I quattro moschettieri dello champagne: la Montagne de Reims
Racconti dalle delegazioni
20 maggio 2026
Nel secondo atto dei “4 Moschettieri dello Champagne” di AIS Monza e Brianza, Nicola Bonera guida un confronto serrato tra terroir e vitigni, svelando una Montagne de Reims molto più complessa di quanto si immagini, dove la craie diventa chiave di lettura e firma stilistica.
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Come in ogni duello che si rispetti, non è la forza a fare la differenza, ma la misura: il tempo sospeso tra un gesto e l’altro, la precisione di una lama che non colpisce mai per caso. Così si è rivelata la Montagne de Reims: un confronto silenzioso tra suoli, esposizioni e vitigni, dove ogni vino prende posizione, accenna un affondo, arretra e poi torna, con eleganza, a farsi sentire.
Un territorio stratificato
La serata dedicata alla Montagne de Reims, guidata da Nicola Bonera, ha saputo coniugare rigore tecnico e chiarezza espositiva, restituendo la complessità di un territorio fin troppo spesso semplificato: il pinot noir, pur essendo prevalente, copre circa il 40,54% della superficie vitata. Un dato che invita a leggere il territorio con maggiore attenzione, riconoscendo il ruolo degli altri vitigni.
I numeri ne delineano subito la portata: 94 comuni, circa 3908 parcelle e oltre 8000 ettari vitati, con una concentrazione straordinaria di eccellenza: due terzi dei Premier Cru (42 villaggi) si trovano qui.
Ma la Montagne de Reims non è un blocco compatto, bensì un sistema articolato che comprende Grande e Petite Montagne, Massif de SaintThierry, Mont de Berru e le valli della Vesle e dell’Ardre.
Il Massif de SaintThierry deve il proprio nome a un monaco benedettino che circa cinquecento anni fa fondò qui un monastero. I suoi suoli di sabbie silicee rosse, che ricordano il Sulcis, favoriscono una forte presenza di pinot meunier (53%), mentre il pinot noir si ferma attorno al 30%, dando origine a vini più morbidi e immediati, meno verticali rispetto alla dorsale principale.
La craie e la forma del paesaggio
La Grande Montagne de Reims, tra Reims ed Épernay, si sviluppa invece come una dorsale a ferro di cavallo, capace di moltiplicare esposizioni e microclimi. La sommità, circa 300 metri s.l.m., più collina che montagna, è occupata da un suggestivo bosco di faggi: alberi contorti e piegati dal vento che sembrano assumere forme animali, come a restituire la tensione stessa del territorio.
Prima ancora dei vitigni, è la craie a governare tutto. Questo gesso poroso è capace di trattenere fino al 30–40% del proprio volume in acqua, garantendo una riserva fondamentale anche nei momenti di stress idrico. La sua influenza si coglie con particolare evidenza nella differenza tra i versanti della Montagne. Nella parte sud, la craie è sia affiorante sia particolarmente profonda: qui i vini risultano intensi, taglienti, strutturati e fortemente salini, esprimendo in modo diretto la tensione minerale del suolo. Sul versante nord, invece, la craie è generalmente meno profonda, pur restando abbastanza affiorante; ne derivano vini più misurati, eleganti e di maggiore garbo, meno imponenti ma di grande raffinatezza.
La lettura del terroir diventa ancora più evidente osservando la vite. Dove la craie è affiorante, la vegetazione resta verde e vitale, grazie alla capacità delle radici di accedere direttamente all’acqua. Dove invece è coperta da un sottile strato argilloso, la vite ingiallisce prima, segnalando una maggiore difficoltà idrica.
In questa logica si inserisce la Perle Blanche — VillersMarmery e Trépail — enclave dello chardonnay nella Montagne, dove la craie consente una lettura più tesa e luminosa.
I contrasti della Grande Montagne
Scendendo lungo la dorsale della Grande Montagne, emergono le differenze più sottili. Verzenay e Verzy, adagiati su un anfiteatro di vigne esposte a nord, rappresentano un caso emblematico — tanto che tutte le grandi maison vi possiedono parcelle.
A Verzenay (circa 90% pinot noir e 10% chardonnay), il pinot noir assume un profilo sorprendentemente “borgognone”, con richiami a ChambolleMusigny: più “femminile”, meno ruvido, sostenuto da una craie più presente in profondità e da una minore componente argillosa superficiale. I vini sono freschi ma autorevoli, segnati da note ferrose, metalliche e selvatiche, con una profondità che li distingue nettamente.
