Non solo Porto: viaggio nei vini del Portogallo con Paulo Brito

Racconti dalle delegazioni
14 settembre 2026

Non solo Porto: viaggio nei vini del Portogallo con Paulo Brito

Dall'Atlantico alle montagne del Dão, dalle terrazze del Douro alle grandi pianure dell'Alentejo, una serata in AIS Monza e Brianza alla scoperta di uno dei Paesi più originali del panorama vitivinicolo europeo.

Giovanni Libutti

Quando si parla di Portogallo, il pensiero corre quasi automaticamente al Porto, eppure il Paese del vino è molto più ampio e articolato. Questo è stato il punto di partenza della serata organizzata da AIS Monza e Brianza e condotta da Paulo Brito, originario di Lisbona e attivo nell'importazione di vini e prodotti agroalimentari portoghesi. L'obiettivo era mostrare ciò che spesso resta fuori dal racconto più diffuso: un patrimonio vitivinicolo costruito su secoli di storia, centinaia di vitigni autoctoni e una sorprendente varietà di territori. Prima ancora di essere la patria del Porto, il Portogallo è infatti una delle più antiche nazioni vitivinicole d'Europa.

Il vino prima del Porto

La storia della vite in Portogallo precede di molti secoli la nascita dello Stato moderno. Tartessi, fenici, cartaginesi e soprattutto romani contribuirono alla diffusione della viticoltura in un territorio particolarmente favorevole alla coltivazione della vite. Dopo la dominazione araba, che pur vietandone il consumo ne mantenne la produzione, il vino tornò a occupare un ruolo centrale con la nascita del Regno del Portogallo e l'opera degli ordini monastici. L'affaccio sull'Atlantico e la costruzione dell'impero coloniale favorirono poi la diffusione internazionale dei vini portoghesi, consolidata nel XVIII secolo dai rapporti commerciali con l'Inghilterra e dal Trattato di Methuen. Dopo la crisi della fillossera e il lungo periodo dell'Estado Novo, la vera svolta qualitativa arrivò con l'ingresso nella Comunità Economica Europea nel 1986, che favorì investimenti, innovazione e l'emergere di una nuova generazione di produttori.

L’Atlantico e la forza dei vitigni autoctoni

Per comprendere i vini portoghesi bisogna partire da due elementi fondamentali: l’oceano Atlantico e il patrimonio varietale. L’Atlantico agisce come un grande regolatore climatico. Le correnti oceaniche e la costante ventilazione contribuiscono a limitare gli eccessi termici e a preservare freschezza e aromi nelle uve. Anche nelle zone più calde, come alcune aree dell’Alentejo dove le temperature estive possono superare i 45 °C, le escursioni termiche favoriscono il mantenimento dell’equilibrio nei vini. Questa influenza contribuisce a spiegare perché acidità, precisione aromatica e facilità di beva rappresentino caratteristiche comuni a territori molto diversi tra loro.

A questa varietà climatica si aggiunge uno dei patrimoni ampelografici più ricchi d’Europa. In un Paese relativamente piccolo sono censite circa 388 varietà autoctone, una delle più alte concentrazioni di biodiversità viticola al mondo. Il Portogallo rappresenta quasi un caso unico: mentre molte regioni vitivinicole hanno progressivamente adottato varietà internazionali, qui i vitigni storici continuano a occupare un ruolo centrale.

Fra tutti, la touriga nacional è considerata il vitigno simbolo del Paese e la spina dorsale dei migliori Porto. La baga, protagonista della Bairrada, viene spesso descritta come il "pinot nero portoghese" per finezza e longevità, mentre l’encruzado è considerato da molti la risposta portoghese allo chardonnay, grazie alla capacità di evolvere nel tempo e di adattarsi a differenti modalità di vinificazione.

È proprio l’incontro tra l’influenza dell’oceano e questa straordinaria ricchezza varietale a spiegare la personalità dei vini portoghesi contemporanei. In un panorama internazionale sempre più uniforme, il Portogallo continua infatti a proporre una forte distintività di beva, costruita su varietà che raramente trovano equivalenti altrove.

