Super Tuscan, i ribelli toscani che hanno rivoluzionato l'enologia italiana

Racconti dalle delegazioni
18 febbraio 2026

Super Tuscan, i ribelli toscani che hanno rivoluzionato l'enologia italiana

Insieme ad Artur Vaso, AIS Cremona-Lodi ha organizzato una serata per conoscere e degustare alcuni dei vini protagonisti di una delle pagine più significative dell’enologia italiana

Luisa Costa

La serata dedicata ai Super Tuscan, organizzata dalla Delegazione AIS Cremona-Lodi presso lo Spazio Belvedere di Cremona, ha offerto ai partecipanti l’occasione di approfondire la conoscenza di una tipologia di vini che ha rappresentato un crocevia fondamentale all’interno della storia enologica italiana. Artur Vaso, curatore della Guida ViniPlus di Lombardia, con la sua conoscenza enciclopedica e la passione contagiosa, ha guidato i presenti attraverso un viaggio nel tempo e nei calici, alla scoperta di quei vini "eretici" che hanno cambiato per sempre il volto dell'enologia nazionale.

La genesi di una rivoluzione

«In realtà vorrei assaggiare prima i vini e poi raccontarli», esordisce con un sorriso complice Vaso. Ma la storia dei Super Tuscan merita di essere raccontata prima che il calice parli, perché è una storia di necessità trasformata in arte, di nobili visionari e di regole infrante per creare qualcosa di nuovo.

Siamo alla fine degli anni Sessanta del Novecento. Il Chianti fatica a vendere, i disciplinari sono rigidi, soffocanti. Nasce allora l'esigenza di produrre qualcosa di diverso: vini che non rispettassero le regole imposte, capaci di raccontare il territorio in modo più libero. «La prima testimonianza», racconta Vaso, «è un Sangiovese in purezza che però non rispecchiava il disciplinare del Chianti Classico dell'epoca». Non si trattava necessariamente di usare vitigni internazionali, quello sarebbe venuto dopo, ma semplicemente di infrangere le norme che imbrigliavano la creatività enologica. È il 1968 quando nascono ufficialmente questi vini rivoluzionari, anche se le prime prove risalgono addirittura al periodo bellico degli anni Quaranta.

Tre sono le radici e le vie che hanno dato origine a questa rivoluzione enologica: il Vigorello di San Felice nel Chianti Classico, il Sassicaia del Marchese Incisa della Rocchetta a Bolgheri, e il Tignanello del Marchese Piero Antinori. Tre vini e altrettanti territori, un'unica filosofia: produrre qualcosa di diverso, al di fuori dei canoni, anche a costo di essere declassati a "vini da tavola".

Le tre radici della rivoluzione

La storia inizia con Ermanno Morganti, enotecnico della cantina sociale di Poggibonsi e allievo di Tancredi Biondi Santi, il pioniere che ideò il metodo della ricolmatura delle bottiglie. Morganti aveva ereditato dal maestro l'audacia di sperimentare, ma sentiva il peso di disciplinari troppo rigidi. «Non voleva rispettare queste regole così restrittive, bensì raccontare le sfumature del suo terroir».

Nasce così nel 1968 il Vigorello, un Sangiovese in purezza che rompe con la tradizione del Chianti Classico, che all'epoca richiedeva almeno il 70% di Sangiovese con un saldo di altre uve, comprese le bacche bianche.

La presenza di bacca bianca nel Chianti aveva una ragione tecnica precisa: «Il Sangiovese ha un problema di stabilità degli antociani acilati che tendono a perdere efficacia soprattutto durante la fermentazione», spiega. «È per questo che, in alcune bottiglie più evolute, si riscontra talvolta un colore meno fitto». L'inserimento di uve a bacca bianca aiutava a stabilizzare il colore, una pratica che solo le moderne tecniche produttive hanno reso superflua.

Ma è con il Sassicaia che la vera rivoluzione prende forma e si intreccia indissolubilmente con la storia di una famiglia e di un territorio. La tenuta San Guido, appartenente alla famiglia Della Gherardesca dal XIII secolo, diventa nel 1942 dimora del Marchese Mario Incisa della Rocchetta. «Il business non era il vino assolutamente, ma i cavalli», ricorda il relatore. «Possedevano all’interno delle loro scuderie i migliori del mondo». La cantina era poco più che un'appendice, un rifugio dove il Marchese coltivava la sua passione per il vino.

