Chianti Classico, Valtènesi e Oltrepò Pavese: al via la nuova stagione dei Degustatori lombardi
Degustatori AIS Lombardia
02 ottobre 2026
La nuova sede di AIS Varese ha accolto il primo incontro di preparazione del gruppo dei Degustatori di AIS Lombardia. Al centro della giornata, l’approfondimento di due territori lombardi e uno toscano, profondamente diversi per caratteristiche e vitigni.
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Lo scorso 12 settembre si è aperto il primo degli incontri che accompagneranno la squadra dei Degustatori di AIS Lombardia verso le intense giornate di degustazione per la preparazione della Guida ViniPlus e della sezione lombarda della Guida Vitae.
La giornata ha visto come protagoniste due zone vinicole regionali, Oltrepò Pavese e Valtènesi, e d una delle denominazioni più conosciute e apprezzate del nostro paese, il Chianti Classico. L’obiettivo, com’è facile intuire, non era quello di mettere a confronto i vini, ma, trattandosi di areali complessi e variegati, di provare a comprenderne peculiarità e sfumature.
Il Chianti Classico
La prima parte della giornata è stata dedicata al Chianti Classico: il racconto del territorio e delle caratteristiche delle zone di produzione ha visto l’autorevole presenza di Massimo Castellani, Ambasciatore del Chianti Classico, docente AIS e ALMA.
Castellani ha innanzitutto distinto le due tipologie che, insieme al Chianti Classico annata, compongono la piramide di produzione: la Riserva, che prevede un affinamento minimo di 24 mesi e la Gran Selezione che ne prevede almeno 30. Ancora, la menzione Gran Selezione è riservata ai vini prodotti da sangiovese in purezza o con un massimo del 10% di vitigni complementari non internazionali.
Da qualche anno sono inoltre state create 11 UGA, Unità Geografiche Aggiuntive, che, come ha sottolineato scherzosamente Castellani, non vogliono complicare la comprensione dell’areale, ma al contrario servono a comprenderlo meglio: si tratta infatti di areali, porzioni o pressoché l’intero territorio comunale, in cui si è sintetizzata una uniformità pedoclimatica, un tratto distintivo di declinazione del sangiovese, vitigno difficile che costituisce un narratore fedele dell’ambiente in cui vive, nasce o cresce.
Si può suddividere l’area del Chianti Classico in fasce altimetriche o geologiche: tutti i territori sono originati da un fondale marino che tra 5 e 7 milioni di anni fa si è ritirato andando da est verso ovest, per cui è possibile affermare che le aree geologicamente più antiche sono quelle più a est, Greve, Gaiole e Radda; così le aree più giovani sono quelle a ovest, corrispondenti a San Casciano e Castellina.
A est si trova prevalentemente una formazione geologica antica, il macigno di arenaria: sono sabbie cementificate che vengono usate anche come pietre di costruzione (un esempio è Palazzo Vecchio a Firenze). Il macigno affiora nelle aree più alte, con vigneti posti anche a 500 m slm, determinando nei vini un profilo particolarmente fresco, legato anche a un terreno più povero, con meno colore, più richiami floreali, di arancia, ingresso sottile in bocca, maggior tensione in termini di acidità e tannino meno protagonista.
La fascia centrale (Panzano, parte bassa di Radda, parte alta di Castellina e parte bassa di Gaiole, Vagliagli e Castelnuovo Berardenga) è il territorio che presenta l’alberese: è una roccia calcarea molto compatta, biancastra e grigiastra, che si presenta in combinazione con il galestro, una conformazione lamellare con più o meno calcare; si tratta di argilla calcarea fossilizzata, che essendo molto friabile, permette alle radici di andare in profondità. Da un punto di vista altimetrico, in quest’area scendiamo di quota, con vigne poste tra 350 e 400 m slm.
Le aree geologicamente più giovani, risalenti al Pliocene, sono formate da argille, che possono contenere anche fossili, e costituiscono le zone in cui il mare è ristagnato; corrispondono qui gli areali più caldi tra cui la parte bassa di Castellina; mentre nell’area di Barberino Tavarnelle troviamo anche depositi lacustri.