A pochi chilometri, Verzy (circa 80% pinot noir e 20% chardonnay) cambia registro: qui il gesso è meno dominante e lascia spazio a argille, terre rosse e materiali eterogenei. Ne derivano vini più delicati e fini, con l’uva nera che sorprende per tratti quasi bianchisti di frutto bianco, agrume, leggerezza.
Più defilato, sempre sul versante nord ma in posizione relativamente isolata, MaillyChampagne rappresenta l’anima più severa: villaggio freddo, posto su una dorsale uniformemente esposta a nord, dove l’omogeneità dell’esposizione genera vini lineari, austeri, quasi nordici.
Spostandosi invece sul versante sud, cambia completamente la lettura. Bouzy è il versante solare per eccellenza: una grande poltrona esposta a sud. Con l’88% di pinot noir, genera vini potenti, caldi, profondi e fruttati, sostenuti da una base di craie pura e profonda. È anche per questo che Bouzy deve parte della propria fama al Bouzy Rouge, particolarmente valorizzato quando il clima era più freddo.
In continuità ma con un registro diverso, Ambonnay rappresenta la sintesi più raffinata. Con l’80% di pinot noir e il 20% di chardonnay, esposizione sudest e suoli complessi (craie profonda, tufo, limo e argilla), i vini risultano eleganti, freschi ed equilibrati, pur mantenendo una notevole concentrazione espressiva. Sono vini più sottili di Bouzy, ma più completi e autorevoli. Non a caso qui operano realtà come Krug, Selosse ed Eric Rodez, e si producono anche grandi Coteaux Champenois rossi.
Le aree laterali e il ruolo della tecnica
Sul versante orientale della Grande Montagne, in posizione di cerniera tra i cru più noti, si incontra Sillery, piccolo Grand Cru di 92 ettari noto per il ruolo nello chardonnay da assemblaggio (anche nel Dom Ruinart). Qui opera il marchio Françoise Secondé, guidato da Nicolas Secondé, maestro della pressatura. Il suo lavoro ha dimostrato che lo stile può dipendere non solo dal terroir, ma anche dalla gestione delle frazioni di pressa.
Al di fuori della dorsale principale, il Mont de Berru rappresenta un’anomalia fondamentale. Qui lo chardonnay è predominante, grazie alla combinazione tra craie affiorante ed esposizione favorevole. Non ci sono grandi nomi, ma molti piccoli produttori, mentre le maison acquistano uve proprio per la qualità dello chardonnay. È una Champagne meno visibile, ma essenziale per comprendere l’equilibrio del territorio.
Chiude il quadro la fascia più bassa e occidentale: le valli della Vesle e dell’Ardre, circa 2500 ettari caratterizzati da suoli di argilla, limo e marne calcaree, con una forte presenza di pinot meunier (60,46%). Qui nascono vini più immediati, ma fondamentali per la versatilità dell’intero sistema champenois.

La degustazione
Extra Brut Premier Cru 2022 - Champagne Margaine (Villers-Marmery)
Il vino di apertura orienta subito la lettura: VillersMarmery, cuore della Perle Blanche, dove lo chardonnay si impone in un contesto dominato dal pinot noir. L’assemblaggio è in purezza, con il 90% di base 2022 e una quota del 10% di vini di riserva 2021, vinificazione in parte in legno (circa 20%) e assenza di malolattica, scelta che preserva tensione e verticalità. Il dosaggio, 3,5 g/l, lo colloca formalmente tra gli extra brut, ma la percezione è quella di un quasi pas dosé.
Al naso emergono subito note fumose e polverose, una chiara impronta calcarea che richiama direttamente la craie. Il registro è austero, asciutto, con richiami ai grandi blanc de blancs della Côte des Blancs. Il legno introduce sfumature nocciolate e burrose, ben integrate. Accanto all’agrume elegante dello Chardonnay si inseriscono note più complesse: canfora, accenti mentolati e una lieve evoluzione inattesa per l’età. Il profilo è fortemente identitario, difficilmente collocabile altrove.
In bocca il vino è coerente ma ancora in fase di assestamento: asciutto, teso, con una bolla leggermente affilata. Il millesimo 2022 emerge con piccoli guizzi amaricanti, oggi appena percettibili ma che rappresentano un possibile punto critico evolutivo, destinato a emergere con maggiore evidenza nel tempo. Un vino didattico, che traduce con precisione il terroir, ma lascia intravedere margini di sviluppo ulteriore.
