I quattro moschettieri dello champagne: Côte des Bar

Racconti dalle delegazioni
09 settembre 2026

I quattro moschettieri dello champagne: Côte des Bar

Quarto e ultimo appuntamento dell'approfondimento dedicato alla Champagne da AIS Monza e Brianza. Il quarto "moschettiere" che ci ha guidato è stato Artur Vaso che ci ha raccontato geologia, storia e vini di un territorio che ha sempre fatto parte della Champagne, anche quando la Champagne sembrava averlo dimenticato.

Giovanni Libutti

Ci sono territori che crescono al centro e territori che si definiscono ai margini. La Côte des Bar appartiene alla seconda categoria. Per secoli è stata una terra di confine, troppo vicina alla Borgogna per essere considerata pienamente Champagne e troppo profondamente legata alla Champagne per essere davvero Borgogna. Un territorio attraversato da appartenenze mutevoli, dispute politiche e interessi economici che nel tempo non ne hanno mai cancellato l'identità. Eppure proprio questa posizione apparentemente scomoda rappresenta oggi una delle sue principali risorse.

La serata condotta da Artur Vaso ha raccontato il percorso di una regione che negli ultimi anni ha progressivamente modificato il proprio ruolo all'interno del panorama champenois. A lungo considerata una periferia produttiva, utile soprattutto per la disponibilità di uve e per il contributo fornito alle grandi maison della Marna, la Côte des Bar è diventata una delle aree più dinamiche e interessanti della denominazione. Non si tratta soltanto di una crescita qualitativa. Sempre più produttori hanno iniziato a raccontare il territorio attraverso le proprie bottiglie, valorizzando parcelle, villaggi e annate. Una trasformazione che ha portato alla luce una realtà molto più complessa di quanto suggeriscano le immagini più stereotipate della Champagne. La Côte des Bar rappresenta oggi quasi un quarto dell'intera superficie vitata della denominazione e trova nel pinot noir il proprio interprete privilegiato. Ma ridurla a una semplice terra di pinot noir sarebbe una semplificazione. Geologia, clima e storia raccontano una regione che guarda contemporaneamente in due direzioni: verso la Champagne, di cui condivide il destino, e verso la Borgogna, con cui conserva legami profondi e sorprendenti.

È forse proprio qui che risiede il suo interesse. Più che una Champagne minore, la Côte des Bar appare come una Champagne diversa. Un territorio che per lungo tempo è stato osservato dai margini e che oggi, proprio attraverso le sue differenze, contribuisce a raccontare una parte essenziale della storia della regione.

Una Champagne diversa

Osservata sulla carta geografica, la Côte des Bar appare quasi separata dal resto della Champagne. Da Épernay occorrono oltre due ore di viaggio per raggiungerla, mentre Chablis e le prime propaggini della Borgogna distano meno di un'ora. Non si tratta soltanto di una questione chilometrica. Il percorso che conduce verso sud attraversa pianure agricole, campi di cereali e foreste che interrompono la continuità del paesaggio tipico della Champagne centrale. È in questa posizione che si comprende una delle caratteristiche fondamentali della Côte des Bar: quella di area di transizione. Una terra che da secoli vive al confine tra Champagne e Borgogna e che continua ancora oggi a portarne le tracce.

Anche il nome sembra raccontarne la natura. Secondo una delle interpretazioni più accreditate, il termine Bar deriverebbe da una radice celtica legata all'idea di altura o sommità. Una definizione che ben si adatta a un paesaggio modellato da vallate, corsi d'acqua e rilievi che si sviluppano tra Bar-sur-Aube e Bar-sur-Seine lungo l'altopiano di Langres. La Côte des Bar costituisce il principale nucleo viticolo dell'Aube e da sola rappresenta circa il 23% dell'intera superficie vitata della denominazione Champagne. Su quasi 7900 ettari di vigneto il pinot noir domina nettamente il paesaggio, occupando circa l'84% delle superfici impiantate. Osservata dal vivo, restituisce inoltre un'immagine molto diversa da quella comunemente associata alla Champagne. I vigneti si alternano a boschi, prati, torrenti e terreni agricoli in una sorta di mosaico rurale che ricorda, per alcuni aspetti, la vicina Borgogna. Chi arriva qui aspettandosi la Champagne delle grandi avenue, delle maison monumentali e del lusso più codificato scopre invece una regione appartata, attraversata da villaggi di pietra e legno, piccoli corsi d'acqua, antiche chiese e una ruralità che altrove sembra essersi progressivamente attenuata.

