L’Apparita in verticale

Sei millesimi, fino all’edizione 2007, per scoprire l’essenza di un grande supertuscan di Castello di Ama, il primo merlot in purezza prodotto in Toscana. A guidarla, per i soci di AIS Brescia, il curatore della guida ViniPlus, Artur Vaso.

Angela Amoroso

Capitano quelle serate dall’incastro perfetto, in cui ogni tassello trova la giusta collocazione e ogni tessera si inserisce in un puzzle fatto di varianti, sfumature e particolari degni di nota: la serata svoltasi lo scorso 8 maggio presso la sede di Ais Brescia ha avuto queste caratteristiche. Sei millesimi del primo merlot in purezza realizzato in Toscana: L’Apparita della celebre cantina Castello di Ama. Una serata gustosa, piacevole e divertente: una di quelle degustazioni che merita di essere raccontata per l’importanza che rappresenta questo supertuscan, per la rilevanza della cantina chiantigiana e per tutte le caratteristiche aggiuntive che ne scaturiscono. A guidare questo interessante incontro Artur Vaso che, attraverso una descrizione teorica e degustativa sempre attenta, precisa e puntuale ha saputo coinvolgere l’intera platea. 

Ama: dove tutto ha preso origine

Ama è un piccolissimo borgo toscano, amministrato dal comune di Gaiole, nel cuore del Chianti classico.
È il 1976 quando nasce la fondazione di Castello di Ama: il progetto trae origine da quattro famiglie di origine romana che si prefiggono l’obiettivo di riportare agli antichi splendori una prestigiosa tenuta vinicola. Sono 55 gli ettari iniziali che vengono sin da subito valorizzati attraverso importanti investimenti in vigna a cui si aggiunge la costruzione di una nuova cantina.
Nel 1982 Marco Pallanti, all’epoca giovane agronomo, dopo aver trascorso un periodo di formazione all’Università di Bordeaux diventa l’enologo dell’azienda intraprendendo un percorso che porta Castello di Ama alla costante e continua ricerca della qualità sia in vigna che in cantina. Nel 1988 c’è un altro ingresso importante all’interno della realtà vitivinicola toscana: Lorenza Sebasti, figlia di uno dei soci fondatori, ne diventa amministratore delegato. Dalla collaborazione tra Lorenza e Marco Pallanti che condividono la stessa grande passione per il vino, si consolida una comunione di intenti che porta l’azienda ad ottenere sin dagli anni ‘90 grandi risultati e a diventare una tra le primissime aziende del Chianti Classico.
Ad oggi, Castello di Ama possiede e gestisce circa 75 ettari di vigne e 40 ettari di oliveti; la produzione è di circa 320 mila bottiglie, suddivise tra etichette del Chianti classico e IGT.
Il ruolo di direttore generale ed enologo è rivestito continuativamente da Marco Pallanti, che ha anche ricoperto, tra il 2006 e il 2012, la carica di Presidente del Consorzio del Chianti Classico, portando il contributo della creazione della categoria ‘Gran Selezione’ con l’obiettivo di evidenziare la straordinaria qualità e diversità dei vini della regione.

