Evviva la Barbera!

Un incontro speciale per la delegazione AIS Brescia che ha avuto il piacere di ospitare lo scorso 20 marzo Raffaella Bologna, contitolare insieme al fratello della storica cantina piemontese Braida. A condurre l’evento c’era Guido Invernizzi per una serata dalle tante emozioni.

Angela Amoroso

Capitano quegli incontri in cui si intrecciano empatia, sintonia e una grande piacevolezza. A noi è successo lo scorso 20 Marzo quando, presso la sede AIS di Brescia, è venuta a trovarci Raffaella Bologna, titolare insieme al fratello della cantina Braida. Un incontro di quelli speciali per la magia dei racconti e degli aneddoti, per la passione con la quale sono stati raccontati, per la gentilezza mostrata dalla stessa Raffaella che ha voluto donare a tutti gli ospiti presente un’autobiografia del padre Giacomo Bologna, uno di quei piemontesi che ha rivoluzionato l’immagine della Barbera in Italia e nel Mondo. Insieme a lei c’era l’amica e collaboratrice Maria Graziano, a condurre la serata c’era invece il nostro giramondo Guido Invernizzi che stavolta si è focalizzato su un viaggio meno distante dal solito ma di certo molto sentito, fornendo ulteriori note tecniche e degustative nel corso dell’evento. A corollario di una serata così emblematica non potevano mancare i nostri sommelier che hanno svolto un servizio impeccabile in una sala interamente gremita.

Storia di un vitigno: la Barbera

Che la barbera abbia origini abbastanza antiche lo si riscontra da alcuni documenti risalenti al 1249 dell’archivio capitolare di Casale in cui si cita l’affitto di un terreno per piantare “de bonis vitibus berbexinis”, identificabile proprio con il nostro vitigno piemontese. Anche in un altro scritto del 1233 di Pier de Crescenzi, giudice bolognese in trasferta ad Asti, viene citata “l’uva grisa”, che per molto tempo è stata associata al Nebbiolo ma verosimilmente il riferimento era invece alla barbera da cui si otteneva un “vino ottimo, servevole e molto potente”: la fama della barbera era quindi già nota, seppur sotto mentite spoglie.
Le sue origini sono prettamente astigiane, solo successivamente viene impiantata in altri terroir piemontesi come ad Alba dove arriva a metà dell’800 per poi diffondersi anche nell’alessandrino.
L’ingresso ufficiale fra i vitigni autoctoni piemontesi avviene nel 1798 per mezzo della prima versione della “Ampelografica” redatta dal conte Giuseppe Nuvolone per conto della società agraria di Torino; il suo errore fu però quello di considerarla uguale all’ughetta e alla vespolina quando in realtà trattasi di un vitigno con proprie caratteristiche e peculiarità. A rimediare alla pecca commessa sarà, nei primi dell’800, Giorgio Gallesio, studioso delle varietà vegetali che la classificherà come “vitis vinifera montisferratensis”, legandola indissolubilmente al suo territorio d’origine e segnando di fatto, l’inizio della “golden age” della barbera che va dalla fine del  18° secolo sino alla prima metà del ‘900.
Seguirà una fase meno luminosa e più cupa dovuta a diversi fattori: dall’attacco della fillossera al periodo dei due conflitti mondiali sino al verificarsi di alcuni tragici episodi. Saranno però due visionari, Mauro Bersano e Mario Pesce a portare un’inversione di tendenza per ridare credibilità e “appeal” alla barbera; a loro si aggiunse dopo pochi anni anche Giacomo Bologna che, da profondo sostenitore della Barbera di cui andava fieramente orgoglioso, decise di acquistare una pagina del quotidiano La Stampa in cui fece scrivere solo tre parole: “W la Barbera”, uno di quelle strategie di marketing che, specie in quegli anni, valeva più di mille altre parole o comunicati. Semplice ed essenziale, Giacomo comunica in maniera netta, chiara ed inequivocabile il suo amore per la barbera e per il suo territorio.

