giusta per il suo progetto: quel raggio oggi segna la bottiglia di questo vino ormai diventato iconico. «Un vino non nasce soltanto da una vigna, un vino nasce anche da un pensiero, da un progetto».
Il vino è ottenuto da un blend di montepulciano (70%) e sangiovese (30%), con uve provenienti da vigneti del Comune di Castorano. Macerazione di 28 giorni sulle bucce, affinamento in barrique nuove per 18 mesi.
2007
«Questo è un figlio che io ho maltrattato. Non avendo una cantina, […] stava in un sottoscala». Si presenta agli occhi di un colore granato vivace, quasi aranciato, inusuale per un montepulciano, segno di un’ossidazione che ha segnato questa bottiglia. Dopo qualche minuto nel calice per consentirgli di ossigenarsi e liberarsi da una nota ossidativa di apertura, fiori secchi e frutta sotto spirito, prugna secca si accompagnano ad effluvi speziati di anice stellato e vaniglia. Affiorano sentori di cioccolato, liquirizia, arancia sanguinella essiccata e rivela la sua indole amara di radice e corteccia e aromatica di legno di sandalo. La bocca è sorprendentemente fresca, vivace, grintosa, entra vellutato, caldo, si allarga in un turbinio di frutti rossi, cioccolato, liquirizia e fiori secchi.
2012
Colore carico, rubino pieno vivace e fitto, con leggeri riflessi aranciati, caratterizzato da una spiccata consistenza. Una base di frutto rosso maturo regge un gioco di rimandi vegetali di erbe aromatiche, floreali di rosa, agrumati di arancia sanguinella e speziati di anice stellato con un tocco orientale e fresco di cardamomo e cumino. Piacevoli cenni mentolati e fumé.
L’annata più fredda si svela al palato con un’acidità più incisiva ma golosa preservando però la sua caratteristica avvolgenza, piacevole e strutturata. Tannini seducenti, rotondi, pieni, volumici. Finisce ematico, ferruginoso, sapido, rivelando la presenza del sangiovese.

2014
Tendente al violaceo, intenso a trama fitta, denso, impenetrabile e si presenta immancabilmente consistente. Un naso più timido, meno muscoloso, più discreto si svela lentamente sui toni floreali di rosa e violetta. Incalza poi con profumi fruttati di amarena e prugna mature per virare verso toni tostati di liquirizia e aromatici di incenso.
In bocca sorprende con la sua acidità importante, persistente, golosa, rotonda sorretta da un tannino incisivo ma pur sempre sferico. Ritorna il frutto con effluvi balsamici e vegetali.
«La 2014 è quel figlio che non ce la fa proprio a diventare adulto. È violaceo come quando l’ho messo in bottiglia. Lui è ingenuo, non si muove, è rimasto com’era. Ogni volta che lo assaggio, […] aspetto sempre che qualcosa sia cambiato. E non mi riesco a spiegare perché lui non si vuole muovere».
2021
Color carminio vivace e fitto, luminoso, ruota a fatica nel calice. Naso fruttato di ciliegia, mora, mirtillo e prugna croccanti, vegetale di rosmarino e timo, speziato di noce moscata, vaniglia e chiodo di garofano che regalano sensazioni dolci, piene. Un’olfazione scalpitante e decisamente coerente con l’aspetto. Coerente con aspetto e olfatto, il sorso scalpita nel suo essere croccante, carnoso, con ritorni di frutto, fiore e spezie in un divenire decisamente sorprendete e piacevole.