Champagne de Vigneron: uno sguardo oltre i luoghi comuni
Racconti dalle delegazioni
12 ottobre 2026
Territori emergenti, vitigni interpretati con sensibilità personale e una Champagne lontana dagli stereotipi più consolidati. La serata organizzata da AIS Monza e Brianza e condotta da Chiara Govoni ha accompagnato i partecipanti alla scoperta di quattro vignaioli capaci di raccontare il proprio territorio attraverso scelte produttive autentiche e profondamente identitarie.
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Dietro l'immagine più conosciuta della Champagne esiste una geografia molto più articolata e complessa di quanto spesso si immagini. Accanto ai villaggi che nel tempo hanno costruito la fama della denominazione, si stanno affermando realtà meno celebrate ma sempre più interessanti, capaci di offrire letture originali del territorio e del patrimonio viticolo regionale.
La serata organizzata da AIS Monza e Brianza e condotta da Chiara Govoni ha scelto di esplorare proprio questa dimensione, orientando l'attenzione verso il mondo degli Champagne de Vigneron attraverso due chiavi di lettura complementari: il territorio e l'uva.
Da un lato, aree ancora poco presenti nel racconto più tradizionale della denominazione; dall'altro, i vitigni e le scelte di vinificazione con cui i vignaioli interpretano parcelle, suoli e microclimi differenti. Un percorso che ha mostrato come la Champagne contemporanea sia un mosaico di identità in continua evoluzione, nel quale zone storicamente considerate periferiche stanno acquisendo crescente autorevolezza e dove la personalità del produttore diventa spesso determinante quanto quella del terroir.
I quattro protagonisti della degustazione hanno offerto altrettante prospettive sul tema, dimostrando come la ricerca dell'identità possa esprimersi attraverso approcci molto diversi: dalla valorizzazione parcellare dello chardonnay all'assemblaggio di terroir differenti, dalla rilettura del meunier fino a una viticoltura che considera il paesaggio circostante parte integrante dell'espressione del vino.
La scelta di concentrarsi sugli Champagne de Vigneron non nasce dalla volontà di contrapporre i piccoli produttori alle grandi maison, protagoniste nella costruzione della fama internazionale della denominazione. Piuttosto, nasce dall'esigenza di osservare la Champagne da una prospettiva diversa, più vicina al vigneto e alle scelte di chi lo coltiva. In un contesto climatico e produttivo in continua evoluzione, anche aree un tempo considerate marginali stanno rivelando un potenziale sempre più interessante, offrendo nuove letture dei vitigni tradizionali e del rapporto tra suolo, paesaggio e vino. È proprio attraverso questa lente che Chiara Govoni ha costruito il percorso della serata, accompagnando i partecipanti in un viaggio attraverso quattro interpretazioni profondamente diverse ma accomunate dalla stessa ricerca di identità.
Louis Massing: due interpretazioni dello chardonnay
Pur essendo dedicata ai territori meno convenzionali della Champagne, la serata si apre con un'apparente eccezione. Chiara Govoni sceglie infatti di partire dalla Côte des Blancs e da uno dei suoi villaggi simbolo, Avize (Grand Cru). Una scelta che serve a costruire il contesto della degustazione e a mostrare come il tema della serata non sia la contrapposizione tra zone nobili e territori secondari, ma il modo in cui il vignaiolo interpreta il rapporto tra suolo, vitigno e vinificazione. La famiglia Louis Massing possiede circa 14 ettari vitati, una superficie considerevole per una realtà familiare della Champagne. Per molti anni le uve sono state conferite alle maison; soltanto in tempi relativamente recenti la famiglia ha iniziato a sviluppare una propria produzione, adottando un approccio fortemente sperimentale basato su microvinificazioni e letture differenti delle singole parcelle.
Blanc de Blancs Grand Cru Extra Brut Mineralis "Façon Natur"
Il primo calice della serata è Mineralis "Façon Natur", la cuvée che probabilmente meglio sintetizza la filosofia della maison. Il nome stesso rappresenta una dichiarazione d'intenti. Façon Natur, letteralmente "secondo natura", identifica una linea produttiva che ricerca la massima espressione del luogo di origine attraverso interventi ridotti e una vinificazione interamente in acciaio. Lo chardonnay proveniente da Avize viene così raccontato in modo diretto, senza la mediazione del legno, attraverso una lettura costruita sulla purezza del frutto, sulla tensione e sulla componente salina del gesso. Al naso il vino si apre con grande immediatezza espressiva. Emergono note floreali luminose che richiamano ginestra, fiore di tiglio e fiori gialli, accompagnate da una componente agrumata che suggerisce limone maturo, mandarino e agrumi dalla maturazione piena e soleggiata. L'assaggio conferma questa impressione. Il frutto si manifesta attraverso una componente agrumata succosa e appagante, priva di rigidità o aggressività acida. Parallelamente emerge una marcata impronta sapida che accompagna il sorso e lascia una persistente sensazione salina sul palato. Pur essendo concepito per privilegiare piacevolezza e immediatezza, il vino mostra una materia sorprendentemente consistente, sostenuta da energia, lunghezza e persistenza aromatica.
