Dieci vini e dieci territori con Artur Vaso

Un percorso di degustazione tra Metodo Classico, bianchi e grandi rossi italiani, con una piacevole incursione nella Champagne. Una serata di conoscenza, curiosità e condivisione, guidata dal curatore della Guida ViniPlus.

Maria Ruocco

Una serata all’insegna della scoperta e del confronto tra calici: dalle bollicine dei Monti Lessini e della Franciacorta ai bianchi dell’Alto Adige e della Toscana, fino ai rossi di Sicilia, Umbria, Sardegna e Basilicata. Guidati dal racconto di Artur Vaso, i soci della delegazione di AIS Mantova hanno esplorato il legame tra territori, vitigni e scelte di cantina, soffermandosi anche sulla capacità di ciascun vino di esprimersi ed evolvere nel tempo. Un ulteriore valore di questi incontri risiede nella possibilità di conoscere e degustare, accanto a grandi etichette, i vini di produttori meno noti al grande pubblico, ma altrettanto meritevoli di attenzione e approfondimento.

Bollicine a confronto

Ad aprire la serata, tre interpretazioni del metodo classico, espressione di territori e tradizioni produttive molto differenti tra loro, tre vini accomunati dal metodo di produzione, ma contraddistinti da personalità diverse. 

Il confronto ha permesso di approfondire il ruolo della permanenza sui lieviti, del dosaggio e dell'evoluzione aromatica, evidenziando le differenti interpretazioni della spumantistica italiana e francese, con una riflessione su come queste differenti espressioni si collochino tra le preferenze del mercato. 

Il primo calice è stato dedicato al durello, ed in particolare al Monti Lessini DOC Riserva Pas Dosé “ioAura” 2019 di Cantina Tonello. Guidata da Diletta Tonello, l'azienda si trova a Montorso Vicentino, nella Valle del Chiampo. Realtà profondamente legata ai terreni vulcanici dei Monti Lessini, questa famiglia pone particolare attenzione alla produzione di metodo classico da uve autoctone, e un’attenzione particolare alla valorizzazione di durella e garganega. La filosofia di questa azienda emergente si ritrova in io Aura 2019, durella in purezza, con affinamento per 60 mesi sui lieviti. Ad una prima analisi olfattiva quasi chiuso, questo vino si apre e si ammorbidisce con i sorsi successivamente, le note sono evolute, di frutta a guscio, erbe essiccate, con la nota fruttata in secondo piano. Al gusto spiccano acidità pronunciata e sapidità, con una sfumatura amaricante che ne accompagna lo sviluppo. 

Il secondo vino in degustazione è stato lo Champagne Brut Tradition di Alain Goussard, maison con sede a Polisy, le cui radici affondano in una tradizione familiare iniziata nei primi anni del Novecento. Considerato sino a una decina di anni fa un territorio di secondo piano rispetto alle aree più vicine a Épernay, oggi Polisy, anche grazie alle sue condizioni climatiche, si distingue per la produzione di un eccellente pinot nero, molto richiesto dalle grandi maison. Il pinot noir occupa un ruolo predominante anche nei vigneti dell’azienda, affiancato da meunier, chardonnay e pinot blanc. Al naso il vino offre un’espressione più soave e fruttata rispetto al calice precedente, con richiami di ribes bianco e cassis. Al palato, l’acidità di questo vino più giovane risulta meno incisiva rispetto a quella del durello, mentre la sapidità rimane ben riconoscibile, delineando una diversa interpretazione del metodo classico.

In chiusura di questa prima batteria abbiamo degustato il Franciacorta DOCG Extra Brut 2025 dell’azienda Faccoli. Nota per la sua identità familiare e produttiva, questa azienda fondata nei primi anni ’60 è situata a Coccaglio, in un’area particolarmente vocata sulle pendici del Monte Orfano. Questo vino presenta un profilo più maturo, nel quale il frutto si intreccia con sensazioni mielate, nocciola e miele di castagno. Sfumature di radice e richiami terrosi ne ampliano il quadro aromatico. L’ingresso in bocca è ampio e avvolgente, con maggiore corpo rispetto ai calici precedenti. La maturità del frutto ritrova corrispondenza al palato, delineando un calice dal carattere più morbido e articolato.