Braida: un soprannome che segna un destino

“Costruitevi una cantina ampia, spaziosa, ben aerata e rallegratela di tante belle bottiglie,queste ritte, quelle coricate, da considerare con occhio amico nelle sere di Primavera, Estate, Autunno e Inverno, sogghignando al pensiero di quell’uomo senza canti e senza suoni, senza donne e senza vino, che dovrebbe vivere una decina d’anni più di voi” questo il motto di Giacomo Bologna, soprannominato “Braida” o meglio, soprannome dato a suo padre Giuseppe Bologna che se lo era conquistato, giocando a pallone elastico, proprio per via della sua somiglianza con il campione dell’epoca di questo sport. Dal padre Giacomo eredita, insieme al soprannome, anche il vigneto di Barbera sulle colline di Rocchetta Tanaro, piccolo centro del Monferrato astigiano. Da qui inizia la storia di Braida: è il 1961 e Giacomo con Braida crea anche il suo primo vino, “La monella”,  una Barbera del Monferrato vivace, quasi frizzante, etichetta che viene prodotta ancora oggi.

“Barbera Revolution”: Bricco dell’Uccellone e Ai Suma

In questo progetto Giacomo Bologna mette tutto il suo entusiasmo, la passione e il coraggio imprenditoriale necessario, insieme a inventiva e personalità, per uscire fuori da quelli che erano gli standard produttivi di quegli anni e dare vita a dei vini che segneranno la storia della barbera.
Innanzitutto decide di effettuare delle basse rese per ettaro, un cambiamento che gli permetterà di avere minore quantità rispetto ad altri viticoltori astigiani ma di avere sicuramente una maggiore qualità. 0
 Altro cambiamento che ha del rivoluzionario è quello con cui tende alla riduzione dell’acidità insita di questo vitigno per rendere i vini  più elegante e permettere loro di essere più longevi; per fare questo inizia ad utilizzare come sistema di allevamento il guyot basso che permette proprio di mantenere  contenuta l’acidità. Anche l’uso del legno - nello specifico le barrique di rovere francese - risulta fondamentale per donare morbidezza e maggiore equilibrio, segnando di fatto quella che può essere definita la “Barbera Revolution”. 
La sua prima bottiglia di Bricco dell’Uccellone, nel 1982, diviene capostipite di questa nuova tipologia di barbera segnando l’inizio di uno stile produttivo che diviene negli anni un importante punto di riferimento; saranno in molti a definire questa versione di barbera di Braida quasi “nebbioleggiante” proprio per la sua eleganza e raffinatezza nonchè per la sua capacità di invecchiamento.
La scelta del nome riprende quello che era l’appellativo di una donna che viveva nei dintorni delle vigne di Giacomo Bologna. Il suo naso ricordava il becco di un uccello, in più vestiva sempre di nero: questo le valse il soprannome in paese e a sua insaputa, battezzò  uno dei vini più iconici di Braida.
Da lì a qualche anno vedrà la luce anche una nuova etichetta: Ai Suma. Il nome – che abbiamo scoperto nel corso della serata che in giapponese é la pronuncia dell’ideogramma che significa “ti perdono” – in piemontese è l’esclamazione tipica di chi, dopo vari tentativi, riesce a centrare l’obiettivo e raggiungere un traguardo esclamando: “Ci siamo!” Prodotto solo nelle annate migliori, questa vendemmia tardiva di barbera è stata una sperimentazione diversa, una sfida personale di Giacomo Bologna ma anche di sua moglie Anna. Furono diversi i tentativi fatti in più annate prima di ottenere il risultato che risultò coerente con l’aspettativa del produttore; da qui l’esclamazione di felicità nel vedere finalmente centrato l’obiettivo:era la vendemmia del 1989.
Un aneddoto curioso è legato all’etichetta etichetta di questa bottiglia che ad un primo sguardo può ricordare una farfalla ma in realtà è un disegno stilizzato di un sorriso basato proprio su una foto di famiglia che ritrae Giacomo Bologna mentre sorride alla moglie Anna.

