Fare vino in Palestina: quando la viticoltura sfida le avversità

Serata intensa e coinvolgente quella organizzata da AIS Lecco e condotta da Massimo Recli, Sommelier e Degustatore AIS, dedicata alla viticoltura palestinese nei territori occupati, tra storia millenaria, attualità complessa e vini singolari.

Alessandro Gaboardi

L’evento organizzato da AIS Lecco, condotto da Massimo Recli, Sommelier e Degustatore AIS, è stato un’immersione nella storia, nella cultura e nello straordinario impegno dei vignaioli palestinesi che continuano a produrre vino come atto quotidiano di resistenza. Un incontro appassionante, dedicato a vini che vanno oltre il racconto del territorio. Parte del ricavato è stata devoluta da AIS Lombardia al progetto Emergenza Gaza di Medici Senza Frontiere.

Alle origini della storia del vino

In antichità, il termine Palestina o Grande Siria, terra dei Cananei e dei Fenici, faceva riferimento a quel territorio compreso fra due grandi civiltà, quella Egizia da un lato e quella Mesopotamica dall’altro, area che oggi corrisponde all’incirca a quella occupata da Israele, Palestina, Siria, Libano e Giordania.

La Palestina è uno dei luoghi in cui la storia del vino nasce e si stratifica nei millenni, ritrovamenti archeologici recenti hanno fatto emergere giare risalenti al V millennio a.C., dimostrando che qui si produceva vino ben prima della nascita di molte civiltà mediterranee.

Dal IV al VII secolo a.C. partiva da Gaza il celebre vinum gazeticum, capace di raggiungere tutto il Mediterraneo grazie alle doti commerciali e di navigazione dei Fenici, e nel palazzo reale di Tel Kabri, vicino all’attuale Haifa, è stata rinvenuta una delle più antiche cantine di stoccaggio mai identificate, con capacità stimata pari a circa 25.000 bottiglie.

La dominazione greca, poi quella romana, arricchirono ulteriormente le competenze agronomiche della regione: gestione dell’acqua, tecniche di coltivazione; perfino l’arte della soffiatura del vetro, nacque proprio in Palestina nel I sec. a.C.

Anche durante il lungo periodo di dominazione musulmana la produzione di vino non venne soppressa e anche la costituzione di nuove cantine fu consentita, ne è un esempio il contesto monastico del Monastero di Cremisan, divenuto protagonista della rinascita della viticoltura palestinese, che fu fondato nel 1885 vicino a Betlemme.

La Palestina contemporanea: una viticoltura perseverante

Oggi la viticoltura palestinese si concentra quasi totalmente in Cisgiordania, tra Ramallah, Betlemme e Hebron, un’area di circa 6.000 km quadrati dove vivono 5,5 milioni di palestinesi e oltre 700.000 coloni israeliani.

L’attuale situazione politica e sociale condiziona pesantemente il lavoro dei produttori: accesso limitato all’acqua, risorsa controllata e distribuita in modo diseguale, confisca e occupazione dei terreni a causa dell’espansione degli insediamenti, restrizioni ai movimenti, permessi difficili da ottenere e strade “by-pass” dedicate ai soli coloni, vandalismi su vigneti e oliveti, a cui si aggiunge il crollo dell’export e del turismo, arrivato dopo i tragici eventi del 7 ottobre 2023 a una riduzione dell’80% rispetto ai periodi precedenti.

Nonostante tutto, i vignaioli palestinesi resistono, in condizioni che altrove sarebbero considerate proibitive, con un obiettivo chiaro: riportare la Palestina sulla mappa mondiale del vino.

Terroir e antiche varietà per un futuro possibile

La Palestina conta circa 7.000 ettari vitati, seconda coltura agricola dopo l’olivo. Qui convivono varietà internazionali come cabernet sauvignon, merlot, syrah, chardonnay, e un patrimonio di 21 vitigni autoctoni, di cui sette attualmente vinificati.