La storia del Sassicaia è intrisa di leggenda e verità. Un mito da sfatare riguarda proprio le origini dell'ispirazione del Marchese: contrariamente a quanto si racconta, Incisa della Rocchetta non si recò mai in Francia per studiare i vigneti bordolesi. Il legame con Bordeaux nasce altrove, nei ricordi d'infanzia conservati gelosamente dalla memoria. Fu a Palazzo Chigi a Roma, nella casa del nonno, che il giovane ascoltò conversazioni sui grandi vini francesi, percepì profumi e suggestioni che avrebbero plasmato la sua visione enologica. Quei momenti, apparentemente insignificanti per un bambino, piantarono il seme di un sogno che si sarebbe concretizzato solo decenni dopo. Incisa della Rocchetta studiò le carte di Bordeaux, comprese l'importanza dell'altimetria e dell'esposizione, e trovò a Pisa, non in Francia, vecchie barbatelle di Cabernet Sauvignon presso i Duchi Salviati a Migliarino. Il territorio venne chiamato Sassicaia per la sua natura sassosa e ghiaiosa, simile al Graves di Bordeaux. «Trova queste vigne che erano già in sesto, doveva prendere solo le radici», spiega. «Le piante a 350 metri d'altezza, voleva proteggerle dal salmastro del mare».

Per vent'anni, quel vino rimase un segreto, un esperimento domestico che tutti giudicavano negativamente. L'arrivo nel 1967 di Giacomo Tachis, giovane enologo appena laureato dalla scuola di Bordeaux, segna la svolta. Il rapporto tra i due fu difficile ma produttivo. Tachis introduce le vasche in acciaio per la fermentazione, controllando le temperature e preservando gli aromi. 

Nel 1972 viene presentata la prima annata commerciale, la 1968, anche se in realtà si tratta dell’assemblaggio di cinque millesimi: le annate dal 1965 al 1969, con maggioranza della '68. «Pensate alla lungimiranza avuta già dalla prima bottiglia di menzionare l’annata» enfatizza il relatore, difficile immaginare oggi di avere il Sassicaia senza un millesimo. Il momento della consacrazione arriva nel 1978 a Londra, quando Hugh Johnson e Serena Sutcliffe organizzano una degustazione alla cieca di Cabernet Sauvignon dove vince Sassicaia. Da quel momento, Bolgheri diventa sinonimo di eccellenza mondiale. Wine Spectator premia nel 2015 il Sassicaia come miglior vino al mondo, facendo schizzare i prezzi da 150 euro a oltre 600 euro a bottiglia.

La terza radice affonda nella storia millenaria dei Marchesi Antinori, famiglia che produce vino dal 1300. Oggi sono alla ventiseiesima generazione. Nel cuore del Chianti Classico, nella tenuta Tignanello a Panzano, Piero Antinori e Giacomo Tachis danno vita nel 1970 a un vino che diventerà leggendario. «Può essere definito come il primo Super Tuscan del Chianti Classico ad utilizzare vitigni internazionali e la barrique», spiega con passione. Il vigneto, esposto a sud-est a circa 400 metri di altitudine, poggia su terreni di galestro e alberese che caratterizzano le zone più antiche della Toscana. 

La prima annata del 1971 contiene ancora Malvasia bianca e Canaiolo, non più impiegati dal 1975. Dal 1982 l'assemblaggio rimane invariato a come lo conosciamo oggi. Sangiovese maggioritario con circa il 20% di Cabernet Sauvignon e Cabernet Franc. L'etichetta stessa racconta una storia. Nel 1974, durante una cena al Castello della Sala in Umbria, Silvio Coppola grafico famoso nell'industria del design riceve l'incarico di creare un'etichetta che rispecchi l'unicità del vino. Lui prende la firma del padre, Niccolò Antinori e la inserisce in etichetta. Dall'altra parte lo stemma familiare e questo sole stilizzato, un'immagine che oggi è iconica nel panorama enologico mondiale.

La nascita del termine "Super Tuscan" e il riconoscimento internazionale

La consacrazione di questi vini "eretici" passa attraverso tappe fondamentali che ne segnano il destino. Nel 1974, Luigi Veronelli voce autorevole e spesso controcorrente dell'enologia italiana dedica un articolo su una rivista molto importante a questi vini rivoluzionari. Li definisce con un gioco di parole geniale: “vino da tavola, vino da favola”, sottolineando il paradosso di una situazione che vedeva i migliori vini d'Italia relegati alla categoria più bassa della classificazione.