Braida: una storia di famiglia

Oggi a dirigere l’azienda ci sono Raffaella e Giuseppe Bologna, figli di Giacomo, che portano avanti la linea tracciata dal padre. L’enologo di cantina è Giuseppe, anche se pure Raffaella ha studiato enologia e ci racconta un aneddoto legato a quel momento: “Quando ho concluso il mio percorso di studi, ho chiesto come regalo a mio papà se avessimo potuto  acquistare una proprietà in vendita a Serra dei Fiori, località in collina in provincia di Cuneo, a pochi chilometri da Barbaresco e da Alba, tra boschi e colline a 450 metri sul livello del mare, perché lì avrei voluto creare il mio Riesling.” La tenuta è stata acquistata e da lì viene prodotto Re di fiori, riesling renano in purezza: un sogno che si avvera. Forse sarà anche grazie al suo amore per questo vitigno nordico che Raffaella sposerà Norbert Reinisch, medico austriaco che si trasferirà a Rocchetta Tanaro, divenendo il direttore commerciale di Braida.
A muovere i primi passi all’interno della cantina oggi c’è anche il nipote di Raffaella, la seconda generazione di Giacomo e proprio in virtù di questo nuova linfa generazionale si è deciso di intraprendere un nuovo progetto imprenditoriale che vedrà i suoi frutti fra più di un secolo: sono stati piantati 146 piante di Quercus Sessilis che daranno vita ad alberi di forma slanciata e ampia, i cui fusti saranno perfetti per essere trasformati in barrique grazie alla collaborazione con Botti Gamba.
Le piante di rovere sono state collocate in località Montebruna, appena sotto la vigna, in un appezzamento di terra di un ettaro e mezzo di estensione. Gli alberi impiegheranno tra i 100 e i 150 anni a crescere ma il tempo non è mai stato un problema per i Braida che anzi, sono proiettati nel futuro pur restando ancorati al presente e traendo spunto dal passato.

Libertà  verso i cambiamenti climatici e “sogni nel cassetto”

Una delle scelte che contraddistingue la cantina Braida è quella di non far parte di disciplinari restrittivi con regole rigide su tempi e modalità di vendemmia proprio perché si preferisce avere una certa libertà: la possibilità di apportare delle variazioni in base all’annata e alle diverse esigenze produttive permette di scegliere il momento in cui l’uva raggiunge la piena maturazione, fondamentale per gli obiettivi aziendali.
Anche il cambiamento climatico degli ultimi anni sta giocando a favore della Barbera perché l’acidità insita del vitigno in questo caso diventa un importante vantaggio; la vera sfida è quella di riuscire a contenerne l’alcolicità per mantenere sempre il giusto equilibrio.
Uno dei sogni e dei progetti di Raffaella è invece quello di poter riportare in etichetta con orgoglio l’indicazione “Barbera di Rocchetta Tanaro”, che il Bricco dell’Uccellone ha già avuto dal 1982 al 1994, poi il disciplinare è cambiato in Barbera d’Asti DOC ma oggi la voglia di riappropriarsi dell’indicazione è forte e sostenuta con  tenacia, la stessa che mostrava anche Giacomo Bologna.

La degustazione

Bricco dell’Uccellone 2021
Iniziamo la nostra degustazione con quella che Raffaella Bologna definisce “un’annata top”. Dotato di buona materia colorante, che vira verso il granato, il nostro calice si distingue per la sua vivacità e per una buona trasparenza. Al naso emergono note che ci riportano in un bosco con sentori di tartufo ma anche di funghi e di nocciole. La componente fruttata è presente ma mai sotto forma di confettura, anzi, è piuttosto “croccante” ed emerge con note di amarena, ciliegia e frutti rossi. Presenti anche note empireumatiche di cioccolato, note balsamiche e di erbe aromatiche e sentori speziati che rendono il nostro assaggio complesso e molto piacevole. Al palato ritroviamo la nota speziata data anche dall’uso del legno; presenta una buona freschezza e un tannino setoso. Equilibrato e armonico, il nostro primo assaggio ha un’ottima corrispondenza gusto olfattiva e apre in maniera ottimale la nostra degustazione.