Mineralis rappresenta la versione più essenziale e immediata dello chardonnay secondo Louis Massing: un vino costruito sulla purezza aromatica, sulla tensione gustativa e sulla capacità di restituire con chiarezza il carattere del terroir di Avize.
Blanc de Blancs Premier Cru Terranum "Les Migraines"
La seconda cuvée sposta invece l'attenzione su una parcella specifica: Les Migraines, a Villeneuve, territorio posto in prossimità di Vertus (Premier Cru). Qui il gesso incontra infiltrazioni di argilla che modificano profondamente il comportamento della vite. La maggiore disponibilità di nutrienti porta a una maturazione più generosa e a chardonnay dotati di maggiore volume e ricchezza gustativa. Per accompagnare questo carattere, Louis Massing adotta una vinificazione differente: il 30% del vino fermenta in legno e l'affinamento sui lieviti raggiunge i 72 mesi, con una base che risale al 2014. L'utilizzo del legno non cerca però un'impronta aromatica boisée. Chiara Govoni ha sottolineato come il suo ruolo sia soprattutto strutturale: fornire sostegno e tensione a una materia naturalmente più ricca, mantenendo finezza e precisione. La cosa sorprendente è proprio la giovinezza che il vino continua a mostrare nonostante il lungo affinamento. All'assaggio ritroviamo la componente agrumata del primo vino, ma in una forma diversa. Alle note di agrume fresco si aggiungono scorze agrumate, limone maturo, accenti di lime e una lieve sfumatura amaricante che accompagna il sorso. Progressivamente emergono ananas grigliato, mango e pesca noce, costruendo un profilo più ampio e complesso.
La bocca mostra immediatamente una potenza diversa rispetto a Mineralis. Il volume aumenta, la materia acquista peso e densità, ma senza perdere slancio. È proprio qui che il legno svolge la sua funzione più importante: riesce a tenere insieme la ricchezza del frutto e la tensione acida, conservando equilibrio e definizione. Il confronto tra queste due cuvée introduce perfettamente il tema della serata. Lo stesso vitigno, coltivato a poca distanza, può esprimere personalità profondamente differenti quando cambiano il suolo, il microclima e le scelte di vinificazione.
Più che una semplice degustazione di due Blanc de Blancs, Louis Massing offre una concreta dimostrazione di come la lettura parcellare possa incidere sull'espressione dello chardonnay e di quanto il vigneto continui a rappresentare il punto di partenza per comprendere la Champagne contemporanea.
Oriol-Derouillat: l'assemblaggio come interpretazione del territorio
Dopo il confronto tra due espressioni dello chardonnay nella Côte des Blancs, il percorso si sposta nella Grande Vallée de la Marne, ai piedi della Montagne de Reims. Oriol-Derouillat è una maison giovanissima, nata nel 2023 dall'unione di due storiche famiglie di viticoltori. La proprietà costruisce la propria identità su un vero e proprio mosaico di dieci terroir differenti, distribuiti tra Vallée de la Marne e Côte des Blancs. La filosofia aziendale parte da una lettura molto chiara dei tre vitigni principali della Champagne: il pinot noir rappresenta la struttura, lo chardonnay la finezza e il meunier la rotondità.
