Fiorduva in verticale: viaggio a Furore tra tempo, roccia e mare

Un viaggio con Guido Invernizzi in costiera amalfitana, tra i filari di vitigni rari e le fatiche eroiche di viticoltori lungimiranti. Un viaggio nel tempo attraverso sei annate del vino iconico dell’azienda Marisa Cuomo.

Chiara Sesana

La macchina sale lenta sui tornanti, attraverso strade strette e tortuose. A ogni curva, si aprono squarci di bellezza, di storia e di fatica: il mare, profondo e agitato; le vigne, aggrappate a terrazzamenti estremi; le case, costruite intorno alla strada, su e giù, nei lenzuoli di terra che la montagna ha concesso.
È Furore. Il paese che non c’è.

Furore è un paese di vie, strade e stradine, discese e salite, case affacciate sul mare e sugli strapiombi; non ci sono piazze, manca il concetto stesso di paese.
È difficile la vita per gli abitanti di questa zona, stretti tra un mare impetuoso e i monti Lattari, sempre in movimento tra l’acqua e la roccia, in questa terra inespugnabile, proprio per questo scelta dai Romani come rifugio, salvezza, nell’epoca fragile e incerta delle invasioni barbariche e della fine dell’Impero. 

Storia e cultura

La costiera amalfitana è zona di cultura greca e così anche le origini della sua scuola vinicola: Tucidide spiega che la vite arrivò in Italia portata dai Greci a Siracusa e a Pitecusa, stanziamento greco sull’isola di Ischia; da qui si spostarono sulla terraferma dando vita a una fiorente civiltà. 

Furore, Ravello e Scala furono fondate dai Romani nel periodo finale dell’Impero; minacciati dai popoli barbari che occupavano l’Italia, cercavano luoghi sicuri e difficilmente raggiungibili e questo territorio così ripido e aspro si configurava come una perfetta fortezza naturale. Col tempo, dalle zone più alte gli abitanti scesero al mare e diventarono abilissimi navigatori, tanto che la Repubblica amalfitana ha governato i mari e i commerci per buona parte del Medioevo. Roccaforte inattaccabile, nemmeno i Saraceni riuscirono ad espugnarla e così la civiltà fioriva, dedita alla pastorizia, all’artigianato e alla pesca prima, e ai traffici e all’industria poi. 

Anche Boccaccio. citando la costiera in due novelle del Decameron, la descrive come terra di città, giardini e mercanti, a testimonianza della vivacità commerciale della zona.

Chiamata dai Romani Terra furoris, Furore deve il suo nome alla furia del mare in tempesta, che con forza e impeto picchia contro le rocce. Quanto sia complicata la vita qui, lo illustrano bene i racconti e le filastrocche popolari, che parlano di statue di Santi spodestate dagli altari e gettate nelle piazze o nei campi per la rabbia dei fedeli, che non si sentivano aiutati e ascoltati nelle loro preghiere; anche il diavolo fece visita al paese, ma scappò velocemente, sconfitto dall’asprezza del luogo e dall’opposizione delle persone.

Geologia costiera

La Campania ha una superficie vitata di 23.281 ha, per una produzione annua di 1.600.000 hl. Il suo territorio è per la metà collinare (51%), dividendosi la restante metà tra il 34% della montagna e il 15% della pianura. Il clima mediterraneo delle coste lascia spazio a quello mite e poi continentale dell’entroterra (Sannio e Irpinia soprattutto).

La costiera è formata da rocce sedimentarie, eredità dell’ambiente marino che occupava questa zona nell’era mesozoica 200 milioni di anni fa. La laguna tropicale e poco profonda, che un tempo fu la costiera, ha lasciato 4500 metri di conchiglie, gusci, plancton, coralli e molluschi cementificati che oggi sono i monti Lattari, formatisi per l’avvicinamento di Africa ed Eurasia. Da Punta Campanella, estrema propaggine della penisola sorrentina, i Monti Lattari sprofondano sott’acqua per riemergere di fronte alla costa formando l’isola di Capri; isola calcarea, dunque, le cui rocce sono identiche a quelle della terraferma che le sta di fronte, e così diversa da Ischia, isola vulcanica. I monti Lattari si trovano solo per una parte sulla terraferma, scendendo poi nelle profondità del mare.

Questa è inoltre una zona soggetta a sprofondamento (e infatti il golfo di Salerno è uno dei punti più profondi dei mari italiani): l’unione di queste due forze opposte, la spinta verso l’alto delle montagna e lo sprofondamento, insieme con le variazioni del livello del mare, crea i tipici terrazzi marini, gradoni affacciati a strapiombo sul mare.