Brut Réserve - Bérêche & Fils
Con il secondo vino si entra nel territorio del blend champenois. L’assemblaggio unisce pinot noir (40%), pinot meunier (30%) e chardonnay (30%), con una quota significativa di vini di riserva (circa 35%) e una presenza di legno non dichiarata ma percepibile. Il dosaggio di 5,5 g/l contribuisce a una lettura più rotonda.
Il naso è dominato da mandorla in più declinazioni: pralinato, orzata, latte di mandorla, con una dimensione quasi gastronomica. È un profilo seducente e immediato, ma tende a rimanere centrato su questa cifra aromatica.
Al sorso il vino si amplia: la componente delle uve a bacca scura emerge con una trama più materica. Si sviluppano note fogliari e vegetali che aumentano con la temperatura, rivelando progressivamente la struttura del blend. L’equilibrio si gioca tra accessibilità olfattiva e maggiore profondità gustativa. Un vino che convince soprattutto per il comportamento in bocca, più articolato rispetto al naso.
Blanc de Pinot Noir Brut 2019 – Mailly Grand Cru
Con Mailly si entra in una lettura più severa e nordica del pinot noir. Il vino è un blanc de noirs in purezza, base 2019, con una quota importante di vini di riserva (30,3%), affinamento di 48 mesi sui lieviti e una presenza significativa di legno (21,7%). Il dosaggio è di 7,3 g/l.
Il naso si sviluppa su un registro classico: frutta secca, tonalità evolutive, meno ancorate a una precisa identità territoriale. È una lettura più “metodo classico” che strettamente champagne.
In bocca il vino è lineare, centrale, con effervescenza più discreta. La sapidità è presente, ma la mineralità risulta meno incisiva rispetto ai contesti a maggiore affioramento di craie.
Si percepisce una costruzione volta a portare il vino al limite della sua espressività. Oltre questo punto, emergerebbero probabilmente componenti amaricanti. Un vino composto, equilibrato, ma meno vibrante.
L’ineffable Grand Cru Nature 2018 - Mouzon-Leroux (Verzy)
Il quarto vino segna un cambio di passo netto, portando la degustazione su un terreno più audace e identitario. L’ineffable – già dal nome, “ciò che non può essere descritto” – è una lettura personale del pinot noir di Verzy, che si muove volutamente fuori dai canoni più prevedibili dello champagne.
Siamo di fronte a un 100% pinot noir Grand Cru, millesimo 2018, con tiraggio 2019 e un lungo affinamento di 60 mesi sui lieviti – un tempo importante per la Champagne, più tipico delle cuvée di alto rango. La bottiglia è stata sboccata ad aprile 2024, senza filtrazioni né chiarifiche, con un dosaggio minimo (1 g/l). Dal 2018 la produzione è certificata biodinamica, con una tiratura limitata a 2.563 bottiglie.
Già alla vista il vino introduce una dimensione diversa, con riflessi che ricordano tonalità calde, quasi ambrate, evocando suggestioni inattese.
Il naso è decisamente originale: orzo lavorato, accenti eterei, leggere note resinose e balsamiche, che richiamano mondi aromatici meno convenzionali per lo champagne. Si affaccia una sfumatura che può ricordare fermentati come sidro o lambic, non come deviazione ma come segno di un’espressività libera e non standardizzata. A completare il quadro arrivano note più riconoscibili: mela cotogna, erbe officinali, accenti balsamici, in una trama che alterna profondità e freschezza. È un naso che incuriosisce, che evolve nel bicchiere e invita alla lettura più che all’immediatezza.
In bocca il vino ritrova grande coerenza: la materia è viva, energica, sostenuta da una balsamicità che attraversa il sorso con decisione. Interessante il contrasto rispetto al naso: le suggestioni più spinte si ricompongono in una lettura più armonica e centrata, dove il pinot noir esprime struttura senza perdere slancio. Qui Verzy emerge con chiarezza: un Grand Cru che, anche in una chiave interpretativa non convenzionale, riesce a trasmettere profondità e rango. Se il primo vino raccontava la precisione dello chardonnay, questo restituisce la forza espressiva del pinot noir, in modo più libero e personale.
È un vino di carattere, sempre più ricercato negli ultimi anni, anche per la sua capacità di uscire dagli schemi senza rinunciare alla coerenza. Non un vino da lettura immediata, ma un vino che si lascia scoprire, e proprio per questo resta impresso.
