Henri Giraud: un lavoro di misura

Un percorso tra tradizione e innovazione in cui il vino prende forma come un lavoro di misura: un assemblaggio che coinvolge uve, legno e tempo, costruito attraverso scelte tecniche calibrate e una gestione consapevole di ogni variabile.

Giovanni Libutti

Come accade con alcune maison della Champagne difficili da ricondurre a uno stile univoco, Henri Giraud sembra definirsi più per un metodo che per un risultato immediatamente riconoscibile. Un modo di lavorare in cui tradizione e innovazione convivono senza gerarchie, in una relazione continua. Questo approccio si organizza attorno a tre elementi essenziali: Aÿ, con la sua craie e la tensione che imprime ai vini; il pinot noir, vitigno centrale e matrice espressiva; la foresta dell’Argonne, da cui proviene il legno che diventa parte attiva del processo. Non sono semplici riferimenti, ma materiali di lavoro, messi in relazione e progressivamente adattati.

Il savoir-faire, in questo contesto, non è un patrimonio immobile, ma un processo in evoluzione. Le pratiche tradizionali — a partire dall’uso del legno — vengono rilette, modificate, integrate, mentre l’innovazione si inserisce come estensione degli strumenti disponibili, più che come rottura.

Ne emerge un approccio che, per certi aspetti, ricorda un lavoro di misura: non tanto nel risultato finale, quanto nella costruzione. Il vino nasce da una combinazione ragionata di variabili — uve, legno, tempo — in cui anche la barrique, selezionata e tracciata con precisione, entra a far parte dell’assemblaggio.

La serata guidata da Manlio Giustiniani, sommelier AIS, insieme a Tiziana Mirabella, brand ambassador della maison, ha reso evidente proprio questo: più che una coerenza stilistica, un sistema di scelte.

Una maison familiare in movimento

Henri Giraud è una realtà apparentemente piccola, con circa 400.000 bottiglie prodotte, ma capace di collocarsi stabilmente tra le espressioni più interessanti della Champagne contemporanea. La base è ad Aÿ, con circa 10 ettari di proprietà, e una struttura che resta profondamente familiare. Le radici della famiglia affondano nel 1625, ma per secoli l’attività rimane agricola, limitata alla coltivazione e alla vendita delle uve. Il vero punto di svolta arriva nel 1950, quando Henri Giraud decide di fondare la maison e iniziare a vinificare in proprio. È però con Claude Giraud, a partire dal 1983, che si definisce l’impostazione attuale: una visione radicale, coerente, capace di rimettere in discussione le certezze tecniche della Champagne. Nel 2023 il passaggio a Emmanuelle Giraud non segna una rottura, ma una continuità naturale, quasi inevitabile. Questa dimensione contenuta permette qualcosa di raro: libertà. Qui ogni scelta può essere riconsiderata, ogni percorso modificato, ogni equilibrio ridefinito. Nulla è mai completamente definitivo.

Aÿ, pinot noir e Argonne: i fondamenti del sistema

Il lavoro di Henri Giraud può essere ricondotto a tre elementi fondamentali: Aÿ, il pinot noir e la foresta dell’Argonne. Non semplici riferimenti geografici o varietali, ma materiali di lavoro, che definiscono le condizioni entro cui il vino prende forma.

Aÿ rappresenta il punto di partenza. Non è soltanto uno dei 17 Grand Cru della Champagne, ma, storicamente, il suo centro originario. Fino al 1728, agli albori della nascita dello champagne, questo villaggio costituiva il riferimento assoluto, una centralità che si riflette ancora oggi nella toponomastica (Verzenay come “verso Aÿ”, Épernay come “sotto Aÿ”) e che continua a emergere come forza espressiva nei vini.

Alla base di questa identità c’è la craie. Il rapporto tra vite e suolo ad Aÿ è diretto, quasi immediato: pochi centimetri di terreno superficiale e poi una massa imponente di calcare, che può estendersi per centinaia di metri in profondità. Si tratta di una formazione antichissima, capace di imprimere ai vini una firma precisa — salinità, componente iodata, tensione strutturale — poi modulata dalla presenza delle marne e dall’esposizione sud–sud-est, che garantisce maturazioni complete ma sempre sostenute da freschezza.