I bianchi fermi, tra Alto Adige e Toscana

Il percorso è proseguito con due vini bianchi, espressione di territori e filosofie produttive differenti, capaci di offrire una lettura articolata del rapporto tra vitigno, ambiente e scelte di cantina.

Il primo vino della seconda batteria, l’Alto Adige DOC Chardonnay 2020 di Castel Sallegg, ha introdotto il tema dell’espressione varietale dello chardonnay, in un territorio particolarmente vocato alla produzione di vini bianchi ma più noto per gewürztraminer e pinot bianco. Castel Sallegg è una tenuta storica di Caldaro, area delle grandi cantine sociali, la cui vicenda si intreccia con quella della famiglia dei conti von Kuenburg. Il legame con il territorio dell’Oltradige e con i vigneti intorno al lago, costituisce il riferimento della sua produzione e si inquadra in una tradizione vitivinicola custodita da generazioni. All’ olfatto si presenta maturo, con sensazioni burrose, frutto maturo al punto giusto, richiami di pera e pesca, accompagnati da sfumature di fieno, mallo e grano. Al palato emerge una riconoscibile sapidità con sentori di alta montagna. Questo calice ci ha offerto una interessante occasione per apprezzare l’espressione di un vitigno che non scalpita immediatamente ma che si esprime al meglio sotto il profilo aromatico con il trascorrere del tempo. 

Secondo calice degustato è stato il Bianco Toscana IGT Percorsi 2019 di Cecilia. L’azienda nasce nel 1990 dalla passione di Giuseppe Camerini, ingegnere e artista milanese profondamente legato all’Isola d’Elba. I vigneti si distribuiscono in quattro piccoli poderi nei dintorni di Marina di Campo, all’interno di un progetto familiare dedicato alla valorizzazione della viticoltura elbana. Composto in prevalenza da moscato bianco con un 10% di altri vitigni, Percorsi 2019 si distingue per un’espressione olfattiva spiccatamente aromatica. Al naso si presenta agrumato, arancia, cedro e lime si intrecciano con richiami di legno di rosa. L’assaggio rivela una componente sapida evidente e una sfumatura di mandarino amaro, ridimensionando l’attesa di morbidezza suggerita dal naso. Nei ritorni aromatici emergono salvia, timo, rosmarino, origano e note di tè.

I grandi rossi e il valore del tempo

La degustazione è entrata nel vivo con quattro vini rossi mediterranei, caratterizzati da provenienze e annate differenti. L’intensità del colore costituisce il primo elemento di distinzione della batteria su cui Artur ha invitato a soffermarsi.

Il Noto DOC Santa Cecilia 2015 di Planeta, nero d'avola in purezza, ha aperto questa parte del percorso introducendo il carattere della viticoltura siciliana. La ricerca aziendale per questo vino si è concentrata su Noto, nell’estremità sudorientale dell’isola, dove i terreni chiari e calcarei rappresentano un elemento caratteristico del paesaggio viticolo. Il 2015 apre il confronto fra i rossi con un aspetto visivo cremisi intenso, più compatto e scuro rispetto ai vini che seguono. Al naso confettura di frutti rossi, prugne, ribes, more e ciliegie con un finale marcatamente balsamico e speziato. Al gusto il tannino appare subito garbato, rappresentativo dello stato evolutivo di questo vino, sentori di liquirizia, persistente ed equilibrato. 