Tradizione e modernità

La centralità della viticoltura nella storia portoghese trova conferma anche in alcuni dati significativi. In un Paese relativamente piccolo, ben due aree vitivinicole sono state riconosciute dall'UNESCO per il loro valore culturale e paesaggistico. La più nota è la Valle del Douro, dove generazioni di viticoltori hanno modellato i versanti montuosi attraverso un sistema di terrazze che oggi costituisce uno dei paesaggi viticoli più iconici del mondo. Più sorprendente è forse il caso dell'isola di Pico, nelle Azzorre, dove la viticoltura viene praticata all'interno di piccoli appezzamenti delimitati da muri di pietra vulcanica che proteggono le vigne dai forti venti atlantici. 

Questa capacità di adattare la coltivazione della vite all'ambiente caratterizza ancora oggi il Portogallo. Il rinnovamento qualitativo avviato negli ultimi decenni ha introdotto nuove tecnologie e maggiore precisione enologica, ma senza interrompere il rapporto con molte pratiche storiche. In alcune aree del Douro, ad esempio, continua a essere utilizzata la tradizionale pigiatura delle uve nei lagares, apprezzata per la delicatezza con cui rompe gli acini evitando l'estrazione di componenti indesiderate. Anche il patrimonio viticolo testimonia questa continuità. In molte regioni del Paese vigne di quaranta o cinquanta anni rappresentano la normalità più che l'eccezione. Apparati radicali profondi, rese naturalmente contenute e grande adattamento all'ambiente contribuiscono alla produzione di vini particolarmente legati al luogo di origine. La dimensione del settore aiuta a comprendere il peso che il vino continua ad avere nell'economia e nella cultura nazionale. Con circa 200.000 ettari vitati e oltre sei milioni di ettolitri prodotti ogni anno, il Portogallo si colloca stabilmente tra i principali protagonisti della viticoltura europea. Non stupisce quindi che proprio qui si trovi una delle pietre miliari della storia del vino moderno. Nel 1756 il Marchese di Pombal delimitò ufficialmente la regione dell'Alto Douro, dando vita a quella che viene generalmente considerata la prima denominazione vitivinicola moderna del mondo. Più che una contrapposizione tra antico e moderno, emerge dunque una ricerca di equilibrio. Una caratteristica che si ritroverà anche nei vini degustati nel corso della serata.

La degustazione

La selezione proposta da Paulo Brito è stata costruita per mostrare la varietà del panorama vitivinicolo portoghese. Nel corso della serata abbiamo attraversato regioni, stili e tipologie profondamente differenti, accomunati però da un elemento ricorrente: il forte legame con i vitigni autoctoni e con i territori di origine.

Bairrada DOC Original Quatro Cravos Espumante Super Reserva Blanc de Noirs 2019 – Quatro Cravos

La degustazione si apre con una scelta tanto insolita quanto significativa. In un Paese raramente associato alla produzione spumantistica, Paulo Brito decide infatti di iniziare il percorso con un metodo classico proveniente dalla Bairrada. Lo spumante è ottenuto da touriga nacional, il vitigno rosso più rappresentativo del Portogallo e una delle varietà che costituiscono la spina dorsale dei migliori Porto. La cuvée è millesimata 2019 e beneficia di 36 mesi di sosta sui lieviti, senza ricorrere all'affinamento in legno. La complessità del vino nasce quindi esclusivamente dal vitigno, dal tempo trascorso sui lieviti e dalla materia prima. Nel bicchiere mostra un perlage particolarmente fine e continuo. L'aspetto più interessante emerge però all'assaggio. La beva è particolarmente piacevole, sostenuta da una persistenza aromatica sorprendente e da una struttura che riflette il carattere della touriga nacional.

