I vini della Battaglia di Magenta: l'Altra Francia, Jura e Savoia
Racconti dalle delegazioni
20 luglio 2026
Nella sede di Magenta di AIS Milano si rinnova l’appuntamento, giunto alla nona edizione, per celebrare la battaglia combattuta il 4 giugno 1859. Si ritorna in Francia per scoprire i vini di due regioni meno conosciute, Jura e Savoia, capaci di esprimere una personalità nitida, originale e profondamente territoriale.
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Ci sono degustazioni che confermano gerarchie consolidate e altre che spostano il punto di vista. La serata dedicata alla Savoia e allo Jura appartiene senza dubbio alla seconda categoria: un percorso dentro due regioni francesi spesso relegate ai margini del racconto enologico, ma capaci di esprimere una personalità nitida, originale e profondamente territoriale. Una serata inserita nel meraviglioso progetto ideato da AIS Milano presso la sede di Magenta, là dove si celebrano i vini di tutte le nazioni che hanno partecipato alla Battaglia di Magenta, un episodio della Seconda Guerra d'Indipendenza combattuta il 4 giugno 1859 proprio nella cittadina lombarda. Giunti alla nona edizione, come da tradizione, è Guido Invernizzi - noto e apprezzato relatore AIS - a portarci nelle due regioni francesi di Savoia e Jura valorizzando una realtà vitivinicola sorprendente.
Davanti a un pubblico oltremodo numeroso è Roberto Fusé, responsabile della sede di Magenta, a presentare l’eccezionale schiera di ospiti giunti alla serata. Al posto d’onore Maurice de Mac Mahon, V Duca di Magenta e discendente diretto del celebre maresciallo che guidò i francesi alla vittoria il 4 giugno 1859. L’invito nasce da un incontro casuale in Borgogna dove il nostro presidente di AIS Lombardia, Hosam Eldin Abou Eleyoun, ha notato i vini del Domaine Duc de Magenta durante una fiera di settore. Incuriosito dal nome, si è presentato alla Duchessa de Mac Mahon, invitando ufficialmente la famiglia alle celebrazioni magentine. Da qui la presenza del figlio Maurice, oggi responsabile commerciale dell’azienda di famiglia. Al suo fianco il Sindaco di Magenta, Luca Del Gobbo, che ha colto l’occasione per invitare ufficialmente il Duca alle celebrazioni della Battaglia di Magenta del prossimo anno. A completare la schiera degli ospiti, Pietro Pierrettori e Oliviero Trezzi, rispettivamente Presidente e Vicepresidente della Pro Loco di Magenta.
La Savoia: montagna, luce e tensione
Guido ci presenta la Savoia come una regione molto più complessa di quanto comunemente si immagina. Non una viticoltura estrema, nel senso folkloristico del termine, ma un mosaico di esposizioni, altitudini e suoli in cui la vite trova condizioni precise per esprimersi al meglio. Le vigne più vocate si collocano generalmente sotto i 500 metri di altitudine, con alcune eccezioni che si trovano oltre questo limite, ma sempre in contesti favorevoli per esposizione e ventilazione.
Il clima è di tipo semi-continentale montano, con inverni rigidi, estati calde ma raramente torride con circa 1800 ore di sole annue e, soprattutto, una preziosa escursione termica tra giorno e notte che permette alle uve di preservare acidità e definizione aromatica. Anche il vento ha un ruolo decisivo: asciuga i grappoli, limita i marciumi e favorisce la sanità delle uve.
Dal punto di vista geologico, la Savoia è tutt’altro che uniforme. Calcari, morene, ghiaioni, argille e terreni di frana raccontano una storia antichissima, legata alla collisione tra Africa ed Eurasia e alla successiva formazione delle Alpi. In molti suoli restano le tracce di un antico mare tropicale poco profondo, sotto forma di fossili e sedimenti marini. Tutto questo si traduce in vini tesi, salini, spesso sottili solo in apparenza, ma in realtà molto profondi.