In questo contesto il pinot noir trova una delle sue espressioni più compiute. Non è soltanto il vitigno predominante della maison, ma quello che storicamente ha definito l’identità della Champagne. Lo chardonnay, oggi fondamentale nella costruzione degli assemblaggi, rappresenta un’acquisizione più tarda, legata principalmente alla ricerca di maggiore precisione e slancio nella fase di pressatura.

Il terzo elemento è la foresta dell’Argonne, che introduce una dimensione ulteriore. Il legno non è qui un componente accessorio, ma parte integrante del sistema: un materiale che, al pari del suolo e del vitigno, contribuisce alla definizione del vino.

È proprio su questo passaggio — dal legno come materiale al legno come strumento — che si innesta l’aspetto più radicale del lavoro di Henri Giraud, trasformando il contenitore da elemento tecnico a parte attiva del processo.

Dal contenitore al sistema: legno, foresta e controllo della materia

La svolta più evidente nel percorso di Henri Giraud arriva nel 2016, con l’abbandono completo della vinificazione in acciaio inox. Una scelta che, letta isolatamente, potrebbe sembrare un ritorno al passato, ma che in realtà si inserisce in una logica opposta: non semplificare il processo, ma aumentare il livello di controllo. Il legno, tradizionalmente percepito come elemento potenzialmente invasivo, viene qui assunto come strumento principale proprio perché, se gestito con precisione sufficiente, consente una modulazione più fine rispetto all’acciaio.

In questo passaggio si inserisce il ruolo della foresta dell’Argonne, che smette di essere una semplice fonte di materia prima per diventare una vera estensione del terroir. Il substrato di gaize, siliceo e poroso, rallenta la crescita degli alberi e produce un legno a grana stretta, capace di garantire una microossigenazione estremamente controllata. È questo il primo livello di intervento: un legno che non impone aromi, ma agisce sulla struttura del vino, accompagnandone l’evoluzione senza sovrapporsi.

Su questa base, il lavoro della maison si sviluppa in maniera progressiva. Le querce vengono analizzate e differenziate in base alla loro posizione nella pianta: le parti più basse danno vini più densi e compatti, mentre quelle più alte generano profili più ariosi. Questo tipo di classificazione introduce una componente ulteriore, che si aggiunge a quelle tradizionali. Ma ciò che definisce davvero il sistema è il livello di tracciabilità. Ogni barrique è identificata con precisione: foresta di provenienza, parcella, età dell’albero, posizione, momento dell’abbattimento e lavorazioni successive. In questo modo il contenitore smette di essere neutro e diventa parte integrante della costruzione del vino.

La stessa logica si ritrova nel modo in cui viene affrontata la tostatura. Invece della fiamma diretta, Henri Giraud utilizza il bichotan, un carbone giapponese capace di sviluppare temperature elevate senza produrre combustione visibile. Il calore si trasmette per irraggiamento, in modo lento e uniforme, evitando la carbonizzazione superficiale del legno. I tannini non vengono “bruciati”, ma trasformati gradualmente, diventando più fini e più integrati. È un passaggio decisivo, perché permette di ottenere tostature lunghe senza introdurre note affumicate o uniformanti. Il fuoco, in questo contesto, perde la propria funzione più aggressiva e diventa uno strumento di regolazione.

Il controllo si estende infine alla struttura stessa delle barrique. I fondi non sono in legno, ma in ceramica, un materiale stabile e inerte che elimina la componente non tostata della botte e permette una gestione più precisa delle condizioni interne. Ogni barrique può essere regolata singolarmente, intervenendo direttamente su temperatura e fermentazioni. Non si controlla più l’ambiente nel suo insieme, ma il singolo contenitore.

Il risultato è un sistema in cui il legno non rappresenta più un fattore esterno da gestire, ma uno degli elementi fondamentali dell’assemblaggio. Non solo uve e annate, quindi, ma anche barrique, provenienze e lavorazioni. È in questo passaggio che la tecnica si sposta definitivamente dal piano dello strumento a quello del metodo.