Anche la struttura sociale del territorio presenta caratteristiche particolari. A differenza di quanto accade in molte aree storiche della Champagne, una parte significativa dei proprietari di vigneto non esercita la viticoltura come attività esclusiva. Questa frammentazione ha contribuito a mantenere un rapporto più stretto tra il vigneto e le altre attività agricole del territorio.

La Côte des Bar appare così come una Champagne meno urbana, più rurale e meno specializzata, dove la vite continua a convivere con altre forme di utilizzo del paesaggio.

Una viticoltura al limite

Come tutta la Champagne, anche la Côte des Bar si trova ai limiti settentrionali della coltivazione della vite. La limitata disponibilità di calore e luce favorisce naturalmente acidità elevate e una maturazione che privilegia freschezza e tensione più che ricchezza e concentrazione. Il territorio è influenzato dall'incontro tra clima oceanico e continentale. Il primo garantisce precipitazioni relativamente regolari e modera gli sbalzi termici, il secondo introduce gelate e condizioni meteorologiche spesso severe. Rispetto alla Marna, la Côte des Bar gode di temperature mediamente più miti e di una maggiore facilità di maturazione del pinot noir. Le gelate primaverili e la pressione delle malattie fungine restano però fattori determinanti nella gestione del vigneto. In questo equilibrio fragile si trova una delle chiavi dei vini della regione: precisione, freschezza e una tensione sapida che emergerà più volte nel corso della degustazione.

Il mare sotto le vigne

La differenza più evidente tra la Côte des Bar e le altre regioni della Champagne emerge osservando il sottosuolo. Spesso si tende ad associare l'intera denominazione alla craie, il celebre gesso che caratterizza molte delle immagini più conosciute della regione. La realtà è però molto più articolata. La Côte des Blancs, la Côte de Sézanne, Montgueux e l'area di Vitry-le-François poggiano prevalentemente su affioramenti gessosi; la Montagne de Reims su livelli di craie più profondi; gran parte della Vallée de la Marne presenta invece una maggiore presenza di argille, marne e sabbie.

La Côte des Bar segue una strada diversa. Qui dominano marne argilloso-calcaree formatesi durante il Giurassico Superiore, una matrice geologica che la avvicina molto più a Chablis che alla Champagne settentrionale. Le colline, comprese generalmente tra 180 e 250 metri di altitudine, sono costruite come una successione di livelli geologici sovrapposti: il Portlandiano occupa spesso le parti sommitali dei rilievi, mentre il Kimmeridgiano affiora lungo i versanti, generalmente esposti a sud e sud-est.

È proprio il Kimmeridgiano a rappresentare una delle chiavi di lettura fondamentali del territorio. Formatosi tra 157 e 152 milioni di anni fa, è costituito da marne scure alternate a strati calcarei e conserva ancora oggi un'impressionante quantità di testimonianze dell'antico mare che occupava questa parte d'Europa. Per comprenderne l'origine bisogna tornare molto indietro nel tempo. Gran parte dell'attuale Bacino di Parigi era infatti sommersa da acque marine che, nel corso di milioni di anni, hanno depositato sedimenti, fossili e materiali organici destinati a trasformarsi nei suoli che oggi sostengono il vigneto. I fossili sono ancora largamente presenti. Tra i più caratteristici figurano le piccole ostriche fossili Exogyra virgula, divenute quasi il simbolo del Kimmeridgiano, ma non mancano resti di coralli, molluschi, belemniti e microscopici organismi marini che ancora oggi contribuiscono alla composizione delle marne.