Il termine "Super Tuscan" vede la luce a metà degli anni Ottanta. Alcuni attribuiscono l'origine a Nicolas Belfrage, anche se successivamente è stato Robert Parker dagli Stati Uniti a diffonderlo capillarmente. Il nome identifica un vino fatto non necessariamente da vitigni francesi ma con tecniche bordolesi, una definizione che abbraccia tanto il Vigorello con il suo Sangiovese in purezza, quanto i blend internazionali di Bolgheri. Parker, con la sua influenza crescente sul mercato mondiale, contribuisce a plasmare non solo la fama ma anche lo stile di questi vini. 

Solo con l'introduzione dell'IGT nel 1992 e poi con le DOC nel 1994 questi vini ottengono un riconoscimento formale. Per il Sassicaia viene creata addirittura una denominazione esclusiva: Bolgheri Sassicaia DOC, un caso unico in Italia. Sempre nel 1994, sedici realtà vitivinicole storiche decidono di compiere un ulteriore passo. Sotto la guida di Paolo Panerai, figura chiave che con Castellare aveva già dato vita a uno dei grandi Super Tuscan, nasce il comitato storico dei Super Tuscan.

Tra le cantine fondatrici spiccano nomi che oggi rappresentano l'eccellenza toscana: San Felice con il Vigorello, Marchesi Antinori con il Tignanello, Montevertine con Le Pergole Torte, Isole e Olena con il Cepparello, Fontodi con il Flaccianello della Pieve, Castellare con I Sodi di San Niccolò, Badia a Coltibuono con il Sangioveto, Querciabella con la Camartina e altre realtà di prestigio.

La degustazione: sei interpretazioni di un'idea

«Siamo partiti con l'annata più vecchia per arrivare alla più giovane», spiega Artur introducendo la sequenza degustativa. Non è una scelta casuale, ma una strategia precisa che rivela l'esperienza del relatore. Servire il Sassicaia 2022 come ultimo calice non è solo un omaggio alla leggenda, ma una necessità sensoriale: la sua struttura, il suo carattere aristocratico potrebbero sovrastare tutto ciò che viene dopo.

Toscana IGT - Castellare - I Sodi di San Niccolò 2018

Il primo calice racconta una storia di territorio e tradizione. Il nome significa "i soldi veri". San Nicolò era un quartiere di Firenze dove c'erano le banche. Il vigneto, situato a Castellina in Chianti, creato da Paolo Panerai negli anni '70 con la consulenza di Attilio Scienza.

All'esame visivo, il vino si presenta con un colore granato di media intensità. La tonalità vira verso l'arancio, una sfumatura molto interessante che rivela la maturità di questa annata 2018. All'olfatto, emergono subito le note speziate, evidenti e preponderanti. C'è una parte eterea che si fonde con la frutta in confettura, ciliegia scura e prugna. Le spezie dolci chiodi di garofano, cannella si alternano a note più terrose, un’impronta che ricorda il territorio calcareo d'origine. La complessità olfattiva è notevole, con sfumature che spaziano dal caffè al cacao. Al gusto, ha una buona bevibilità. La bocca rivela tanta materia, maturità, una struttura che però sembra all’inizio un po' chiusa ma con qualche minuto in più darà il meglio come aromaticità. Il tannino è presente ma integrato, la persistenza è buona, con un finale che richiama il caffè tostato e le spezie dolci, segno di un'evoluzione armoniosa.

Toscana IGT - Isole e Olena - Cepparello 2020

«Esplosione», esclama aprendo la degustazione di questo Sangiovese in purezza proveniente da San Donato in Poggio, nella Luga, una delle 11 unità geografiche aggiuntive del Chianti Classico. Creato nel 1980 da Paolo De Marchi, il Cepparello rappresenta una selezione massale delle migliori piante del territorio.

All'esame visivo, presenta un colore rubino intenso con riflessi violacei, più giovane e vivace rispetto al precedente. La luminosità è notevole, segno di un'annata che ha dato uve di grande qualità. La consistenza è importante, con archetti marcati che scendono lenti all’interno del calice. All’olfatto, questo vino è un po' più espressivo. Emerge una terrosità intrinseca: sottobosco, un po' la radice, il muschio, le foglie secche. L'evoluzione della nota speziata è evidente, con una buona balsamicità. Bello, pulito, con una complessità che racconta il territorio del galestro. Le note di confettura di ciliegia si fondono con quelle di marasca, mentre in sottofondo emergono sentori di cioccolato fondente e caffè espresso. Al gusto, conferma l'impressione olfattiva. Il frutto è concentrato, note di cioccolato, caffè, confettura di ciliegia e marasca. La prugna emerge nel finale. Il tannino è presente, ben estratto, con una texture che avvolge il palato. La persistenza aromatica è notevole.