Lo Jura: un mondo a sé
Dalla Savoia il percorso si sposta nello Jura, regione altrettanto complessa ma ancora più singolare sotto il profilo stilistico. Qui il vino si muove su coordinate che non assomigliano a nessun’altra area francese. Lo Jura è terra di savagnin, poulsard, trousseau, chardonnay, ma soprattutto è la patria di una cultura del vino in cui il rapporto con l’ossidazione controllata, con il velo di lieviti e con il tempo di affinamento genera espressioni assolutamente uniche.
Anche qui il paesaggio geologico è decisivo: marne, calcari e suoli derivati da antichi fondali marini, in un contesto climatico freddo, ventilato, con inverni severi e una costante tensione tra maturazione e conservazione dell’acidità. Lo Jura non concede nulla alla facilità: i suoi vini chiedono attenzione, ma sanno ricompensarla con rara profondità.
Il valore della serata non si è espresso soltanto nella elevata qualità dei vini, ma nel modo in cui questi sono stati messi in relazione con il loro contesto. Guido ci racconta di una storia antica dall’arrivo della vite in Francia con i Greci Focesi al ruolo dei Romani, dei monaci medievali, della nobiltà e poi dell’avvento della ferrovia nello sviluppo del commercio. Ogni passaggio ha contribuito a costruire un quadro coerente: il vino non è mai stato solo un liquido nel bicchiere, ma il risultato di una lunga stratificazione culturale.
Prima della degustazione dei vini e della consueta apprezzatissima cena a base di piatti tipici, vogliamo porre l’attenzione del lettore sul pensiero di Guido Invernizzi che ha presentato la Savoia e lo Jura come due esempi perfetti di Francia laterale ma allo stesso tempo centrale; due territori che non hanno bisogno di inseguire i modelli dominanti perché possiedono già una lingua propria. Una lingua fatta di altitudini, di marne e calcari, di escursioni termiche, di vitigni autoctoni, di ossidazioni nobili, di bianchi salini e rossi trasparenti. In un’epoca in cui il rischio dell’omologazione è sempre presente, questi vini ricordano che la vera grandezza sta spesso nella differenza. E che il terroir, quando è autentico, non ha bisogno di alzare la voce per farsi riconoscere.
La degustazione
Giallo paglierino intenso con riflessi che iniziano a virare verso il dorato, ma ancora vivi e luminosi. Il vino appare brillante con una bella vivacità cromatica. Il naso è netto, pulito, immediatamente attrattivo. Emergono note di pesca bianca, susina, nespola, con un frutto preciso e mai sovramaturo. La componente varietale è ben leggibile. In bocca il vino è saporito, teso, con una progressione coerente rispetto al naso. Il finale presenta una lieve sfumatura amaricante, elegante e territoriale, che richiama erbe alpine e quasi un’idea di Genepì. L’equilibrio è ben costruito con la malolattica che smussa gli spigoli senza togliere slancio. La persistenza è buona, la beva molto dinamica. Vino di forte coerenza territoriale, centrato sull’asse freschezza-sapidità-pulizia. Un bianco non opulento, ma complesso e identitario.
Vino di grande struttura, espressione di un equilibrio tra le due anime con le quali il vitigno può declinarsi: quella ouillée, cioè rabboccata (la botte viene mantenuta sempre piena) e quella sous voile, affinata sotto un velo di lieviti.
Giallo dorato intenso, brillante, consistente. Il profilo olfattivo è immediatamente riconoscibile e complesso. Si colgono noce, curry, miele, mela al forno, amaretto, con una chiara impronta ossidativa nobile. Il vino richiama il mondo dei grandi vini sotto velo, ma mantiene una sua precisione e una sua energia. Il bouquet è stratificato, profondo, in continua evoluzione. In bocca l’ingresso è ampio, pieno, avvolgente. La struttura è notevole, ma il vino non è mai pesante. L’alcol è ben fuso nella materia, sostenuto da una trama sapida e da una lunghezza importante. La componente ossidativa nobile non appesantisce, anzi, contribuisce a una sensazione di complessità e profondità. Finale lungo, coerente, con ritorni di frutta secca, spezie e miele. Vino di alta personalità, costruito su equilibrio tra maturità, ossidazione controllata e tenuta acida. Un bianco di grande spessore, da tavola e da meditazione.