La parentela tra la Côte des Bar e Chablis non è soltanto una questione di vicinanza geografica o di influenze culturali. È una parentela scritta nella roccia. Non è un caso che i suoli della regione vengano spesso accostati a quelli di alcuni tra i territori più prestigiosi della viticoltura francese. Le marne kimmeridgiane della Côte des Bar mostrano infatti sorprendenti analogie con quelle dei grandi cru di Chablis e persino con alcuni celebri vigneti della Loira, come i Monts Damnés di Chavignol, a Sancerre.

La vite affonda le proprie radici in terre argilloso-calcaree ricche di fossili marini, in una matrice che i viticoltori locali indicano talvolta con il termine griotte. È da questi suoli che molti produttori fanno derivare alcune delle caratteristiche più riconoscibili dei vini dell'Aube: una spiccata tensione acida, una marcata impronta salina e una particolare capacità di associare profondità e bevibilità.

Qui emerge uno dei paradossi più affascinanti della Côte des Bar. Pur condividendo gran parte della propria geologia con Chablis, il territorio non è diventato la patria dello chardonnay, bensì quella del pinot noir.

Il paradosso del pinot noir

Esiste infatti un'apparente contraddizione che attraversa tutta la Côte des Bar. Pur condividendo gran parte della propria matrice geologica con alcuni dei più celebri territori dello chardonnay francese, la Côte des Bar ha costruito la propria personalità viticola attorno al pinot noir. Le ragioni sono molteplici. La prima è agronomica. Lo chardonnay germoglia più precocemente e risulta quindi particolarmente vulnerabile alle gelate primaverili, uno dei rischi più frequenti della regione. Il pinot noir, pur non essendo un vitigno semplice, sembra adattarsi meglio alle condizioni climatiche locali.

A questo si aggiungono fattori storici e commerciali. Per decenni la Côte des Bar ha rappresentato una riserva strategica di uve rosse per le grandi maison della Marna, contribuendo a consolidare ulteriormente la presenza del vitigno.

Anche il clima ha avuto un ruolo decisivo. Le influenze oceaniche provenienti da ovest e le temperature mediamente più elevate rispetto alla Champagne settentrionale permettono al pinot noir di raggiungere maturazioni particolarmente favorevoli. Non sorprende quindi che ancora oggi esso occupi circa l'84% della superficie vitata della regione.

La marginale presenza del meunier contribuisce a confermare questa vocazione. In gran parte della Champagne il vitigno svolge una funzione importante grazie alla sua adattabilità e alla capacità di garantire regolarità produttiva nelle annate più difficili. Nella Côte des Bar, tuttavia, il pinot noir sembra trovare condizioni sufficientemente favorevoli da non richiedere lo stesso supporto. Anche il clima locale gioca un ruolo determinante, poiché la naturale precocità del meunier lo esporrebbe ulteriormente ai rischi legati alle gelate primaverili. Ne deriva una regione in cui il pinot noir non è semplicemente il vitigno più diffuso, ma il principale interprete della regione.

E forse proprio qui emerge una delle differenze più interessanti rispetto ad altre aree della Champagne. Nella Montagne de Reims il predominio del pinot noir rappresenta soprattutto l'espressione di una tradizione storica consolidata; nella Côte des Bar appare invece come il risultato di una convergenza di fattori geologici, climatici ed economici.

È un paradosso solo apparente. Perché se il sottosuolo guarda alla Borgogna, il vino continua a parlare il linguaggio della Champagne.

Una storia ai margini della Champagne

Molto prima che la Champagne venisse identificata con Reims ed Épernay, Troyes rappresentava il principale centro economico della regione. Le grandi fiere medievali contribuirono alla diffusione dei vini dell'Aube ben oltre i confini del Regno di Francia, mentre i monaci cistercensi, guidati dall'esperienza di abbazie come Clairvaux, favorirono lo sviluppo della viticoltura e la notorietà dei vini allora conosciuti come Vin de Bar.

Secondo una tradizione ricordata da Artur Vaso, l'Aube avrebbe avuto un ruolo persino nelle origini dello chardonnay e della viticoltura champenoise. Al di là della sua precisa attendibilità storica, questa narrazione conserva un forte valore simbolico perché richiama una convinzione radicata nel territorio: quella di avere contribuito alla costruzione della storia della Champagne molto più di quanto il racconto ufficiale abbia spesso riconosciuto.