Il tempo come variabile: la réserve perpétuelle

Se il legno rappresenta lo strumento attraverso cui la materia viene modulata, il tempo è l’elemento che ne garantisce la continuità. In questo senso si inserisce la réserve perpétuelle, avviata nel 1990. Ogni anno una parte viene utilizzata e sostituita con il vino nuovo, mantenendo così una stratificazione che attraversa l’intera produzione. Non si tratta solo di una tecnica di riserva, ma di un sistema che permette di integrare annate diverse all’interno di una stessa identità. La conservazione avviene in condizioni controllate, attraverso serbatoi di cemento mantenuti a temperatura costante, sepolti nel fondale della Marna, evitando sbalzi e accelerazioni evolutive.

Ancora una volta, tradizione e innovazione coincidono: il principio è antico, ma la sua gestione diventa estremamente precisa.

La degustazione

Esprit G Nature 

Ad aprire il percorso è Esprit G Nature – Henri Giraud, cuvée introdotta nel 2018 e pensata come dichiarazione d’intenti più che come vino d’impatto. Nel nome, il termine “nature” non rimanda al dosaggio, ma alla gestione della materia: assenza di residui di pesticidi e utilizzo estremamente contenuto di solforosa. Già in questa scelta si ritrova l’impostazione della maison, fondata più sul controllo che sulla sottrazione. L’assemblaggio è dominato dal pinot noir, con una quota di chardonnay proveniente da Aÿ, integrata da una parte di réserve perpétuelle. La vinificazione in barrique, qui tra il terzo e il decimo passaggio, rimane discreta, quasi impercettibile. Al naso il vino si muove su un registro netto, dove emergono subito richiami marini: ostrica, accenti iodati, una salinità diretta. Non è un profilo costruito sulla complessità, ma sulla direzione. In bocca la materia è evidente, ma sempre controllata. Non si espande, resta raccolta. Il legno non si impone: si lascia intuire appena, in una sfumatura leggermente vanigliata, coerente con la giovinezza del vino.

Il dato più interessante resta però la sensazione tattile. Si forma una patina sulla lingua che dà consistenza alla mineralità, trasformandola da percezione aromatica a presenza fisica. Il finale, salino e iodato, non conclude, ma rilancia il sorso, introducendo il filo conduttore della degustazione.

Blanc de Craie Blanc de Blancs 

Con il Blanc de Craie Blanc de Blancs cambia il vitigno, ma non l’impostazione. Lo chardonnay qui si discosta nettamente dal modello della Côte des Blancs, abbandonando la verticalità più affilata per una dinamica più articolata. Proveniente in gran parte da Aÿ, con una quota da Louvois, il vino mantiene una struttura che privilegia il movimento rispetto alla linearità. Il naso si costruisce su un registro agrumato diverso: il cedro sostituisce il limone, introducendo una maturità più profonda. A questo si affiancano note di ginestra, che ampliano il profilo senza alleggerirlo. In bocca il vino non si distende, ma si muove. Non esiste una fase statica, ma una progressione continua, in cui la materia resta presente senza mai irrigidirsi. Anche qui ritorna la sensazione già incontrata in apertura: quella patina che definisce una mineralità percepita più come consistenza che come aroma. Il finale introduce una leggera sfumatura balsamica che allunga il sorso e ne amplia la lettura, mantenendo saldo il riferimento salino.

Hommage au Pinot Noir 

Con l’Hommage au Pinot Noir il discorso si centra sul vitigno, ma in una forma che evita ogni espressione diretta di potenza. Il pinot noir proviene da Aÿ e da altri villaggi della Montagne de Reims, e viene vinificato in barrique seguite da un breve passaggio in acciaio smaltato, necessario a contenere la naturale espansività del varietale. Al naso emergono sensazioni cipriate, quasi polverose, che rimandano in modo diretto alla craie. La struttura del vitigno è percepibile, ma resta trattenuta.

Il sorso si sviluppa con regolarità. Non ci sono scarti, né momenti di tensione marcata: il vino riempie il palato con precisione, mantenendo una linea continua. La bolla è fine, mai aggressiva, perfettamente integrata. Il finale, ancora salino e iodato, richiama immediatamente il sorso successivo, confermando un’impostazione che privilegia l’equilibrio alla dichiarazione.

Cuvée PR Aÿ Grand Cru S/A 

Si entra in una dimensione diversa, in cui il tempo assume un ruolo strutturale. Il vino nasce dall’assemblaggio di réserve perpétuelle che coprono un arco temporale ampio, e questa stratificazione si riflette immediatamente nel profilo aromatico. Il naso si sviluppa su note di albicocca, frutta candita, nocciola, con evoluzioni verso registri più complessi, che includono accenti di tartufo e fungo fresco. Non è un vino costruito sulla freschezza immediata, ma sulla profondità. E tuttavia, in bocca, si mantiene una tensione sorprendente: l’acidità è viva, la struttura resta leggibile.