Castello di Ama: vigneti e terroir

Le vigne di Castello di Ama si trovano tra i 430 e i 527 metri slm con terreni formati principalmente da flysch, depositi di arenaria e argilla, generati dal ritiro del mare in Toscana da cui deriva una grande presenza di albarese -calcare bianco compatto - e galestro, una forma di argilla fortemente diffusa in Toscana soprattutto fra le aree chiantigiane e senesi.
La UGA – Unità Geografica Aggiuntiva - di appartenenza di Castello di Ama è proprio Gaiole in Chianti. Già negli anni ’80 la cantina contribuì a consolidare il concetto di Cru, producendo delle selezioni di Chianti Classico. Possiamo citarne alcune:
 “Vigneto San Lorenzo” circa 25 ettari dal terroir principalmente calcareo con discreta presenza di scisti argillose; dal 1982 al 1990 ha prodotto il cru omonimo mentre oggi è il nucleo centrale del sangiovese che da origine alla Gran Selezione Castello di Ama San Lorenzo;
“Vigneto La Casuccia”, a circa 2km dall’abitato di Ama, si estende per circa 18 ettari ed è caratterizzato da un terreno argilloso con una buona presenza di scheletro. Colpisce a livello visivo per il bel terrazzamento con muri a secco che lo costituisce; dal 1985 qui si produce la Gran Selezione di Chianti Classico Castello di Ama Vigneto La Casuccia formata per l’85% da sangiovese e per la restante parte da merlot;
“Vigneto Montebuoni” prende il nome dal piccolo paesino su cui si affaccia, alle pendici della collina parallela al vigneto Bellavista. Acquisito e rimpiantato nel 1997, ha una superficie di circa 14 ettari con un terreno molto vario: ricco in argilla in profondità mentre calcareo e sassoso più in superficie;
“Vigneto Bellavista” si estende su un terreno sassoso prevalentemente argilloso-calcareo per circa 22 ettari; la prima annata dell’omonima Gran Selezione di Chianti Classico risale al 1978, tra le più antiche dell’areale, prodotta per l’80% da sangiovese e per la restante parte da malvasia nera. Un vino che viene prodotto in poche bottiglie e soltanto nelle annate migliori.

L’Apparita: dalla sperimentazione alla nascita del primo merlot toscano in purezza

Castello di Ama però non voleva solo produrre ottime selezioni di Chianti Classico, voleva anche sperimentare: è dalla ricerca di varietà non tradizionali, che potessero esaltare le caratteristiche del sangiovese, che si arriva alla scoperta del merlot. Inizialmente, nel 1975, viene sovrainnestato in una piccola parcella di canaiolo e malvasia bianca ma giunge sin da subito a risultati qualitativi così sorprendenti tanto da portare ad un nuovo reinnesto nel 1982 con il clone 342 arrivato da Bordeaux e a meritare un’etichetta a sé stante, quella che sarebbe diventata “L’ Apparita”. Capostipite dei Merlot toscani in purezza, la prima annata risale al 1985 ma già nel 1987, all’Olimpiade del Merlot che si tenne in Svizzera, vinse contro Petrus grazie al voto della giuria ma anche del pubblico.

Il suolo del vigneto L’Apparita è ricco di argilla, il che contribuisce a trattenere acqua e nutrienti; nel sottosuolo s registra invece una buona presenza calcarea. Solo 6 mila bottiglie annue e un lavoro artigianale di grande qualità che ha portato alla non produzione delle annate 2012 e 2002 proprio perché non ci furono le condizioni per mantenerne il livello qualitativo. Altro particolare da evidenziare è la forma di allevamento utilizzata per questo merlot ovvero la Lyra, un sistema messo a punto negli anni ’80 che presenta due pareti vegetative per consentire il raddoppio della superficie fotosintetizzante; si tratta di una forma produttiva che non ha riscosso generalmente grande successo a causa anche degli eccessivi costi di gestione ma ancora oggi è presente nelle vigne de L’Apparita. 

La degustazione

Iniziamo il nostro percorso proprio partendo da quella che è l’annata più vecchia della batteria sino a giungere alla più recente; un percorso e un racconto fatto di piacevoli note e particolari sfumature. La tecnica produttiva è ovviamente la stessa per tutte le annate, salvo alcune possibili differenze: il vino effettua la fermentazione malolattica per poi ritornare in barriques di rovere a grana fine, 50% nuove e il restante di secondo passaggio. L’affinamento è generalmente compreso fra 14 e i 16 mesi.

Toscana IGT L’Apparita 2007
Dal colore granato che vira sull’aranciato e dalla media saturazione, il nostro calice sia alla vista che all’olfatto racconta i suoi anni: l’impatto balsamico copre un po’ la parte fruttata che è comunque presente con note di prugne e ciliegie sotto spirito. La componente eterea, frutto dei sentori terziari e degli anni in bottiglia è invece molto presente. Al palato risulta setoso e succoso, dal tannino vellutato e con una componente alcolica che giustamente si fa notare e percepire, riprendendo l’etereo già percepito all’olfatto.  Si potrebbe definire meno maturo in bocca rispetto che al naso perché, se i sentori olfattivi appaiono abbastanza importanti, con la parte degustativa il nostro calice si comporta come Benjamin Button, mostrando meno anni di quelli che effettivamente ha.