Dalla Sicilia il secondo vino di questa batteria ci ha portati in Umbria con l’Arquata Montefalco Sagrantino DOCG 2013 di Adanti. Adanti è una delle realtà storiche del territorio di Montefalco, con sede ad Arquata, nel comune di Bevagna. Il progetto avviato da Domenico Adanti negli anni Settanta e il contributo del cantiniere Alvaro Palini hanno accompagnato il lavoro dell’azienda sul sagrantino, cercando un equilibrio fra frutto, tannino e capacità di evoluzione. Sagrantino in purezza, questo vino presenta un’espressione matura all’olfatto, alla quale corrisponde un palato ancora segnato da una trama tannica tenace. L’astringenza è evidente e il tannino conserva una sensazione di ruvidità, diventando il principale elemento distintivo dell’assaggio. Il confronto evidenzia come maturità aromatica e affinamento della componente tannica possano procedere con ritmi differenti in vitigni differenti: il tempo trascorso in bottiglia non necessariamente si traduce in un sorso levigato e maturo.

Con il terzo vino in degustazione ci siamo spostati idealmente in Sardegna con il Cannonau di Sardegna DOC Riserva Senes 2013 di Argiolas. A Serdiana, nel Parteolla, Argiolas porta avanti il progetto familiare iniziato da Antonio Argiolas e sviluppato dalle generazioni successive. La valorizzazione dei vitigni sardi costituisce uno dei cardini dell’azienda, che lega la propria identità alla cultura agricola dell’isola e alla ricerca enologica. Prodotto da uve cannonau, nel Senes 2013 la componente olfattiva gioca un ruolo di maggiore rilievo rispetto al precedente vino, con una maturità riconoscibile nei sentori di prugna, ciliegia e confettura, accompagnati da una sfumatura cipriata. Al palato il tannino appare più fine e levigato rispetto al sagrantino. La sua grana minuta contribuisce a una percezione tattile più elegante, mostrando un diverso esito dell’evoluzione: il tempo ha ammorbidito i contorni senza cancellare la riconoscibilità del frutto.

A concludere questa parte della degustazione, l’Aglianico del Vulture DOC La Firma 2009 di Cantine del Notaio. Nata nel 1998 a Rionero in Vulture, Basilicata, per iniziativa di Gerardo Giuratrabocchetti e della moglie Marcella, l’azienda ha posto al centro del proprio progetto la valorizzazione dell’aglianico, recuperando anche le antiche grotte scavate nel tufo vulcanico, oggi destinate all’affinamento dei vini. Aglianico del Vulture in purezza, La Firma 2009 presenta un profilo olfattivo ampio e articolato: mora, cassis e mirtillo nero si intrecciano a richiami di confettura, cui seguono note di noce, erba secca, radice e fungo, insieme a sfumature di corteccia e accenti balsamici. Al palato il sorso è pieno e avvolgente, con una componente vegetale ancora ben riconoscibile. Il tempo e l’affinamento in botte grande hanno accompagnato l’evoluzione del vino, valorizzandone il carattere. L’annata più matura della selezione ha così permesso di osservare la convivenza tra il frutto scuro e i profumi sviluppati nel tempo, offrendo un significativo termine di confronto con l’espressione del Cannonau.

La dolcezza del Moscato

In chiusura del nostro percorso, il Moscato d'Asti DOCG 2025 di Oddero, realtà storica di La Morra, legata alla viticoltura delle Langhe da oltre due secoli. La storia del Moscato d’Asti affonda le radici nella tradizione vitivinicola piemontese e trova a Canelli uno dei suoi luoghi simbolo: qui, già dal Seicento, si produceva da moscato bianco un vino dolce e più o meno vivace, antesignano dell’attuale tipologia. Tra la seconda metà dell’Ottocento e la fine del secolo, il lavoro di Carlo Gancia e l’introduzione del metodo di fermentazione in autoclave ideato da Federico Martinotti contribuirono in modo decisivo allo sviluppo della produzione. Nel 1878 Giacomo Oddero iniziò a imbottigliare i vini con il nome di famiglia, dando continuità a una storia nella quale, accanto al nebbiolo e ai grandi rossi, trova spazio anche il Moscato d’Asti. Il Moscato d’Asti 2025 chiude il percorso riportando al centro l’aromaticità e il rapporto fra dolcezza e freschezza.