Paulo Brito ha sottolineato come in Portogallo gli spumanti siano stati a lungo orientati verso interpretazioni più morbide e abboccate. Solo negli ultimi anni molti produttori stanno andando in direzione di profili più secchi e contemporanei. Più che un vino introduttivo, questo Blanc de Noirs rappresenta una dichiarazione d'intenti: il Portogallo contemporaneo non può essere raccontato attraverso un solo stile produttivo.

Vinho Verde DOC 2022 – António Lopes Ribeiro

Dopo l'apertura affidata a uno spumante metodo classico, la degustazione entra in una delle denominazioni più rappresentative del Portogallo. Il Vinho Verde occupa l'estremo nord-occidentale del Paese, al confine con la Galizia spagnola. Pur comprendendo anche vini rossi e rosati, sono i bianchi a identificare oggi il territorio e a rappresentarne la parte più significativa.

La regione vive in un rapporto strettissimo con l'Atlantico. Il clima fresco e umido, unito a una particolare conformazione geografica che protegge i vigneti dai venti più violenti, contribuisce a definire uno stile costruito su sapidità, freschezza e acidità. Il vino proposto da António Lopes Ribeiro racconta bene l'evoluzione qualitativa della denominazione. Per lungo tempo il Vinho Verde è stato associato a vini molto semplici e fortemente sbilanciati sulla componente acida. Oggi lo scenario appare profondamente cambiato. L'assemblaggio unisce loureiro, avesso e arinto, con il primo a svolgere un ruolo centrale. Il nome stesso del vitigno richiama l'alloro e la varietà è apprezzata per la capacità di coniugare verticalità, freschezza e una marcata componente salina. 

All'olfatto il vino sorprende per una lieve nota idrocarburica, insolita per la denominazione e capace di richiamare, per certi aspetti, il mondo del riesling. La componente aromatica del loureiro contribuisce però a mantenere il profilo equilibrato e riconoscibile. In bocca emergono immediatamente sapidità e freschezza. Pur mantenendo la tipica tensione del Vinho Verde, il vino mostra una maturità e una completezza che testimoniano il salto qualitativo compiuto dalla denominazione negli ultimi anni. Interessante anche la capacità evolutiva: pur trattandosi di un 2022, lascia intuire prospettive di sviluppo superiori alla media della categoria. Con i suoi 13,1% vol., inoltre, il vino si colloca sopra i livelli alcolici tradizionalmente associati alla denominazione, conservando però quella leggerezza di beva che rappresenta uno degli aspetti più affascinanti dei grandi bianchi atlantici portoghesi.

Dão DOC Rosé 2024 – Casa de Mouraz

Dopo l'Atlantico del Vinho Verde, la degustazione si sposta nel Dão, una delle denominazioni storiche più importanti del Portogallo. Il vino nasce da un assemblaggio di touriga nacional, tinta roriz, jaen, alfrocheiro e rufete. L'aspetto più interessante riguarda però il metodo produttivo: non si tratta di un semplice blend ottenuto dall'unione di vini già pronti, ma di una vera co-fermentazione di uve raccolte e vinificate insieme. Una scelta tutt'altro che semplice in una realtà che conta 33 ettari distribuiti in 128 microparcelle, spesso caratterizzate da varietà differenti e tempi di maturazione non perfettamente coincidenti. Per lungo tempo questa frammentazione ha rappresentato una difficoltà per i produttori del Dão. Oggi una conoscenza più approfondita dei vigneti consente di individuare con maggiore precisione il momento ideale della raccolta e raggiungere equilibri un tempo molto più difficili da ottenere. Il vino viene fermentato spontaneamente e affinato per sei mesi con bâtonnage, lasciando che siano soprattutto le uve e il luogo di origine a definirne il carattere. 

Nel bicchiere emerge un rosato di buona struttura e personalità. La materia è presente, ma sempre sostenuta da freschezza e facilità di beva. Non cerca di imitare un bianco né di trasformarsi in un rosso alleggerito: mantiene una propria identità, costruita su equilibrio, persistenza e versatilità gastronomica. Paulo Brito lo ha descritto come un vino capace di accompagnare con naturalezza preparazioni molto diverse, dall'insalata di mare fino a piatti di carne delicati e poco aromatici.