Eppure, proprio mentre la Champagne consolidava la propria reputazione internazionale, la Côte des Bar rimase progressivamente ai margini delle principali gerarchie qualitative della regione. Nessun comune ottenne il riconoscimento di Premier Cru o Grand Cru e l'intera area venne percepita soprattutto come un importante bacino produttivo di pinot noir destinato alle grandi maison della Marna.

Questa distanza non fu soltanto simbolica. All'inizio del Novecento sfociò apertamente nella crisi che portò alla rivolta del 1911, quando i viticoltori aubois, situati cioè nel dipartimento dell’Aube, protestarono contro una delimitazione che li escludeva dalla Champagne ufficiale pur continuando a contribuire alla sua produzione. La questione sarebbe stata risolta soltanto nel 1927 con il reintegro definitivo dell'Aube nella denominazione, poi sancito dalla nascita dell'AOC Champagne nel 1936.

Letta oggi, questa vicenda racconta una regione che non ha dovuto conquistare un posto nella Champagne, ma vedersi riconosciuta un'appartenenza che considerava propria da sempre.

Se esiste un luogo capace di riassumere questa complessa vicenda è Les Riceys. Situato all'estremo sud della Champagne, al confine con la Côte-d'Or, il comune rappresenta una sintesi quasi perfetta dell'identità auboise. Con oltre 800 ettari vitati dominati dal pinot noir, è l'unico della regione a poter rivendicare tre denominazioni: Champagne, Coteaux Champenois e Rosé des Riceys. Più che un semplice villaggio viticolo, Les Riceys appare come il punto d'incontro tra Champagne e Borgogna, tra storia e geologia, tra appartenenza e confine.

Dal territorio ai produttori

Se per decenni la Côte des Bar è stata considerata soprattutto una riserva produttiva al servizio delle grandi maison della Marna, oggi il quadro appare profondamente diverso. La crescita qualitativa della regione è stata guidata soprattutto dai produttori-coltivatori (récoltant-manipulant), che hanno progressivamente spostato l'attenzione dalla semplice produzione di uve alla valorizzazione delle singole parcelle e delle loro peculiarità. Questo cambiamento ha avuto conseguenze importanti. Laddove la Champagne tradizionale ha costruito gran parte della propria identità sull'arte dell'assemblaggio, molti vignaioli della Côte des Bar hanno iniziato a privilegiare letture più legate all’origine, accettando e valorizzando le differenze tra villaggi, parcelle e annate. In questo senso la regione è diventata uno dei principali laboratori della Champagne contemporanea. Un luogo in cui sperimentazione, agricoltura biologica, biodinamica, vinificazioni parcellari e interpretazioni personali del terroir convivono senza contraddire la tradizione. Non sorprende che oggi gli appassionati guardino con crescente interesse alla Côte des Bar. Non si tratta semplicemente di una regione in ascesa, ma di un territorio che ha finalmente trovato un proprio linguaggio.

È da qui che prende avvio la degustazione, costruita da Artur Vaso come un percorso attraverso le molte anime dell'Aube: dalla lettura più classica del pinot noir alle interpretazioni più radicali e contemporanee, in un viaggio che dimostra come la Côte des Bar non sia una Champagne minore, ma una Champagne diversa.

La degustazione

Blanc de Noirs Extra Brut 2021 – Alexandre Bonnet

La degustazione si apre con un pinot noir proveniente da Les Riceys affinato per 36 mesi sui lieviti, con sboccatura nell'agosto 2025. È una scelta significativa perché introduce il territorio attraverso una delle sue espressioni più riconoscibili. Non cerca effetti particolari né interpretazioni estreme: si presenta per quello che è, lasciando emergere con chiarezza il carattere della Côte des Bar. Nel bicchiere mostra una tonalità dorata brillante attraversata da leggere sfumature che richiamano la buccia di cipolla, quasi a suggerire la presenza della bacca nera da cui proviene. Il profilo olfattivo si sviluppa con immediatezza. Il pinot noir si riconosce attraverso piccoli frutti rossi, una speziatura discreta e una componente vegetale che richiama più la foglia essiccata che la freschezza erbacea. Il vino acquista ulteriore profondità con l'aumento della temperatura nel bicchiere, ampliando progressivamente il proprio spettro aromatico. In bocca emerge uno degli elementi che accompagneranno l'intera degustazione: la sapidità. Non si tratta di una semplice sensazione finale, ma di una componente strutturale che attraversa il sorso e contribuisce a definire il carattere del vino. La materia è precisa e lineare, sostenuta da una succosità agrumata particolarmente interessante. L'agrume non si esprime tanto attraverso la componente acida quanto attraverso una sensazione quasi salina, che prolunga il sorso e ne favorisce la bevibilità.