Le glaciazioni sono anche all’origine del celeberrimo fiordo di Furore, che dal punto di vista geologico non è propriamente un fiordo, bensì una ria, cioè una valle fluviale invasa dal mare: l’erosione fluviale ha creato la gola, che poi si è riempita d’acqua terminate le glaciazioni, quando il livello del mare si è alzato.

In questo territorio di rocce calcareo-dolomitiche ci sono delle peculiarità interessanti: la presenza diffusa di lava dovuta al depositarsi di materiale piroclastico proveniente dai vulcani esplosivi di questa zona e la quantità elevata di magnesio presente nelle rocce, originata dalla somma del magnesio già presente in esse con quello dell’acqua marina che si è sedimentato al loro interno.

È evidente che le caratteristiche geologiche di questo territorio ne facciano un unicum, diverso da qualunque altro luogo. 

Le sottozone della DOC Costa d’Amalfi

Furore: questa sottozona si estende sui territori di quattro comuni, Furore, Praiano, Conca dei Marini e Amalfi per un totale di circa 35 ettari iscritti alla DOC; tra le tre, questa è sicuramente la più calda e siccitosa, ma anche la più ventilata grazie alla sua posizione che riceve sia le brezze marine durante il giorno, sia l’aria fresca che scende dai monti Lattari durante la notte.

Ravello: anche questa sottozona comprende quattro comuni, Ravello, Scala, Minori e Atrani. Le sue colline sono più chiuse tra le gole, pertanto gode di un clima più fresco; le vigne, collocate tra i 400 e i 500 metri vedono una prevalenza delle varietà a bacca bianca, soprattutto ginestra e biancazita.

Tramonti: nel territorio dei comuni di Tramonti e Maiori, è la zona più densamente vitata della Costiera. Qui si coltiva il tintore, vitigno esclusivo di questa zona.

Storia e dati aziendali di Marisa Cuomo

Fondata nel 1942 da Andrea Ferraioli e dedicata poi alla moglie Marisa Cuomo, questa azienda familiare consegna al mondo una storia di qualità, eccellenza e ricerca che l’ha resa una tra i migliori marchi dell’enologia italiana a livello internazionale. 

Ai 3,5 ha di proprietà se ne aggiungono 18 in contratti di affitto e 22 provenienti da conferitori. Le vigne si arrampicano sulla falesia del fiordo, da 150 fino a 600 m s.l.m., con esposizione rivolta verso sud.  La produzione si divide tra il 70% di bianchi e il 30% di rossi e rosati, per un totale di 215.000 bottiglie; di queste, 20.000 sono di Fiorduva, il vino di punta dell’azienda e uno dei più richiesti d’Italia. 

Costa d’Amalfi Furore bianco DOC Fiorduva

Il Costa d’Amalfi Furore bianco DOC Fiorduva è un vino prodotto con 30% di fenile, 30% di ginestra e 40% di ripoli, tre vitigni autoctoni e identitari della costiera. Le vigne appartengono interamente al territorio della sottozona Furore. 

L’allevamento è a pergola amalfitana; i pergolati sono in pali di castagno e sono costruiti a mano, così come manualmente viene svolta la vendemmia e qualunque intervento che la vigna necessiti. I terrazzamenti, ripidi ed estremi, modellano il paesaggio di questi luoghi quasi inaccessibili, dove coltivare è davvero un gesto eroico. 

Le uve vengono raccolte surmature nella terza decade di ottobre e fermentano a 12 °C per circa tre mesi in barrique di rovere francese di cinque differenti tipologie e tostature. 

I vitigni 

Ripoli: solitamente usato in assemblaggio, è un vitigno che apporta freschezza e morbidezza, con un alto tenore zuccherino, media acidità e buona sapidità. Dona ai vini un carattere salino e mediterraneo, tipico dei bianchi di questa zona.

Fenile: probabilmente deve il suo nome al colore del fieno. È il vitigno più materico, apporta dunque ai vini struttura e volume; grazie a un buon tenore zuccherino, tende alle morbidezze. Possiede una discreta capacità di evoluzione e lo si trova spesso piantato a piede franco.     

Ginestra: vitigno floreale molto aromatico, ha un DNA simile a quelli di biancatenera e biancazita. Nel Fiorduva, rappresenta la firma aromatica.

Nel Fiorduva ognuno di questi tre vitigni interagisce con gli altri attraverso le sue peculiarità, il ripoli apporta acidità, il fenile morbidezza e la ginestra aromaticità, in uno scambio equilibrato e armonico, come in un incontro di corrispondenze.

La degustazione

La verticale di Fiorduva in cui siamo stati guidati è un privilegio: non solo perché dà la possibilità di seguire l’evoluzione elegantissima di un vino prezioso accompagnati da Guido Invernizzi, profondo e appassionato conoscitore di questa cantina e di questo vino; ma anche perché, delle sei annate in degustazione, solo tre, le più recenti sono ancora in commercio mentre le ultime tre provengono dalla riserva personale dell’azienda e sono dunque un regalo inestimabile. 