Tra le uve simbolo, Dabouki, storica varietà a bacca bianca che rappresenta circa metà della superficie vitata. Viene principalmente utilizzata come uva da tavola o per la distillazione dell’Arak, ma una crescente parte oggi è valorizzata nella produzione di vini di qualità.

Le condizioni pedoclimatiche sono particolari: i vigneti si trovano mediamente ad un’altitudine di 700-900 metri sul livello del mare e godono sia di forti escursioni termiche, che dell’influenza del Mediterraneo. I suoli sono prevalentemente argillosi, spesso ricchi di ossidi di ferro, più raramente di calcare, e si registra anche la presenza sporadica di terreni di origine vulcanica. Nonostante la fillossera si sia diffusa negli anni ’80, poi debellata con l’introduzione di portainnesti, qui esistono ancora vigne centenarie franche di piede.

In Cisgiordania operano 11 cantine palestinesi e 29 israeliane. Le prime si distinguono per l’uso prevalente di varietà autoctone, perfettamente adattate al clima e meno dipendenti dall’irrigazione.

Le cantine protagoniste

I produttori palestinesi che operano oggi in Cisgiordania sono realtà diverse per dimensioni e storia, ma sono accomunati dalla determinazione di preservare le varietà autoctone, sostenere le comunità locali e produrre vini che siano espressione autentica del territorio.

Taybeh Winery

Nel 1995 diventa la prima birreria artigianale del Medio Oriente e approda al vino nel 2013, scelta rivelatasi cruciale dopo le recenti limitazioni all’approvvigionamento idrico che hanno interrotto la produzione brassicola. Azienda familiare sita in un villaggio cristiano vicino a Ramallah, ha perso parte dei propri 5 ettari a causa di una confisca, ma continua a produrre anche grazie ai conferitori locali.

Philokalia

Piccola realtà nata nel 2015 dal ritorno in patria di un architetto residente a Parigi. Produce da vigne sparse con un’età compresa tra i 60 e i 110 anni, i vigneti sono collocati a circa 900 metri di altitudine e piantati con varietà miste e non identificate. Il produttore predilige un approccio a basso intervento e l’uso dell’anfora, con l’obiettivo di recuperare lo spirito dei vini antichi di Palestina.

Cremisan

La più grande e strutturata cantina palestinese, situata vicino a Betlemme, è il punto di riferimento per la valorizzazione delle varietà autoctone grazie al lavoro del giovane enologo formatosi alla Fondazione Edmund Mach. Possiede 2 ettari e si affida a numerosi conferitori, sostenendo così il tessuto agricolo locale. 

Domaine Kassis

Azienda familiare fondata nel 2004 nei pressi di Ramallah, con 6 ettari a 800 metri di altitudine. Il proprietario è anche enologo presso il monastero trappista di Latrun. Ha subito danni significativi, tra cui la distruzione di una vasca di raccolta dell’acqua e un recente attacco vandalico ai vigneti, ma continua a rappresentare una realtà costante nella regione.

La degustazione

Selezione di vini che ha rivelato la sorprendente complessità della Palestina enologica, tra bianchi tesi e aromatici, rossi profondamente espressivi e interpretazioni in anfora.

Hamdani Jandali 2022 - Cremisan
50% hamdani, 50% jandali. Acciaio, affinamento di 4-6 mesi 

Vino costituito dal blend “classico” della Palestina centrale, nel calice si presenta di un colore paglierino luminoso. Mostra un naso elegante, con profumi di pesca gialla, albicocca ed erbe aromatiche. Al palato è fresco e avvolgente, a tratti quasi opulento, con una trama minerale che sostiene un finale lungo e armonico. 