Rimangono due isole: la prima, a nord, è San Casciano, con depositi fluviali: qui scorre la Pesa (che insieme all’Elsa è il fiume più importante del Chianti), il cui alveo, che un milione di anni fa era molto più ampio, ha creato un territorio di sabbie e cosiddetti pilloli, ossia sassi rotondi. L’altra è rappresentata da Castelnuovo Berardenga: il terreno qui è originato da un deposito lacustre di acqua salata, comunque di origine marina, composto da sabbie miste a calcare; l’altimetria si attesta sui 200 – 250 m slm.
Panzano, infine, è uno spartiacque: a nord c’è maggior schermatura solare; a sud la luminosità e la calorosità solare sono minori e si avvertono in modo diverso, con un riverbero differente e un incremento strutturale dei vini a prescindere dal fatto che si tratta sempre di sangiovese.
L’ultimo elemento distintivo è sempre costituito dalla mano del produttore, che fa la differenza a seconda dell’impronta modernista o tradizionalista in merito all’utilizzo del legno: ciò determina una differenza non solo di modello, ma anche di categoria.

La degustazione
Come sempre le batterie sono state degustate alla cieca, per cercare di comprendere il comportamento del vino e provare a verificarne la corrispondenza rispetto alle caratteristiche del territorio di provenienza.
Si parte con un vino di taratura: si tratta di un taglio tra sangiovese e vitigni internazionali; al visivo si presenta carminio cupo, ma attrattivo; è un vino intenso, con una presenza di sentori di frutta scura, ma manca l’integrazione del legno, che marca e determina l’olfatto, risultando utilizzato in modo non troppo preciso. L’aspetto peggiore è però al palato: pur avendo forza, struttura e una piacevolezza d’insieme, manca di eleganza; il tannino è un po’ vegetale a pregiudica attrattiva e persistenza; è di grande impatto, ma non profondo. È un IGT proveniente dalla parte sud di Montalcino, che ha avuto un’annata caldissima, la 2021, ma in cui c’è una maturità fenolica non perfetta del cabernet sauvignon che ne compromette l’eleganza.
Le prime 4 batterie sono composte ognuna da tre vini:
1^ batteria - Chianti Classico DOCG
Il primo campione è una Gran Selezione di San Casciano, sangiovese 100% Il torriano, La Sala 2020. L’azienda lavora un singolo vigneto di 1,5 ha a 310 m, situato nel punto più alto e che per questo gode della presenza di un’eccezione, unendo il galestro all’alberese; le rese sono bassissime (40 q/ha). Fermenta in acciaio, con lieviti indigeni e approccio tradizionalista, un aspetto che si sia nel colore sia nei richiami olfattivi: esordisce con profumi maturi, di frutta in confettura; evolve su sentori più empireumatici e terrosi: sottobosco, corteccia, il cui riconoscimento è accelerato dall’areale caldo. Ha un impatto sottile, ma con una crescita dell’alcol che è elemento preponderante. Ha tannino progressivo e buona salinità.
Con il secondo campione ci spostiamo nell’UGA Greve (versante riva destra, parte alta). Si tratta di un altro sangiovese in purezza, ma con un profilo differente, un registro, altimetrico, stilistico e climatico, di stile modernista. Siamo intorno a Ruffoli, allo stesso livello di Lamole; è la Riserva di Querciabella 2022. Siamo nella parte più alta di Greve, in cui la vigna tocca il bosco; l’azienda è biodinamica e utilizza barrique francesi; fa fermentazione e maturazione in legno (di cui 20% nuovo). Pur essendo la 2022 una vendemmia calda, qui si percepisce l’altimetria; c’è vivacità visiva e olfattiva; manca un po’ di ampiezza, ma il vino è più proiettato nel tempo. La concentrazione del colore richiama il legno, che introduce note dolci, quasi vanigliate, ma è rispettoso del frutto. Sembra semplice al sorso, ma non lo è: punta sulla dinamicità e la verticalità dell’acidità, con richiami all’arancia sanguinella. Se si volesse definire con un solo termine, si dovrebbe dire che è un vino succoso: c’è un mix di tensione tra acidità e sapidità, il tannino è attore non protagonista e ha una bevibilità estrema, con una buona lunghezza di gusto.