Più che un vino introduttivo, Blanc de Noirs Extra Brut 2021 si rivela una dichiarazione d'intenti: un'espressione diretta e riconoscibile del pinot noir dell'Aube, capace di mettere subito in evidenza una delle firme più evidenti del territorio, quella tensione sapida che accompagna il sorso senza mai appesantirlo.

Les Semblables Boréal Brut Nature 2022 – Champagne Clandestin

Con il secondo calice in degustazione il percorso cambia decisamente direzione. Il vino nasce da parcelle di pinot noir esposte a nord a Buxières-sur-Arce, una scelta che rappresenta la filosofia stessa del progetto Clandestin: valorizzare vigneti tradizionalmente considerati marginali e trasformare quella presunta debolezza in una risorsa espressiva. Già l'aspetto visivo suggerisce una lettura diversa. Il colore appare più profondo e strutturato rispetto al vino precedente, pur provenendo da un affinamento più breve. All'olfatto il vino si presenta inizialmente quasi trattenuto. La componente fruttata emerge attraverso richiami alla mela cotogna, ma rimane in parte nascosta, come se il vino non volesse rivelarsi completamente fin dai primi istanti. L'assaggio chiarisce subito la sua personalità. La trama gustativa si sviluppa attorno a una cremosità evidente che accompagna il frutto verso registri più maturi e profondi. La mela richiama progressivamente la Fuji e la Stark Delicious, mentre la componente sapida emerge solo in un secondo momento. La ricchezza del frutto arriva quasi a suggerire la presenza di un residuo zuccherino superiore a quello reale. In realtà il vino rimane rigorosamente Brut Nature, ma costruisce una percezione di morbidezza attraverso la sola maturità del frutto e la tessitura della materia. Con l'ossigenazione il profilo cambia sensibilmente. La componente di macerazione diventa più evidente e il frutto lascia progressivamente spazio a richiami di caffè, liquirizia e foglia secca.

È probabilmente questo l'aspetto più interessante di Boréal. Un vino che non cerca immediatezza, ma evoluzione. E che, come la stessa Côte des Bar, trova nella propria diversità la ragione del proprio interesse.

Le Fleur de l'Europe Brut Nature 2019 – Champagne Fleury

La degustazione incontra uno dei nomi che più hanno contribuito a ridefinire il ruolo della Côte des Bar nella Champagne contemporanea. La cuvée nasce da un assemblaggio di 85% pinot noir e 15% chardonnay, con una significativa presenza di vini di riserva gestiti attraverso la caratteristica solera inversée introdotta dalla maison nel 2007. Vinificazione e fermentazione malolattica avvengono in legno, l'affinamento sui lieviti raggiunge i 64 mesi e il dosaggio è assente. L'apertura olfattiva privilegia il mondo delle erbe rispetto a quello del frutto. Il profilo appare pulito, misurato, caratterizzato da una componente vegetale fine che richiama più le erbe aromatiche che la maturità della frutta. L'impressione iniziale è quasi quella di una caramella agrumata, sostenuta da una lunghezza progressiva e da una delicata dimensione floreale. Il sorso sorprende per la sua capacità di coniugare intensità e leggerezza. Rispetto a Boréal appare meno voluminoso ma estremamente succoso e dinamico. La prima impressione è quella della salinità, una saporosità che richiama immediatamente il filo conduttore già emerso nei vini precedenti. Con il tempo emergono note di cedro, salvia, timo ed erbe aromatiche verdi che ampliano il profilo senza modificarne il carattere.