Premier Cru "Les Prémices"
La cuvée degustata è Les Prémices, uno Champagne che sintetizza efficacemente la filosofia di Oriol-Derouillat. L'assemblaggio unisce 55% pinot noir, 40% chardonnay e 5% meunier, con base 2021, fermentazione e affinamento in acciaio, 40 mesi di sosta sui lieviti e un dosaggio contenuto di 6 g/l. Dopo i due Blanc de Blancs di Louis Massing il cambio di registro è immediato. Il vino si presenta più ampio e avvolgente, sostenuto da una materia che occupa il palato con naturalezza senza rinunciare alla precisione. L'agrume resta presente ma assume un ruolo più discreto, lasciando emergere una componente fruttata che richiama la mela rossa Stark Delicious e piccoli frutti rossi come ribes e lampone. Con l'ossigenazione il sorso acquisisce ulteriore profondità. La struttura si distende con morbidezza, accompagnata da richiami di susina gialla e da una delicata sensazione di pienezza che rende l'assaggio particolarmente armonioso. Acidità, volume e componente fruttata convivono con equilibrio, senza che nessun elemento prevalga sugli altri.
È proprio questa ricerca di equilibrio a rappresentare il tratto distintivo di Les Prémices. Più che puntare sull'espressività di un singolo vitigno, la cuvée dimostra come l'assemblaggio possa diventare uno strumento capace di valorizzare la complementarità tra pinot noir, chardonnay e meunier, offrendo una lettura completa e particolarmente convincente del territorio di origine.
Sylvie Moreau: il meunier oltre gli stereotipi
Se Oriol-Derouillat utilizza l'assemblaggio come strumento per mettere in dialogo terroir differenti, il produttore successivo della serata sposta l'attenzione su un vitigno spesso considerato complementare ma capace, se valorizzato con rigore e sensibilità, di raggiungere risultati di sorprendente personalità.
Con Sylvie Moreau la degustazione entra in una delle aree meno conosciute della Champagne, il Massif de Saint-Thierry e la vicina Vallée de l'Ardre, territori che negli ultimi anni stanno vivendo una significativa rivalutazione qualitativa. La storia della maison affonda le proprie radici nei primi anni Sessanta, quando André e Micheline Moreau furono tra i primi a credere nel potenziale viticolo di Sainte-Euphraise-et-Clairizet, reimpiantando vigne in pendii che in parte erano stati abbandonati. Oggi il domaine è guidato da Sylvie Moreau e dal figlio Alexandre, che hanno sviluppato una viticoltura fortemente parcellare e una particolare attenzione al meunier, vitigno principe della zona e autentico filo conduttore del loro lavoro. La proprietà conta poco più di tre ettari distribuiti tra differenti microparcelle. I suoli alternano argille, calcari e componenti sabbiose, mentre l'età media delle vigne supera spesso i quarant'anni. È proprio su questo patrimonio viticolo maturo che la famiglia costruisce la propria identità produttiva, privilegiando basse rese, lunghi affinamenti e una costante ricerca di precisione espressiva.

Collection Privée Édition 13
Il primo vino presentato da Chiara Govoni è Collection Privée Édition 13, una cuvée che nasce dalla parcella Le Murget, impiantata nel 1985 a Sainte-Euphraise-et-Clairizet. Si tratta di un 100% meunier, vinificato esclusivamente in acciaio e prodotto in appena 297 bottiglie. La base è costituita dall'annata 2018. Prima del tiraggio il vino rimane per ben tre anni in acciaio inox, una scelta che riflette perfettamente la filosofia della maison. Chiara Govoni ha spiegato come Sylvie Moreau ami allungare notevolmente i tempi di vinificazione e di affinamento. In questo caso l'acciaio non viene utilizzato come semplice contenitore neutro, ma come strumento per “stringere” l'espressione del meunier, mantenendone precisione e tensione senza ricorrere all'effetto espansivo che il legno potrebbe conferire. Anche la vigna svolge un ruolo fondamentale. Le piante hanno oltre quarant'anni e appartengono quindi a quella categoria di vigne vecchie che non necessariamente producono vini più potenti, ma spesso più raffinati. La minore produttività, la maggiore resilienza della pianta e soprattutto la capacità delle radici di esplorare in profondità il substrato calcareo contribuiscono a costruire una personalità diversa rispetto a quella che normalmente si associa al meunier. È proprio questo l'aspetto più sorprendente del vino. Chi si aspetterebbe le consuete note di mela cotogna e il profilo più immediato tipico del vitigno si trova di fronte a un'espressione decisamente differente. Il registro aromatico si orienta verso sensazioni erbacee e vegetali raffinate: fieno, erbe aromatiche, maggiorana, sfumature di rovi e sottobosco. A completare il quadro emerge una delicata nota mentolata che amplifica la sensazione di freschezza senza mai assumere caratteri balsamici marcati. L'assaggio conferma questa impostazione. Emergono richiami di mandorla fresca e nocciola fresca, accompagnati da una speziatura sottile che ricorda il pepe bianco e il seme di coriandolo. Quest'ultimo appare particolarmente interessante perché contribuisce alla percezione di freschezza che accompagna l'intero sviluppo del sorso.