Toscana IGT - Capezzana - Ghiaie della Furba 2021

Carmignano, territorio storico riconosciuto già nel bando del 1716 di Cosimo III de' Medici. «L'uva francesca deriva da questo territorio», spiega Artur, riferendosi al Cabernet Sauvignon che qui si coltiva da secoli. La Tenuta di Capezzana, gestita dalla famiglia Contini Bonacossi, è uno dei baluardi di questa denominazione. Questo blend di Cabernet Sauvignon, Merlot e Syrah su terreno argilloso rappresenta un taglio bordolese per eccellenza.

All'esame visivo, il colore è rubino molto intenso, quasi impenetrabile, con riflessi violacei ancora giovanili. La consistenza rivela una struttura importante, con lacrime dense che scendono lentamente. Nella parte olfattiva emerge prepotente una parte verde di foglia di pomodoro, di peperone, che fa pensare a qualcosa di bordolese. L'identità varietale del Cabernet Sauvignon è evidente. C'è una nota eterea insieme di vaniglia, che testimonia i 18 mesi in barrique. Quasi l'asparago fa capolino. La balsamicità è presente ma più austera rispetto ai vini precedenti. Note di peperone verde si alternano a quelle di ribes nero e mora. Al gusto dà la sensazione di essere stato realizzato ieri. Il tannino è vigoroso, la struttura importante, l'acidità vivace, la persistenza buona. È un vino che stimola, che fa pensare e promette un'evoluzione importante nei prossimi anni.

Colli della Toscana Centrale IGT - Fontodi - Flaccianello della Pieve 2021

Panzano in Chianti, la Conca d'Oro: un anfiteatro naturale dove le caratteristiche pedoclimatiche si amplificano, regalando ai vini maggiore profumo, struttura, intensità cromatica e concentrazione fruttata. La tenuta Fontodi, guidata da Giovanni Manetti, attuale presidente del Consorzio del Chianti Classico, rappresenta un'eccellenza assoluta nella produzione di Sangiovese in purezza. L'azienda si distingue inoltre per essere il primo distretto biologico italiano, con una conduzione totalmente biologica dei vigneti.

All'esame visivo, carminio luminoso con riflessi granato, una trasparenza che però non inganna sulla concentrazione. La tonalità è intensa, brillante. La consistenza è notevole, con archetti marcati. All'olfatto, intenso e ampio. Il Sangiovese si mostra in tutta la sua complessità: ciliegia matura, confettura di amarena, note floreali di viola appassita, note di caffè, spezie più dolci e i chiodi di garofano emergono preponderanti. La purezza aromatica è straordinaria, amplificata dal territorio della Conca d'Oro. Note di tabacco dolce e cuoio si fondono con quelle di vaniglia e cioccolato, eredità di un affinamento sapiente. La bocca è piena, avvolgente, con un tannino nobile e una freschezza che mantiene il vino vivace. L'alcol è perfettamente integrato in una struttura che sembra quasi liquida per quanto è setosa. La morbidezza è elegante, mai stucchevole. La persistenza è lunga, con un finale che richiama la ciliegia sotto spirito e le spezie dolci. «Flaccianello della Pieve è uno di quei vini che emoziona sempre», conclude Vaso.

Toscana IGT - Marchesi Antinori - Tignanello 2022

L'icona del Chianti Classico nella sua interpretazione più moderna. «È sempre un vino che può dividere anche», ammette Artur con onestà. Ma questa annata 2022 si presenta con credenziali importanti.

All'esame visivo, rubino intenso con riflessi violacei, giovane e vibrante. Il colore è profondo, quasi impenetrabile. La consistenza è notevole e di una concentrazione ottimale. Ha una potenza olfattiva significativa, qui l'eleganza prevale sulla potenza. Il frutto è protagonista: ciliegia, ribes nero, un tocco di cassis. L’impatto della barrique si sente ma non domina, apportando note di vaniglia, cioccolato e caffè che si fondono armoniosamente. L'arancia sanguinella emerge, caratteristica del Sangiovese in questo assemblaggio. Note di rabarbaro, chinotto e liquirizia completano un bouquet complesso e armonico. Al gusto, la conferma: è equilibrato questo vino. Il tannino è presente ma raffinato, moderato, la scorza d'arancia ritorna nel finale. L'acidità sostiene senza aggredire, l'alcol è perfettamente bilanciato. La struttura è piena ma mai pesante, la morbidezza elegante si alterna ad una freschezza e una sapidità che rinfresca il palato. La persistenza è lunga, aristocratica. 