L'eleganza diventa così il vero filo conduttore del vino. Non un'eleganza costruita sulla sottrazione, ma una qualità che nasce dall'equilibrio tra maturità del frutto, sapidità dei suoli kimmeridgiani e lavoro del tempo.

Charles de Gaulle Brut – Champagne Drappier

La degustazione incontra una delle cuvée più rappresentative della maison di Urville. L'assemblaggio unisce 80% pinot noir e 20% chardonnay provenienti dai suoli kimmeridgiani della Côte des Bar. La metà del vino viene vinificata in legno, la fermentazione malolattica è svolta e l'affinamento raggiunge i 36 mesi sui lieviti. La sboccatura risale al luglio 2025 e il dosaggio è pari a 7 g/l. Fin dal primo impatto il vino mostra un profilo particolarmente invitante. È uno di quei nasi che, prima ancora di essere analizzati, riescono semplicemente a divertire il degustatore. Tornano foglie, erbe aromatiche e una componente fruttata più piena e matura.

In bocca il vino trova probabilmente il suo equilibrio migliore. La materia è succosa, generosa, costruita attorno a una piacevolezza immediata che non rinuncia alla precisione. I sette grammi di dosaggio si percepiscono e contribuiscono a rendere il sorso più morbido e accogliente.

La componente salina rimane presente, ma viene inserita in una struttura più ampia e gastronomica, dove il frutto assume un ruolo centrale. È proprio questo equilibrio tra saporosità, succosità e misura a renderlo uno degli Champagne più emblematici della Côte des Bar.

Bistrøtage B.20 Extra Brut Blanc de Noirs – Françoise Martinot

Con il quinto calice la degustazione entra in una dimensione ancora diversa della Côte des Bar.

Il vino nasce dalle parcelle di Françoise Martinot a Chervey ed è vinificato da Charles Dufour. L'assemblaggio riunisce tre diverse espressioni di pinot noir in un progetto che privilegia agricoltura biologica, fermentazioni spontanee, utilizzo del legno e minima interferenza in cantina. Il colore richiama quello di Boréal, ma il profilo olfattivo appare più elegante e composto. È uno di quei vini che sembrano costruiti più sulla riflessione che sulla dimostrazione. In bocca il carattere emerge con decisione. La materia è ricca, gustosa, attraversata da richiami al miele di castagno, alla castagna, alla foglia secca e a una sottile componente fumé che dialoga con il legno senza esserne dominata. Nel tempo emergono sensazioni che ricordano le nocciole tostate salate piemontesi, costruendo una profondità rara e difficile da ricondurre ai modelli più convenzionali dello Champagne. L'amaro è presente ma perfettamente integrato. Non rappresenta uno squilibrio, ma una delle chiavi attraverso cui il vino sviluppa il proprio racconto. È probabilmente il vino che più di ogni altro invita alla riflessione. Un gusto personale e difficilmente assimilabile ad altre espressioni della regione.

Brut Nature 2012 – Domaine Yann Prophète

La degustazione compie un'ulteriore deviazione rispetto ai percorsi più consueti della Champagne. Il vino nasce da vecchie vigne di chardonnay piantate nel 1975 e colpisce immediatamente per alcuni numeri impressionanti: 156 mesi sui lieviti, oltre tredici anni di permanenza in bottiglia, fermentazione e affinamento in grandi botti, nessun dosaggio e una produzione limitata a poche migliaia di bottiglie. Il naso si apre su note tropicali inattese rispetto ai vini precedenti, ma espresse con misura ed eleganza. Nulla appare sovraccarico o evoluto in senso ossidativo, nonostante l'età e il lunghissimo affinamento. La bocca si colloca agli antipodi rispetto al Bistrøtage. Qui tutto sembra giocarsi sulla precisione. La componente sapida assume un ruolo centrale e accompagna un sorso sorprendentemente giovane. Se degustato alla cieca, difficilmente si immaginerebbe di trovarsi di fronte a un vino nato dalla vendemmia 2012 e rimasto oltre tredici anni sui lieviti. Lo chardonnay emerge attraverso una lettura luminosa e rigorosa. Il vino sgrassa il palato, lo alleggerisce e lo prepara immediatamente al sorso successivo. Pulizia, freschezza ed eleganza rappresentano i suoi tratti distintivi.