Dabouki 2022 - Cremisan
100% dabouki. Acciaio, affinamento di 4-6 mesi 

Nel calice mostra un colore paglierino intenso, con delicati riflessi dorati. Vino dal profilo più verticale rispetto al precedente: in evidenza profumi di fiori bianchi, verbena, lime e susina giallo-verde, a cui seguono note di frutta gialla matura e nuances tropicali. Il sorso è netto e molto scorrevole, con una linearità che conquista, di grande purezza aromatica.

Grapes of Wrath 2022 - Philokalia
Uve a bacca bianca autoctone da vigne di 70 anni non dichiarate. Macerazione di 5-8 settimane in anfora

Un vino che nasce letteralmente dalla resilienza: le sue vigne sono state sradicate da bulldozer e poi tornate a vivere fra le rocce. Nel calice sfoggia un colore ambra lucentissimo, brillante. Il bouquet aromatico è profondamente mediterraneo: fieno, tè, tisane, timo, origano e sesamo tostato. Il sorso è equilibrato, con una trama tannica quasi impercettibile, finissima e gradevole. Vino emozionante, dotato di un finale molto persistente.

Baladi Cremisan 2020
100% baladi. Acciaio, affinamento di 14 mesi in barrique di secondo passaggio

Vino prodotto con la varietà autoctona a bacca rossa più vinificata in Palestina che si presenta in una splendida veste rubino lucente. Al naso offre un profilo vinoso, dagli aromi di ciliegia, iris, lavanda e vaniglia, corredati da una lieve speziatura orientale. Al palato è scattante, agile e fresco, con un corpo sottile e snello e un finale che perdura su note fruttate.

Anima Syriana 2021 – Philokalia
Uve a bacca nera autoctone da vigne vecchie non dichiarate. Macerazione di 2 settimane in anfora e acciaio

Nel calice mostra un colore rosso granato intenso, mentre al naso regala aromi scuri, non particolarmente fruttati, che virano più sull’oliva nera, caffè, liquirizia, timo, origano a cui seguono note iodate. Il sorso ha una tessitura molto particolare, è profondamente espressivo, fresco, intenso, dal tannino scorrevole, con un finale su sfumature cupe, quasi terrose. Un vino unico, difficilmente riconducibile a canoni consolidati, l’assaggio più enigmatico della serata. 

Nadim 2021 - Taybeh Winery
100% cabernet sauvignon. Acciaio, affinamento di 10 mesi in tonneaux di rovere francese

Nel calice si presenta di un colore granato intenso, quasi impenetrabile. Il naso svela subito note floreali di viola, un frutto ricco, che ricorda amarena, prugna, mora, ribes nero, a cui seguono liquirizia, cioccolato e un finale di incenso. Al palato è croccante, succoso, definito ed equilibrato, con un tannino finemente cesellato e magistralmente irretito dall’acidità. Il finale è molto lungo e chiude su note speziate, vino dal potenziale evolutivo interessante.

Birzeit Vineyards Reserve 2022 - Domaine Kassis
80% cabernet sauvignon, 20% merlot. Affinamento di 2 anni di barrique di rovere francese di secondo passaggio

Vino dal colore rubino intenso con sfumature granato. Il profilo olfattivo è un caleidoscopio di aromi: ciliegia, amarena, prugna, cioccolato, a cui seguono note di vaniglia, caffè e tabacco biondo. Il sorso è fresco, sapido, morbido e rotondo, dimostra eleganza ed equilibrato, anche grazie al tannino vellutato che si integra ottimamente nel corpo del vino. Un taglio bordolese completo e dalla notevole prospettiva evolutiva.

Un racconto che parla di coraggio

La serata ha mostrato come il vino palestinese non sia solo un prodotto agricolo, ma un gesto culturale e specchio dell’unicità di ciascun produttore. Tra sofferenze, incertezze e limiti imposti dal contesto politico, questi vignaioli continuano a lavorare le loro terre con orgoglio e determinazione. Il risultato di questi sforzi è un vino “caparbio”, profondamente radicato nella sua terra, il frutto di una viticoltura che merita di essere conosciuto.