Nonostante la maturità delle vigne e il lungo percorso di affinamento, il vino conserva infatti una notevole energia. Più che sulla ricchezza, costruisce la propria personalità sullo slancio, sulla definizione aromatica e su una lettura del meunier lontana dagli stereotipi più comuni.
Carré Or
Se Collection Privée Édition 13 racconta il lavoro sulla parcella, Carré Or introduce una dimensione ancora più articolata. La cuvée nasce esclusivamente da vigneti situati a Sainte-Euphraise-et-Clairizet, comune del Massif de Saint-Thierry caratterizzato da suoli di marne argillo-calcaree che contribuiscono a conferire ai vini maggiore struttura e una maturazione equilibrata dei tre vitigni. L'assemblaggio prevede 50% meunier, 30% chardonnay e 20% pinot noir, tutti vinificati in acciaio. Circa il 40% del vino proviene da una cuvée perpétuelle iniziata nel 1964, mentre la base principale è costituita dall'annata 2010. Dopo un anno di élevage, il vino viene tirato nella primavera del 2012 e rimane sui lieviti per dieci anni, fino alla sboccatura del 2022. Sulla carta tutti questi elementi potrebbero far pensare a uno Champagne dominato dall'evoluzione. La sorpresa è invece la sua straordinaria vitalità. Chiara Govoni ha sottolineato come il tratto più affascinante del vino non sia la complessità in sé, ma il suo equilibrio. Carré Or può essere scomposto nelle molte componenti che lo costituiscono, ma riesce sempre a mantenere una coerenza sorprendente. All'assaggio il vino si sviluppa lungo tre direttrici principali. La prima è la freschezza, che accompagna il sorso dall'inizio alla fine e rappresenta una presenza quasi inattesa considerando il lungo affinamento. La seconda è la materia, una componente vinosa che conferisce profondità, struttura e una sensazione quasi masticabile. La terza direttrice è la complessità aromatica. Il vino si apre su note di agrumi maturi che evolvono dall'arancia bionda all'arancia rossa, per poi lasciare spazio a richiami di rabarbaro, fico bianco fresco e susina rossa. Con l'ossigenazione emergono sfumature di mentolo, alloro, zenzero candito e pasta di mandorla, accompagnate da una peculiare tensione iodata e vegetale che ricorda la foglia di cappero conservata sotto sale. Una progressione articolata ma sempre leggibile, sostenuta da equilibrio e precisione espressiva. Nonostante la ricchezza aromatica e la stratificazione gustativa, il vino mantiene una sorprendente facilità di lettura. È uno Champagne dichiaratamente gastronomico, ma possiede anche la rara capacità di risultare pienamente appagante da solo.
Hamadryades: la Champagne all'ombra del bosco
Il percorso prosegue nel Massif de Saint-Thierry, uno dei territori che più rappresentano l'evoluzione della Champagne contemporanea. Qui nasce Hamadryades, una giovane maison che ha costruito la propria identità attorno a un concetto molto preciso: il vigneto non come ambiente isolato, ma come parte di un ecosistema più ampio nel quale il bosco svolge un ruolo determinante. Non è un caso che il nome richiami le amadrìadi della mitologia greca, ninfe legate indissolubilmente agli alberi. La filosofia aziendale si fonda infatti sull'idea di ridurre al minimo l'intervento umano, lasciando che siano il luogo e la pianta a orientare le principali scelte produttive. Anche il terroir contribuisce a distinguere nettamente questi vigneti dai cru più classici della Champagne. Le parcelle di Janvry, Rosnay, Germigny e Courcelles-Sapicourt poggiano su sabbie profonde del Thanetiano e argille verdi, una combinazione molto diversa dal classico immaginario gessoso della regione. A questo si aggiunge l'influenza determinante del bosco che circonda completamente i vigneti, creando un microclima caratterizzato da forti escursioni termiche e da una maturazione particolarmente lenta delle uve.

Symphonie Sous Bois
Tra le parcelle che contribuiscono alla cuvée figura anche una vigna storica impiantata nel 1963 ed esposta a sud-ovest, capace di beneficiare della luce pomeridiana e di prolungare la maturazione anche in una delle aree più settentrionali della denominazione.