Le prime tre annate in degustazione sono la 2024, 2023 e 2022; seguono poi 2019, 2015 e 2013.

Fiorduva 2024

Alla vista il vino si presenta come un caleidoscopio di sfumature, dal verdolino, al paglierino fino al dorato; brillante e vivace, di ottima fittezza, dimostra una carica cromatica viva. Consistente e strutturato.  All’esame olfattivo si sente subito il carattere mediterraneo di un vino che ha il mare vicino: agrumi, scorza di cedro, pesca, e poi una nota di mineralità salmastra, insieme a un sentore balsamico e mentolato; si percepisce anche una spezia dolce e un accenno empireumatico di nocciola un po’ tostata.
All’assaggio il vino è saporito, quasi salato, e contemporaneamente morbido, rotondo, vellutato; si percepisce anche in bocca la freschezza dell’agrume che prosegue rendendo il vino persistente, equilibrato e armonico.

Fiorduva 2023

Anche questo calice riflette sfumature diverse che vanno dal verdolino al dorato; il colore è fitto e vivace e il vino consistente. 
I sentori di frutta sono leggermente più maturi, di pesca, cedro e frutta tropicale; al balsamico si aggiunge un accenno di miele; i profumi iodati sono netti. Rispetto al precedente, qui il floreale trova più spazio.
La base sapida resta la caratteristica principale, anche questo vino infatti è saporito. La nota di miele si percepisce anche al gusto, insieme a una di liquirizia. Anche questo è un vino persistente.
È un vino equilibrato, nell’incontro di morbidezze, durezze e sorsi e con molta attrattiva. 

Fiorduva 2022

Questa è un’annata che ha un quid in più rispetto alle altre. All’esame visivo il vino è dorato: è un colore vivo e sano e che potremmo definire brillante. Anche in questo caso i profumi sono più maturi, pesca, albicocca, e sempre la frutta tropicale; presente anche il floreale, soprattutto camomilla. Si percepisce anche un accenno di burro, ma nel complesso è sempre un naso fresco.
In bocca la nota mielata si appoggia su una base sapida e salmastra; è un vino salino, fresco e di una persistenza infinita.

Fiorduva 2019

Il calice è di un dorato vivace e fitto. I profumi sono quelli del miele, della mandorla e della nocciola; cominciano a comparire i sentori della caramellizzazione degli zuccheri e un accenno di idrocarburo. Anche qui si mantiene la balsamicità e il carattere marino.
Questo naso evoluto e con degli accenni di terziarizzazione viene però smentito all’assaggio, che resta decisamente sapido; alla sapidità si accompagnano delle percezioni dolci di crème caramel e una nota fumé, che donano al vino equilibrio e armonia. È un vino persistente ed elegante.

Fiorduva 2015

Alla vista il vino è dorato, vivo, di una perfetta sanità cromatica. Il naso è rivolto alla terziarizzazione, si sentono accenni di idrocarburo e di solvente, di frutta secca e acacia; anche il floreale vira verso i fiori secchi. Le note di piante officinali testimoniano il carattere comunque marino e mediterraneo di questo vino.
Al sorso emergono note vulcaniche e di carbone, come un ricordo del gusto del terreno. Anche in questo caso stiamo degustando un vino persistente, armonico ed equilibrato.

Fiorduva 2013

Questo vino dorato, vivo e vivace, sembra avere un lampo di verdolino, quasi un ricordo arrivato dal tempo. All’esame olfattivo è un vino ampio: agrumi, spezie, miele, frutta, balsamicità, i profumi si compenetrano elegantemente. Il gusto, vellutato, resta comunque fresco e sapido e sempre persistente. 
Questo vino è armonico ed equilibrato e, a differenza di tutti i precedenti che erano pronti, possiamo considerarlo maturo.

La macchina sale lenta sui tornanti, attraverso strade strette e tortuose.
Si è fatto buio. 
È stato un bel viaggio, nei luoghi, nei tempi, nelle storie.
I luoghi della geografia, del lavoro, della natura e dell’uomo.

I tempi del mondo, che si contano in milioni di anni, delle civiltà, che si contano in epoche, del vino, che si contano in annate, e ognuna è diversa, e ad ogni annata il vino si evolve e un nuovo vino intanto nasce.

Le storie delle persone che qui sono arrivate e sono rimaste, delle famiglie che hanno scelto di restare e di costruire e di tutti quelli che ogni giorno percorrono le strade, le salite e le discese, sempre in bilico, aggrappati alla terra, come le vigne.