Con questo assaggio emerge uno dei messaggi più importanti della serata: i vini portoghesi più convincenti non sembrano nascere dal desiderio di replicare modelli internazionali, ma dalla volontà di interpretare il proprio territorio attraverso vitigni autoctoni, vigne storiche e pratiche produttive profondamente radicate nei luoghi di origine.

Dão DOC Encruzado 2023 – Casa de Mouraz

Con il quarto vino la degustazione rimane nel Dão, ma cambia completamente prospettiva. Se il rosato precedente raccontava la complessità degli assemblaggi tradizionali della regione, l'Encruzado Dão DOC 2023 concentra tutta l'attenzione su uno dei vitigni bianchi più affascinanti del Portogallo. Per Paulo Brito rappresenta, senza esitazioni, la risposta portoghese allo chardonnay. L'encruzado è una varietà profondamente legata al Dão, tanto da risultare difficile da interpretare altrove. Nel corso degli anni sono stati effettuati tentativi di coltivazione anche in altri territori, persino fuori dal Portogallo, ma senza risultati paragonabili a quelli ottenuti nella sua zona d'origine. È uno di quei vitigni che sembrano trovare nel proprio ambiente naturale una sintonia impossibile da replicare. Paradossalmente, non è sempre tra le varietà più amate dai produttori. Le rese sono naturalmente contenute e la produttività limitata, fattori che ne rendono economicamente meno agevole la coltivazione rispetto ad altri vitigni. In compenso, quando si raggiunge la piena maturazione, l'encruzado è capace di esprimere vini di straordinaria complessità e longevità.

È proprio il tema dell'evoluzione ad aver occupato gran parte del racconto di Paulo Brito. L'encruzado sembra infatti possedere un'innata capacità di trasformarsi nel tempo. Acciaio, cemento, legno o bottiglia: il vitigno continua a evolvere in qualsiasi contesto di affinamento, mantenendo però una sorprendente integrità.

Il 2023 in degustazione si presenta ancora in una fase giovanile, eppure lascia già intuire il potenziale che lo caratterizza. Paulo Brito ha ricordato come bottiglie di oltre dieci anni possano ancora mostrare freschezza, energia e precisione, sviluppando nel frattempo sfumature aromatiche completamente diverse da quelle riscontrabili in gioventù. All'olfatto emergono richiami di pompelmo, ananas e spezie dolci, accompagnati da una sottile componente idrocarburica che ricorda, per certi aspetti, alcune evoluzioni del riesling. In bocca il vino mostra una notevole verticalità, sostenuta da freschezza e lunghezza gustativa. Pur nella sua giovinezza, lascia percepire una struttura destinata ad ampliarsi con il tempo.

Tra tutti i vini degustati fino a questo momento, questo è stato probabilmente quello che meglio ha sintetizzato il concetto espresso all'inizio della serata: il vero Portogallo del vino non cerca di imitare modelli esterni, ma costruisce la propria personalità attraverso vitigni irriproducibili altrove.

Douro DOC Tinto 2022 – António Lopes Ribeiro

Con il quinto vino la degustazione raggiunge la valle del Douro, il territorio che più di ogni altro identifica il Portogallo nel mondo. Se il nome richiama immediatamente il Porto, Paulo Brito ha ricordato come oggi la regione sappia esprimere anche grandi vini secchi, capaci di raccontare il territorio con la stessa efficacia delle produzioni fortificate. Il vino nasce dall'unione di cinque varietà tradizionali: touriga franca, tinta barroca, tinta roriz, touriga nacional e sousão. Le uve vengono raccolte e trasferite immediatamente nei tradizionali lagares, dove avviene la pigiatura con i piedi. Una pratica ancora oggi apprezzata perché consente di estrarre delicatamente colore e aromi senza rompere vinaccioli e raspi, favorendo maggiore finezza gustativa. La fermentazione è spontanea e il vino affina per otto mesi in acciaio. Nessun passaggio in legno: la complessità nasce esclusivamente dalle uve e dalla vinificazione.