La materia è ampia, con una vocazione dichiaratamente gastronomica. Il sorso introduce una componente amaricante, ma sempre in accezione nobile, con richiami a erbe officinali. Con l’ossigenazione, la salinità emerge progressivamente, fino a diventare l’elemento che definisce il finale. È qui che il terroir riaffiora con maggiore chiarezza, dimostrando come anche in un vino costruito sul tempo Aÿ resti riconoscibile.

Aÿ Grand Cru MV 20 S/A 

Questo champagne rappresenta il punto di equilibrio più alto della degustazione, ed è indicato dalla maison come cuvée de prestige. L’assemblaggio multi-vintage unisce una base di annata con una quota significativa di réserve perpétuelle. La vinificazione in barrique include una percentuale rilevante di legno nuovo, che tuttavia non emerge mai in modo diretto. Ed è proprio in questo aspetto che il vino trova la sua cifra più interessante. Il legno è presente, ma completamente integrato. Non si avverte come elemento autonomo, ma come struttura. Al naso il profilo resta misurato, quasi trattenuto. Non cerca apertura, ma richiede tempo. In bocca il vino è ampio, ma sempre sostenuto da equilibrio. La sapidità accompagna lo sviluppo del sorso senza mai forzarlo.

È un vino austero, nel senso più composto del termine, e costruito per evolvere. Più che immediatamente espressivo, appare progressivo, destinato a distendersi nel tempo.

Argonne Aÿ Grand Cru 2017 

A chiudere il percorso è Argonne Aÿ Grand Cru 2017, la cuvée più rappresentativa della maison e quella in cui tutti gli elementi convergono. L’annata 2017, complessa sul piano climatico, ha imposto una selezione rigorosa, riducendo le quantità e accentuando il carattere del vino. Il risultato è una cuvée che si distingue per concentrazione e dinamica. Il naso si sviluppa su registri più scuri: agrumi maturi, arancia tarocco, accompagnati da una componente mentolata e balsamica che contribuisce a definire la profondità del profilo. In bocca il vino cambia scala. La materia è importante, il grip evidente, ma sostenuto da una progressione continua. Non si tratta di potenza fine a sé stessa, ma di energia controllata. Il finale è lungo, persistente, segnato da una salinità che resta coerente con tutto il percorso degustativo. È un vino che non cerca necessariamente consenso, ma che difficilmente passa inosservato. Anche per questo rappresenta una chiusura coerente: non sintetizza la degustazione, ma ne rende esplicite le tensioni.

Conclusione

E alla fine, più che una sequenza di vini, ciò che resta è il metodo con cui sono stati costruiti. Un metodo che, per certi aspetti, ricorda quello di un sarto: non tanto nel risultato finale, che nel bicchiere può anche apparire immediato, quanto nel processo, nella scelta dei materiali, nella loro combinazione, nella capacità di adattarli senza forzarli.

Henri Giraud sembra muoversi in questa direzione. Non parte da un modello da replicare, ma da componenti molto diverse tra loro (il suolo, i vitigni, il tempo, il legno), progressivamente messe in relazione. Il punto non è semplificare, ma trovare un equilibrio che possa reggere.

In questo passaggio l’assemblaggio assume un significato più ampio. Non riguarda solo il vino, ma anche ciò che lo contiene. La barrique smette di essere uno strumento neutro e diventa una componente, gestita con la stessa attenzione riservata alle uve. Il risultato si sviluppa all’interno di un perimetro coerente, in cui ogni elemento trova una propria collocazione.

Come in un lavoro sartoriale riuscito, la struttura tende a scomparire. Il legno raramente si impone, la tecnica non si esibisce. Resta una forma coerente, leggibile, in cui la complessità si ricompone in equilibrio. Più che uno stile definito, emerge così un modo di lavorare: un approccio che non semplifica la materia, ma prova a governarla attraverso un controllo attento delle variabili.

È proprio in questo equilibrio, tra controllo e interpretazione, che si coglie l’aspetto più interessante del percorso.