Il terzo campione, ancora un sangiovese in purezza, si colloca a Panzano, sul versante orientale, più fresco, opposto alla Conca d’oro; è importante specificarlo perché Panzano è su una dorsale, il cui versante sud è caldissimo e presenta una grande concentrazione di colore e di profumo. Il versante opposto è quello meno luminoso, ma più fresco: qui si colloca l’azienda Le Fonti, di cui degustiamo la Gran Selezione 2021. È un’annata difficile, ma non si trovano grandi criticità, in quanto a suo favore gioca l’ambiente più fresco. Rimane un taglio un po’ rustico, specialmente in bocca, ma ciò è legato più alla vendemmia che alla mano del produttore, sempre molto precisa. Matura per 24 mesi in tonneaux, ha tenuta di colore molto bella e lo è anche l’utilizzo del legno. All’olfatto non richiama solo la ciliegia, ma in generale il frutto rosso (rispetto ad altri vini del territorio molto più cupi), c’è anche arancia sanguinella, melograno e un floreale che non sempre si trova a Panzano. È tannico, con tensione calibrata sull’acidità che riduce la percezione dell’alcol.
2^ batteria - Chianti Classico DOCG
Con il primo campione siamo a Gaiole, nella zona alta, più vicina alle montagne del Chianti; si tratta di una Gran Selezione da singola vigna, ultima annata in commercio. È un fuoriclasse: si tratta del Vigna Gittori di Riecine 2020, vigna a 500 m slm, con viti di almeno 40 anni, di poco più di un ettaro in regime biologico, fermenta in vasche di cemento non vetrificato, macera per 25 giorni e trascorre 24 mesi in tonneau esausti. Al di là della sede aziendale, posta al limite del paese, c’è il bosco: l’idea del produttore è di realizzare un sangiovese con un registro di eleganza ad ogni costo: è quasi alpestre, con poca massa colorante, ma sorretta della vivacità; ha freschezza fruttata che crea un crescendo in bocca; come i grandi vini, parte sottile e succoso, ma poi, in deglutizione, ha una seconda vita, legata non alla potenza, ma all’eleganza. Il tannino ha grana sottilissima, ma già centrale, che dà certezza di una progressione futura. In questo vino non è essenziale solo la sua matericità, ma anche un secondo aspetto, la sua aericità, la sua persistenza, che è un fattore che non si può né alterare né aumentare con nessuna pratica enologica: è il risultato della perfetta interazione tra vitigno, terreno, clima e conoscenza del territorio.
Proseguiamo con un campione di Vagliagli, Vallepicciola, Gran Selezione Lapina 2021, vigneto con altimetria variante da 380 e 440 m slm; è l’area più calda del Chianti Classico, in cui calore e luce sono gli elementi centrali e l’azienda è proprio al confine dell’areale del Chianti Classico. Fermenta in cemento, la macerazione si sviluppa per 15 giorni, poi matura per 30 mesi in barrique di cui 30% nuove. La massa colorante indica la diversità di ambiente rispetto al vino precedente; inoltre, la vendemmia 2021 è stata calda; il vantaggio per questo vino è dato dalla relativa altimetria ed escursione termica, oltre a essere in un ambiente boschivo. Il profumo è internazionalista: ha profilo olfattivo scuro, su note di creme de cassis, ribes nero; il floreale rimane a latere, ha liquirizia, tabacco e una parte boschiva. In bocca ha una dinamica che associa una buona salivazione a un tannino un po’ graffiante, ma legato all’areale, in progressione. È un vino di prospettiva, con potenza e buona lunghezza.
Con il terzo campione ci spostiamo di poco, a Castelnuovo Berardenga, Azienda Losi, Gran Selezione Millennium 2015; vigna a 350 m, zona molto calda con tessitura non solo di alberese ma anche di calcare tufaceo. È un’azienda familiare, piccola, situata nella parte nord, a Querciavalle. È un’area molto aperta in cui si inizia a vedere un terreno che vira verso l’ocra, caldissimo e siccitoso. L’idea è quella di creare un taglio tradizionalista, con sangiovese, canaiolo e malvasia nera: ciò porta a una diminuzione di potenza del sangiovese, nonostante la 2015 sia una grande vendemmia. Fermenta in cemento, matura in botti da 10 hl e affina a lungo in bottiglia.
Dopo 11 anni, si apprezza il colore, ma la parte olfattiva risulta ancora chiusa: i profumi hanno una direzione di terziarizzazione del frutto, con echi empireumatici e di speziatura. C’è anche una parte boschiva, ma autunnale, di fungo e corteccia. Al gusto si rivela un Chianti Classico d’antan, in cui la potenza calorica territoriale si affianca a un tannino che sembra quasi irrisolto, polveroso, come si confà a un Chianti Classico di impostazione non così attuale: a livello gustativo è espressivo, un po’ penalizzato dall’olfatto.