Brut Réserve Ambonnay Grand Cru - André Beaufort
Beaufort rappresenta una lettura radicale del territorio di Ambonnay. L’assemblaggio (80% pinot noir, 20% chardonnay) è guidato da un approccio naturale, privo di interventi chimici, che imprime una forte impronta stilistica.
Il naso appare relativamente uniforme, meno distintivo e più riconducibile a un certo tipo di produzione naturale.
È in bocca che il vino cambia completamente registro: ingresso deciso, struttura quasi da vino rosso, con richiami a fogliame, senape, castagno e terra umida. La materia è vibrante, profonda, quasi tattile. Il sorso affonda e sorprende, creando uno scarto evidente rispetto all’olfatto.
Proprio questo contrasto genera una tensione emotiva forte: un vino che spiazza, coinvolge, quasi irrita per la distanza tra naso e bocca, ma che proprio per questo risulta tra i più emozionanti dell’intera batteria.
Blanc de Noirs Extra Brut - Eric Rodez (Ambonnay)
Con Rodez il pinot noir entra in una dimensione più sfaccettata. Blanc de noirs in purezza, con circa il 90% di vinificazione in legno, malolattica parziale (20%) e affinamento di sei anni sui lieviti.
Il naso si apre su zabaione, crema, vaniglia, con un’impronta da pasticceria fine che richiama più lo chardonnay che il pinot noir. Una lettura coerente con Ambonnay, uno dei territori più “bianchi” tra i Grand Cru del versante sud. Con l’ossigenazione emergono progressivamente note più profonde: liquirizia, anice, componente scura.
In bocca il vino è confortante, avvolgente, inizialmente elegante e misurato, ma con il tempo lascia emergere la propria natura: compaiono liquirizia, anice, toni più scuri, e il pinot noir si rivela pienamente.
È un vino che evolve nel bicchiere e racconta tre livelli: il luogo (Ambonnay e la sua tensione verso il bianco), il saper fare (le creme, la pasticceria, il legno) e infine il vitigno, che affiora con decisione.
Un’espressione completa, armonica e profondamente convincente.
Les Parcelles Bouzy Grand Cru XXI - Pierre Paillard
Il percorso si chiude con un vino che rappresenta una vera sintesi tra territorio, tecnica e visione. Assemblaggio 80% pinot noir e 20% chardonnay, base 2021 con 20% vini di riserva, vinificazione in barrique per circa 10 mesi, affinamento di 3 anni sui lieviti, dosaggio 3 g/l.
Il profilo olfattivo è sorprendente: cereale maturo, birra ambrata, trappista, con richiami agrumati profondi di pompelmo e chinotto che danno slancio e precisione.
In bocca il vino si eleva: emerge un mandarino luminoso e raffinato, da grande bianco di Borgogna (Chassagne-Montrachet, Meursault), con una materia ricca ma sempre controllata. È un vino che unisce profondità e freschezza, privo di qualsiasi deriva dolce o zuccherina: tensione, succosità, energia pura.
Paillard dimostra qui un livello tecnico da fuoriclasse: tutto è perfettamente integrato, nulla è lasciato al caso. Oggi è già straordinario, ma lascia intravedere un’evoluzione importante: nei prossimi anni potrà crescere ulteriormente in complessità e ampiezza.
È il vino che chiude la degustazione imponendosi come il più completo: il migliore della serata, capace di mettere insieme tutto ciò che la Montagne de Reims può offrire.

E come in ogni duello ben condotto, ciò che resta non è tanto il singolo affondo, quanto la misura dei gesti e la precisione degli scambi.
Nel corso della degustazione, la Montagne de Reims si è mostrata per quello che realmente è: non un territorio omogeneo, ma un sistema articolato, in cui ogni zona, ogni suolo e ogni scelta produttiva contribuiscono a definire uno stile. La craie, elemento comune, non uniforma ma differenzia. È il filo conduttore che lega interpretazioni anche molto distanti tra loro, rendendo possibile questa straordinaria varietà espressiva.
Così la serata si è trasformata in un vero esercizio di lettura territoriale, in cui ogni vino ha trovato il proprio ruolo all’interno di un quadro coerente, ma mai lineare.
Resta infine la consapevolezza che la Montagne de Reims non può essere sintetizzata in un unico modello: è proprio nella sua complessità, nella capacità di offrire letture diverse e spesso inattese, che si coglie il suo valore più autentico.