Al naso emergono frutto maturo, spezie, cacao, tabacco e leggere sfumature tostate. In bocca la struttura è presente ma sempre controllata. Colpisce soprattutto la morbidezza del tannino, sorprendente considerando la presenza di touriga nacional e tinta roriz, varietà che possono esprimere profili ben più ruvidi.

Il vino mostra equilibrio, pulizia aromatica e una piacevole componente “cioccolatosa” che non compromette la freschezza. Proprio questa delicatezza tannica suggerisce l'abbinamento indicato da Paulo Brito: una battuta di Fassona o altre preparazioni di carne cruda, che trovano nel vino un accompagnamento preciso e poco invasivo. Il risultato è un rosso profondamente legato al Douro contemporaneo, capace di coniugare carattere, eleganza e grande facilità di beva.

Alentejo IGP Reserva Seleção 2021 – Herdade dos Lagos

Con il sesto e penultimo vino la degustazione compie un deciso salto geografico verso sud, raggiungendo l'Alentejo, la più estesa regione del Portogallo. Se il Vinho Verde raccontava l'Atlantico e il Dão l'equilibrio tra granito ed escursioni termiche, qui il paesaggio cambia completamente e assume dimensioni quasi monumentali. 

La protagonista è Herdade dos Lagos, una proprietà di circa 1000 ettari nel cuore dell'Alentejo, gestita secondo un modello policolturale che integra vigneto, allevamento e recupero ambientale. La viticoltura occupa soltanto una parte della superficie, all'interno di un ecosistema in cui laghi artificiali, pascoli e biodiversità costituiscono elementi centrali della gestione aziendale. Paulo Brito ha sottolineato come la ricerca dell'equilibrio ambientale rappresenti uno degli aspetti distintivi della tenuta, che affianca pratiche agronomiche tradizionali a soluzioni innovative per affrontare la crescente pressione della siccità.

Il vino degustato è il Reserva Seleção 2021. L'uvaggio è composto quasi interamente da touriga nacional, con una piccola percentuale di syrah. Anche qui ritorna uno dei temi centrali della serata: il dialogo tra tradizione e innovazione. Le uve provengono da una selezione molto rigorosa delle parcelle e vengono utilizzate principalmente le porzioni superiori dei grappoli, quelle che garantiscono una maggiore uniformità di maturazione. Segue un affinamento di 18 mesi in barrique, scelta che distingue nettamente questo vino dai precedenti assaggi. Nel bicchiere il vino mostra immediatamente profondità e struttura. Il profilo aromatico si apre su piccoli frutti rossi maturi, richiami di confettura e una evidente speziatura che richiama il pepe nero. Emergono inoltre sensazioni tostate e una componente calda e avvolgente che conferisce ulteriore complessità. L'assaggio conferma la vocazione del vino. La struttura è ampia e generosa, sostenuta da una buona concentrazione e da una lunga persistenza aromatica. Pur mantenendo una certa freschezza, il registro è chiaramente diverso rispetto ai vini precedenti e restituisce un'immagine molto efficace dell'Alentejo contemporaneo. La vocazione gastronomica appare evidente. Paulo Brito ha suggerito preparazioni strutturate della cucina tradizionale come bolliti, arrosti e stufati, capaci di accompagnare la ricchezza del sorso e la profondità aromatica del vino.

Dopo aver attraversato Bairrada, Vinho Verde, Dão e Douro, questo assaggio aggiunge un ulteriore tassello al mosaico portoghese costruito durante la serata.

Porto Tawny 20 Years – Vieira de Sousa

Dopo aver mostrato che il Portogallo è molto più del Porto, la degustazione si conclude tornando proprio al vino che ha contribuito a costruirne la fama internazionale. Il Portogallo non è soltanto Porto. Ma il Portogallo è anche Porto. La scelta ricade su un Porto Tawny 20 Years prodotto da Vieira de Sousa, azienda individuata da Paulo Brito dopo una lunga ricerca. L'obiettivo era trovare un produttore ancora poco presente sul mercato italiano, capace di garantire elevata qualità, una produzione sufficientemente articolata e una significativa disponibilità di vigneti. La famiglia dispone di circa 66 ettari vitati distribuiti in cinque proprietà, situate nel Cima Corgo, l'area collinare che molti considerano la punta di diamante qualitativa del Douro per la produzione dei Porto più prestigiosi. 