La cuvée degustata porta un nome che ne riassume perfettamente l'identità: Symphonie Sous Bois. Si tratta di un Blanc de Noirs ottenuto da 65% meunier e 35% pinot noir, vinificato interamente in barrique con un élevage compreso tra sei e nove mesi, affinato 36 mesi sui lieviti e proposto senza dosaggio. La produzione è limitata a sole 393 bottiglie.
L'espressione Sous Bois potrebbe far pensare a un utilizzo marcato del legno. In realtà accade esattamente il contrario. Il legno non viene utilizzato per imprimere aromi di tostatura o vaniglia, ma per permettere al territorio di esprimersi in una forma luminosa, armonica e leggibile. La sua funzione è strutturale, non aromatica. L'aspetto più sorprendente del vino è probabilmente la sua nitidezza. Fin dal primo impatto il profilo aromatico si muove in una direzione inusuale per la Champagne. Le sensazioni oscillano continuamente tra susina matura, pesca tabacchiera, ciliegia e giuggiola, accompagnate da una sfumatura finale di uva sultanina. Emergono poi richiami di sambuco, foglia di mirto e componenti vegetali che sembrano dialogare direttamente con il paesaggio boschivo da cui il vino proviene. La tavolozza aromatica appare distante dai registri più classici della denominazione e contribuisce a rendere difficile qualsiasi paragone immediato. In bocca il vino conserva la stessa originalità. Ha energia, vibrazione e tensione, ma mantiene allo stesso tempo una profondità che deriva dalla materia e dalla maturazione delle uve. Alla componente più luminosa e fruttata si affiancano sensazioni più ombrose che richiamano resine, orzo e sfumature terziarie appena accennate. Nonostante la complessità aromatica, il vino non perde mai precisione. Non si dilata, non si disperde, non si appesantisce. Mantiene costantemente una linea chiara e leggibile, sostenuta da una vitalità che accompagna il sorso fino alla chiusura.
È probabilmente uno degli Champagne più fuori dagli schemi dell'intera degustazione. Non tanto per le scelte tecniche, quanto per la capacità di raccontare un luogo che sembra non avere quasi nulla in comune con l'immagine più tradizionale della regione. Uno Champagne dalla forte vocazione gastronomica, ma anche uno di quei vini che riescono a sostenere da soli l'attenzione del degustatore per un intero calice.
Conclusione
Al termine della degustazione, ciò che emerge con maggiore chiarezza è che il termine Champagne de Vigneron non identifica uno stile preciso, una categoria qualitativa o una tecnica produttiva. Identifica piuttosto un modo di guardare alla Champagne. La serata condotta da Chiara Govoni ha mostrato come, accanto al racconto delle grandi maison e dei villaggi più celebrati, esista una costellazione di vignaioli che interpreta la denominazione attraverso sensibilità, territori e strumenti differenti.
Louis Massing ha mostrato come la lettura parcellare possa restituire sfumature profondamente diverse dello chardonnay anche a breve distanza tra i vigneti. Oriol-Derouillat ha evidenziato il valore dell'assemblaggio come strumento di sintesi tra terroir differenti. Sylvie Moreau ha dimostrato come il meunier, sostenuto da vigne mature e da tempi di affinamento dilatati, possa raggiungere livelli di complessità e profondità tutt'altro che secondari. Hamadryades ha infine ricordato come l'identità di uno Champagne possa nascere non soltanto dal vigneto, ma anche dal paesaggio che lo circonda, dando vita a una delle interpretazioni più originali dell'intera degustazione.
Pur attraverso approcci molto diversi tra loro, tutti i produttori hanno condiviso una stessa filosofia: utilizzare la tecnica non per uniformare, ma per interpretare. È probabilmente questa la caratteristica più interessante degli Champagne de Vigneron. Non la ricerca di una contrapposizione con le maison, ma la possibilità di osservare la denominazione da una distanza più ravvicinata, attraverso il rapporto diretto tra vigneto, vitigno e mano di chi lo coltiva.

Più che una degustazione di etichette, quella proposta da Chiara Govoni è stata una degustazione di sguardi differenti sulla stessa Champagne. La dimostrazione che la ricchezza della denominazione non risiede soltanto nei suoi territori più celebri, ma anche nella capacità di essere continuamente riletta, interpretata e raccontata da chi vive il vigneto ogni giorno.
Ed è forse proprio qui che si trova il significato più autentico dell’espressione Champagne de Vigneron: non soltanto Champagne prodotto da un vignaiolo, ma Champagne raccontato attraverso il suo sguardo.