Toscana IGT L’Apparita 2009
Per ciò che riguarda l’aspetto visivo, tra il primo e il secondo calice in degustazione non si riscontrano particolari differenze in termini di materia colorante e saturazione. L’olfatto invece presenta un impatto molto diverso: emerge soprattutto la componente terrosa da fungo, corteccia e radice. La frutta è più scura che rossa, da ribes nero e mirtillo ed è più fragrante rispetto a ciò che ci si aspetterebbe da un merlot del 2009. La componente balsamica è evidente e predominante rispetto alla componente eterea/alcolica che invece primeggiava nell’assaggio precedente. Al palato risulta morbido e vellutato, la componente alcolica è più integrata e anche il sorso appare più equilibrato. Il tannino emerge un po’ di più dimostrando anche la forza e la potenza di questo vino ma sempre con grande delicatezza; sul finale si avverte una leggera nota amaricante che ricorda la scorza d’arancia.


Toscana IGT L’Apparita 2010
La 2010 nel Chianti Classico è stata definita da molti produttori un’ottima annata e questo assaggio ne è la conferma. Il colore perde quasi totalmente la tonalità aranciata e si presenta di un bel granato di buona fittezza e lucentezza. La componente fruttata è la prima ad emergere all’olfatto con una sfumatura più da frutti rossi: ciliegie, more e lamponi. La parte speziata lascia percepire il cacao e la polvere di caffè, non può mancare l’aspetto vegetale con un sentore di peperone verde arrostito ma anche una buona presenza di erbe aromatiche, dal timo alla salvia: sicuramente un naso di grande piacevolezza e persistenza. Al palato si presenta armonico ed equilibrato, dotato di grande attrattiva e di maggiore eleganza rispetto ai primi due assaggi; una buona freschezza e un tannino presente ma non invasivo completano il quadro già ampiamente positivo. Al momento è il calice che più rappresenta il vitigno da cui viene prodotto.


Toscana IGT L’Apparita 2015
Dal punto di vista visivo si nota una minore evoluzione con un calice che si presenta di un bel  granato con buona saturazione e lucentezza. All’olfatto emerge un sentore lattico e balsamico con la componente fruttata che emerge meno rispetto all’assaggio 2010; si percepiscono le note vegetali da erbe da tisana e la speziatura da caffè, cacao ma anche liquirizia. Torna la parte terrosa da corteccia e da fungo che ci ricorda l’umami. Al palato mostra grande eleganza con il tannino che risulta molto persistente ma sempre con la sua sensazione vellutata; chiude con un finale leggermente amaricante. Un vino che  viene fuori poco alla volta ma in maniera comunque molto piacevole.


Toscana IGT L’Apparita 2018
Dall’aspetto visivo si percepisce che diminuiscono gli anni di sosta in bottiglia, il colore è fitto e lucente. All’olfatto la parte cerealicola spicca più delle altre con un sentore quasi di pop corn, la speziatura inizia a farsi più dolce ricordandoci la vaniglia, i chiodi di garofano e il cioccolato più che il cacao. Fra i sentori vegetali ritroviamo la foglia di pomodoro, per la componente fruttata invece fragole e lamponi non in confettura; la parte balsamica è più tenue proprio a indicare una maggiore gioventù. Al palato mostra grande equilibrio e una buona struttura, la componente tannica è maggiormente presente e ovviamente più rappresentativa ma non intacca la morbidezza e la grande piacevolezza di beva.


Toscana IGT L’Apparita 2020
Chiudiamo la nostra degustazione con il vino più infante della batteria, dal riflesso granato pieno e un’ottima lucentezza. Al naso la componente fruttata è croccante, fragrante, di grande attrattiva; successivamente arrivano le note vegetali da corteccia, radice e rabarbaro, la parte speziata di liquirizia e china ma anche l’empireumatico del tabacco biondo. Al palato si percepisce più che in tutti gli assaggi precedenti la sapidità, rafforzata dal tannino che, per la giovane età, è maggiormente presente. Avrà bisogno di più tempo per diventare più amabile e perfettamente integrato ma si può dire che nel complesso sta crescendo bene, con ottime premesse per il futuro.