Nel bicchiere troviamo un Aged Tawny 20 Years, categoria che richiede un lungo affinamento in botte e nella quale l'indicazione dell'età rappresenta lo stile medio espresso dall'assemblaggio. I Tawny sviluppano progressivamente il proprio carattere grazie a una lenta e controllata ossidazione. Nel corso degli anni una parte del vino evapora naturalmente dalla botte e viene reintegrata. Questo continuo dialogo con l'ossigeno favorisce la comparsa di aromi complessi che trasformano profondamente il profilo originario del vino. Il colore si allontana dai riflessi rubino della giovinezza e si muove verso tonalità ambrate e dorate, anticipando già visivamente il percorso evolutivo. Al naso emergono datteri, frutta secca, richiami torrefatti e sensazioni che ricordano la nocciola, le spezie dolci e i frutti disidratati. Sono tutte espressioni della lenta ossidazione controllata che caratterizza la categoria. L'assaggio mostra tutta la complessità acquisita durante il lungo affinamento. La dolcezza è sostenuta da una trama aromatica ampia e stratificata, nella quale la componente ossidativa non viene percepita come stanchezza evolutiva, ma come fattore di profondità e raffinatezza. Più che un semplice vino da dessert, questo Tawny 20 Years appare come una sintesi della tradizione portoghese. Un vino che racconta il Douro, il tempo e la pazienza dell'affinamento, chiudendo idealmente una degustazione che ha dimostrato quanto il Portogallo sappia esprimersi attraverso linguaggi molto diversi.

Conclusione

Alla fine della degustazione, più che l'immagine di una singola regione o di un singolo vino, resta la sensazione di aver attraversato un mosaico di territori profondamente diversi tra loro. In poche ore il percorso ha toccato uno spumante metodo classico della Bairrada, i bianchi atlantici del Vinho Verde, le interpretazioni del Dão, i rossi secchi del Douro, le espressioni dell'Alentejo e infine il Porto, il vino che più di ogni altro ha contribuito alla fama internazionale del Paese. Il messaggio più interessante della serata non riguarda soltanto la varietà delle tipologie degustate, ma l'atteggiamento con cui affrontarle. Il Portogallo continua infatti a rappresentare una delle realtà più originali del panorama vitivinicolo europeo. Un Paese che ha saputo modernizzare la propria produzione senza rinunciare ai vitigni autoctoni, alle vigne storiche e a un legame profondo con i territori di origine. I 388 vitigni censiti, la frammentazione produttiva e la straordinaria diversità climatica e geografica rendono ogni regione un mondo a sé. In questo senso la serata condotta da Paulo Brito è stata soprattutto un esercizio di curiosità. Un invito a guardare oltre le denominazioni più note e ad abbandonare l'idea che i grandi vini debbano provenire sempre dagli stessi territori o dagli stessi vitigni. Molti dei vini degustati erano difficili da collocare all'interno di schemi consolidati. Alcuni hanno mostrato personalità sorprendenti, altri una forte vocazione gastronomica, altri ancora capacità evolutive che il pubblico italiano raramente associa alla viticoltura portoghese. Tutti, però, hanno raccontato con autenticità il luogo da cui provenivano.

Forse è proprio questa la lezione più interessante emersa durante la serata: il vino continua a offrire occasioni di scoperta a chi mantiene viva la sete di conoscenza, la curiosità e la voglia di sperimentare ciò che ancora non conosce. E il Portogallo, da questo punto di vista, rimane una delle destinazioni più affascinanti da esplorare. Perché non è soltanto Porto. Ma è proprio dal Porto che continua, ancora oggi, a partire il viaggio.