Il processo di vinificazione è meticoloso: vendemmia manuale, decantazione statica a freddo per eliminare le particelle solide e una fermentazione che avviene sia in acciaio che con lieviti indigeni. Affinamento sulle fecce fini per 8-12 mesi, l'80% in vasche di acciaio inox e il 20% in demi-muid (botte in rovere francese dalla capacità compresa tra i 500 e i 700 litri), scelta dettata dalla volontà di evitare un uso eccessivo del legno.
Al naso tenui note fruttate di pera e pesca bianca, poi frutta secca. In bocca freschezza e sapidità giocano una partita di alto livello, alternandosi fino a raggiungere un ottimo equilibrio. La persistenza del frutto è notevole, arricchita da una nota di miele sul finale.
Rosso rubino molto scarico, quasi trasparente, con una tonalità che ricorda certi rosati carichi o alcuni Pinot noir molto delicati. La limpidezza è notevole. Il naso è fine. Si avverte un frutto rosso croccante, del lampone, dei fiori secchi e delle leggere note di pelle che si traducono in una sfumatura animale elegante. In bocca sorprende per energia. L’acidità è viva, il frutto è nitido, la salivazione intensa. Il tannino è lieve ma presente, perfettamente integrato in una struttura agile. Il vino è armonico, scorrevole, gastronomico, con un finale fresco e pulito.
Si torna in Savoia e si entra nel cuore del suo patrimonio rosso con la mondeuse, uno dei vitigni più rappresentativi della regione.
Rosso rubino di media intensità, più carico del Poulsard precedente, brillante e vivo. Il naso è molto interessante: ciliegia, liquirizia, sottobosco, legno bagnato, fiore rosso e viola. Il legno, presente in parte dell’affinamento, è ben dosato e non sovrasta il frutto. L’insieme è elegante, articolato, con una bella tensione aromatica. In bocca l’attacco è fresco, il centro bocca è agile, il tannino è fine e setoso. Il frutto resta croccante, sostenuto da una buona acidità e da una persistenza convincente. Chiude con equilibrio e slancio. Rosso di territorio, elegante e nervoso, con ottima integrazione tra le componenti fruttata, speziata e tannica.
Rosso rubino trasparente, luminoso, di media concentrazione. Il profilo olfattivo è classico e fine, con richiami al ribes e ai piccoli frutti rossi, una florealità delicata e una lieve nota speziata/tostata appena accennata. Il legno è presente come supporto, non come protagonista. Il sorso è sottile, elegante, croccante. L’acidità sostiene il frutto, il tannino è delicato, la progressione lineare e armonica. Il vino privilegia la finezza alla struttura, con una chiusura fresca e persistente. Un pinot noir ben interpretato, centrato su fragranza, trasparenza aromatica e precisione.
Il culmine della serata è rappresentato dal Vin Jaune, uno dei grandi monumenti enologici dello Jura. Affinato sotto il velo di lieviti, senza rabbocco per almeno 6 anni e 3 mesi, viene imbottigliato nella tipica bottiglia Clavelin da 62 cl, volume che corrisponde simbolicamente alla quantità residua, dopo lungo invecchiamento, di un litro di vino.
Di colore giallo dorato intenso, dalla sorprendente vivacità cromatica. Il naso è inconfondibile e di grande impatto: noce, funghi secchi, amaretto, spezie, note ossidative nobili. Il bouquet è profondo, stratificato, quasi ipnotico, e rimanda immediatamente al mondo dei vini sotto velo. In bocca il vino è sapido, salino, lunghissimo, con una coerenza gusto-olfattiva esemplare. Non c’è pesantezza, non c’è ossidazione stanca: c’è invece una materia viva, tesa, capace di allungarsi in modo impressionante. Il finale è persistente, complesso, quasi interminabile. Vino di fortissima identità fuori da ogni schema convenzionale. Un capolavoro di trasformazione controllata, tempo e terroir.