Bolgheri Sassicaia DOC - Tenuta San Guido - Sassicaia 2022

Il silenzio che precede il servizio dell'ultimo calice è quasi religioso. «Le aspettative sono altissime», avverte. All'esame visivo, rubino molto intenso, impenetrabile, con riflessi violacei brillanti. La giovinezza dell'annata è evidente, ma anche la profondità del colore che promette longevità. La consistenza è importante, con archetti densi che testimoniano concentrazione e struttura. All'olfatto, «ha un'eleganza verde importante» racconta. Il Cabernet Sauvignon si esprime con aristocrazia: note di foglia di alloro, eucalipto, accompagnate da una balsamicità che evoca la macchia mediterranea. Il frutto è presente ma contenuto, quasi timido: mora, ribes nero, mirtillo. Le note eteree si fondono con quelle speziate, pepe nero e liquirizia. Il bouquet rivela anche sentori di grafite e tabacco da pipa. In bocca, la rivelazione. Ha struttura e corpo. Il tannino è presente, vigoroso, ma vellutato e gradevole. L'acidità è perfetta, la freschezza sorprendente per un vino così strutturato. La persistenza è straordinaria.

Il giudizio finale conferma l'eccellenza di questa annata 2022: la persistenza aromatica si rivela straordinaria e prolungata. È un vino che non si limita a impressionare nell'immediato, ma che promette un'evoluzione affascinante negli anni a venire. Una riflessione che va oltre il calice, riconoscendo al Sassicaia il merito storico di aver aperto una strada nuova per l'enologia italiana, dimostrando che il coraggio di infrangere le regole può generare capolavori destinati a durare nel tempo.

Il Sangiovese: una nota d'autore

Durante la serata, Vaso dedica una parentesi appassionata all'origine del Sangiovese, vitigno che costituisce l'anima di molti Super Tuscan. «Pensate che questo vitigno non è toscano», rivela. La genetica moderna ha dimostrato che il Sangiovese deriva dall'incrocio tra il vitigno toscano Ciliegiolo e il pugliese Negrodolce, avvenuto probabilmente nell'agro campano.

Nel XII secolo, Papa Leone, in una gita a Sant'Arcangelo di Romagna, ad un pranzo gli servirono un vino, buono pare, Sanguis Jovis. Ma questa è leggenda. La prima testimonianza documentale risale al 1590, quando Gian Vettorio Soderini nel suo manuale sull'agricoltura menziona un vitigno pieno di succo, simile al sangue, duro, che chiama San Gioveto.

Il vitigno giunse in Toscana presumibilmente attraverso le maestranze che i Medici inviavano nel Regno delle Due Sicilie per recuperare i crediti accumulati durante il finanziamento delle campagne militari. Al loro ritorno a Firenze, quelle barbatelle trovarono terreno fertile in Toscana, dando origine a un vitigno che oggi si è diffuso in diciotto regioni italiane, diventando il più coltivato dell'intera penisola.

La serata si conclude con un applauso corale, non solo per il relatore e per l'organizzazione impeccabile della Delegazione AIS Cremona-Lodi, ma soprattutto per quei visionari che, sessant'anni fa, osarono infrangere le regole per inseguire un sogno di qualità. I Super Tuscan non sono solo vini: sono la dimostrazione che l'eccellenza nasce spesso dalla ribellione intelligente, dal coraggio di chi sa guardare oltre i confini prestabiliti.

Domani, al risveglio, il ricordo di questi vini tornerà prepotente, cristallizzato nella memoria. Tra i calici ancora mezzi pieni e le bottiglie svuotate con rispetto, si percepisce che quella serata ha lasciato un'impronta profonda. Perché esistono vini che vanno oltre la semplice esperienza organolettica: tracciano solchi nella memoria, costruiscono legami emotivi, si intrecciano indissolubilmente con la nostra storia personale di appassionati. Sono quei vini che, vent'anni dopo, ricordiamo ancora con precisione: l'annata, il momento, le persone con cui li abbiamo condivisi.