Le Petit Beaufort Grand Réserve Brut Rosé 2011 – Alice et Quentin Beaufort

La degustazione si conclude tornando, ancora una volta, sul tema del confine. Il progetto nasce a Prusly-sur-Ource, nella Côte-d'Or, pochi chilometri oltre il confine amministrativo della Champagne. Una posizione che richiama simbolicamente gran parte della storia raccontata durante la serata. L'assemblaggio unisce 90% pinot noir e 10% chardonnay e affronta un lunghissimo affinamento di 124 mesi sui lieviti, con sboccatura à la volée nel 2024 e un dosaggio di 5 g/l. Il colore dichiara immediatamente la sua natura di rosé, ma il profilo aromatico sorprende per originalità. Emergono richiami fumé, sensazioni ferrose e radicali, accompagnate da note di polvere di caffè. Seguono tisane alle erbe, rabarbaro e leggere sfumature di chinotto.

La vera sorpresa arriva in bocca. Nonostante il colore, il vino sembra inserirsi naturalmente nel percorso precedente. Più che un rosé nel senso tradizionale del termine, appare come un vino costruito sulla tensione e sulla sapidità. La fragranza del frutto sostiene una progressione precisa e dinamica. Il vino conserva energia, freschezza e una notevole vocazione gastronomica, tanto da trovare un ideale completamento in un abbinamento come crema di nocciole e crosta di filetto. Più che una semplice chiusura, Le Petit Beaufort Grand Réserve Brut Rosé 2011 sembra rappresentare una sintesi ideale dei temi emersi durante tutta la degustazione: il confine tra Champagne e Borgogna, il ruolo del pinot noir, l'importanza del tempo e la capacità di interpretare il territorio attraverso linguaggi differenti.

Conclusione

Alla fine della degustazione, più che un insieme di vini, resta l'immagine di un territorio difficile da racchiudere in una definizione univoca. Per lungo tempo la Côte des Bar è stata raccontata soprattutto attraverso ciò che non era: non la Montagne de Reims, non la Côte des Blancs, non il cuore storico e commerciale della Champagne. Una lettura che finiva inevitabilmente per mettere in secondo piano ciò che questo territorio possiede invece da sempre: una storia autonoma, una geologia peculiare e una forte capacità di interpretare il vino secondo linguaggi differenti. I vini degustati hanno mostrato con chiarezza questa pluralità. Dal pinot noir più diretto di Alexandre Bonnet alle letture più anticonvenzionali di Champagne Clandestin, dalla tensione elegante di Fleury alla classicità identitaria di Drappier, fino alle interpretazioni più personali di Françoise Martinot, Yann Prophète e Alice & Quentin Beaufort, ogni bottiglia ha raccontato una sfumatura diversa dello stesso paesaggio. Eppure, al di là delle differenze stilistiche, alcuni elementi sono riemersi con sorprendente continuità. La sapidità, innanzitutto. Una tensione gustativa che attraversa molti dei vini dell'Aube e che sembra rappresentare una delle firme più riconoscibili del territorio. Ma anche una certa libertà interpretativa, favorita da una storia che ha costretto questa regione a costruire il proprio percorso lontano dai centri decisionali della Champagne. Qui risiede probabilmente il significato più interessante della sua recente affermazione. La Côte des Bar non è diventata importante perché ha imparato ad assomigliare al resto della Champagne. Al contrario, ha iniziato a essere riconosciuta quando ha scelto di valorizzare le proprie differenze.

Più che una nuova frontiera, appare oggi come una parte essenziale di una storia che esisteva già. Una storia fatta di confini mobili, influenze reciproche tra Borgogna e Champagne, villaggi come Les Riceys, vignaioli indipendenti e terroir che continuano a sfuggire alle semplificazioni.

Forse, come ha dimostrato questa degustazione, la Côte des Bar non rappresenta una Champagne minore. Rappresenta semplicemente una Champagne diversa. E proprio in questa diversità risiede oggi gran parte del suo fascino.