Bricco dell’Uccellone 2020
Con il secondo calice ci troviamo di fronte alla stessa sfumatura di colore, altrettanto vivace e con la giusta trasparenza. Al naso emergono con grande piacevolezza sentori empireumatici che ci ricordano la torrefazione del caffè ma anche il cacao; anche in questo caso la componente fruttata non è da confettura ma ancora fragrante. Presenti anche note floreali di fiori secchi e sentori da evoluzione terziaria, quasi eterei. Al gusto presenta grande profondità e una buona verticalità; un’ottima piacevolezza e un’importante complessità gusto olfattiva rendono ancora più piacevole l’assaggio.

Bricco dell’Uccellone 2019
Anche il nostro terzo calice si presenta con un colore granato vivace e dotato di buona trasparenza. Al naso emergono in maniera preponderante note di erbe aromatiche che conquistano subito: timo, maggiorana ma anche alloro e sentori da macchia mediterranea a cui si aggiungono quelli da erbe officinali e un po’ di sottobosco. Lo speziato è presente ricordandoci il pepe nero, anche in questo terzo calice sono presenti note eteree mentre la componente fruttata è meno in evidenza ma pur sempre presente. Al palato presenta una bella freschezza e un tannino più percettibile del precedente ma non invasivo, ben integrato. Buona la sua struttura con meno muscolatura ma grande piacevolezza.



Bricco dell’Uccellone 2018
Concludiamo la nostra verticale di Bricco dell’Uccellone con il quarto calice che, rispetto agli altri, è di un granato che vira verso l’aranciato con maggiore carica cromatica. Al naso la frutta è quella sotto spirito ed emerge anche un sentore di “umami” che ci ricorda funghi secchi, foglie bagnate e note quasi iodate; sul finale si avverte anche un po’ il rosmarino. Al palato presenta ancora una buona freschezza e un tannino presente ma fine. Grande equilibro per un grande vino che chiude questa mini verticale capace di regalarci quattro espressioni delle stessa etichetta molto diverse fra loro, ognuna dotata di grande personalità.

Ai Suma 2021
Con la seconda  verticale aumenta l’alcolicità, anche se non sempre è percettibile, frutto anche della surmaturazione in pianta. Il colore presenta ancora note carminio, segno di giovinezza e di buona salute: una grande opulenza visiva.
Al naso emergono note di frutta evoluta ma non “marmellatosa”; presenti sentori riconducibili al rabarbaro, alle erbe officinali e una leggera speziatura senza note eccessivamente vanigliate. Al palato è pieno, morbido e rotondo; la freschezza non lascia trasparire la componente alcolica, la persistenza è lunghissima. Un assaggio elegante ed attrattivo.

Ai Suma 2020 in Magnum
Il grande formato rende questo assaggio ancora più interessante e soddisfacente. Il nostro calice si presenta di una buona vivacità cromatica, al naso sono percepibili note di sottobosco con funghi e legna bagnata; a questi si aggiungono sentori speziati e empireumatici con il cioccolato che emerge piacevolmente.
Al palato si distingue per il suo tannino ben gestito, una buona sapidità e per l’alcolicità anche qui ottimamente dosata. Sul finale è presente una nota amaricante da erbe officinali che lo rende ancora più intrigante, invitando ad un nuovo sorso.

Ai Suma 2019

Concludiamo questa seconda mini verticale con l’ultimo calice della nostra degustazione. Al naso torna il sentore di umami che avevamo avvertito anche nell’ultimo calice di Bricco dell’Uccellone; ritroviamo anche l’empireumatico che ci ricorda una scatola di sigari o del tabacco. Al palato presenta una buona freschezza che attenua la componente alcolica; dal tannino vellutato, porta con sé quasi un senso di “piccantezza” dato dal frutto e dalla speziatura. È un vino perfettamente equilibrato e dotato di buona persistenza, elegante e di grande complessità: un gran calice per concludere al meglio la nostra degustazione, ringraziare ancora una volta Raffaella Bologna della visita e augurarci di bere ancora ottime espressioni di Barbera!