Valcalepio
Il territorio della Valcalepio è ampio e composto da terreni variegati: i suoli sono prevalentemente argillosi, ma anche misti di calcare, scisto e sabbia; il territorio della Bergamasca, da un punto di vista geografico a nord viene delimitato dalle Prealpi, a sud si arriva a Brunello del Monte e Carrobbio degli Angeli; a ovest a Torre dei Roveri, mentre a est è delimitato dal Lago d’Iseo; si tratta di un territorio pedecollinare, montano nella parte alta, con la viticoltura che arriva ai 450 m slm; sono presenti formazioni interessanti, con flisch di Pontida e di Bergamo, arenarie di Sarnico, tutte alterazioni dell’argilla calcarea nel tempo.
La vallata occidentale ha territori prevalentemente argillosi, misti con le marne e una profondità variabile; la parte centrale è equilibrata tra argilla e calcare; quella orientale presenta il “sass de luna” (che ha reso famoso il Moscato di Scanzo); a sud subentra arenaria e parte alluvionale di riporto. Si assiste quindi a un’alternanza di zone e sedimenti, con un territorio non giovane, in quanto la viticoltura si pratica da tempo; si può definire come una risposta al taglio bordolese: ha predominanza di merlot e percentuale variabile di cabernet sauvignon.
3^ batteria - Valcalepio Doc
La batteria prende in esame tre zone diverse per raccontare il territorio, anche se è difficile rilevare un’identità territoriale:
Con il primo campione siamo in una vigna quasi urbana, vicina alla Città Alta di Bergamo: si tratta di Conti Moroni, Valmarina 2021, 80% merlot 20% cabernet sauvignon, 3,5 ha totali.
Il secondo campione è più a sud, appartiene alla storica Famiglia Lecchi: si tratta di Cascina Violo, Il violino - Tenuta Casa Virginia 2019, 60% merlot 40% cabernet sauvignon, 24 mesi in barrique.
Per il terzo campione ci spostiamo a Brunello del Monte, La Collina, Bruno Rosso 2019, parte alluvionale pianeggiante, 60% merlot 40% cabernet sauvignon, fa tonneaux.
Sono tre espressioni differenti di questo territorio: il 1° e il 3° campione all’inizio presentano una nota erbacea e speziata, ma la tenuta sia all’olfatto che al gusto si modifica velocemente; il 2° campione è invece quello più garbato già all’impatto e si è mantiene espansivo anche nel tempo.
Nel primo vino, inizialmente moderato, la parte olfattiva si perde man mano, e così anche il tannino. Il secondo vino ha invece intensità e complessità, lasciando emergere una parte balsamica che ricorda la caramella alle erbe alpine, a cui subentrano anche erbe di campo che fanno pensare a una tisana; in bocca è la persistenza ad attrarre. Il 3° vino è ancora differente: ha un gusto sottile, di corteccia, e una potenza calorica incisiva, per cui complessivamente si colloca tra gli altri due.
Oltrepò Pavese
In questa degustazione si analizzano due dei vitigni principali del territorio, croatina e barbera, non in purezza ma in taglio, strutturato in modo diverso nei vini; si tratta di vitigni complementari, uno dotato di tannino e poca acidità, viceversa l’altro; la batteria si compone di tre vini, di cui nei primi due, Casteggio Doc, una denominazione poco utilizzata, si può parlare di un Buttafuoco con protagonista invertito: c’è prevalenza della barbera e poi croatina, con saldo di ughetta e uva rara (è anche consentito l’utilizzo del pinot nero). Il secondo vino ha invece le stesse proporzioni dei vitigni del Buttafuoco, con prevalenza della croatina. I terreni sono molto variegati, ma hanno come base comune il fatto di rappresentare una zona sedimentaria, con matrice calcarea; si tratta di terreni pesanti, che danno luogo a vini sempre di corpo e strutturati. Nel caso della barbera e della croatina, siamo nella fascia di prima collina.
4^ batteria – Oltrepò Pavese
Il primo campione, Casteggio Doc Riserva Le Fracce Boemi 2019, è certamente il più convincente della batteria; parte con i sentori classici della barbera, con note fruttate e vegetali, erba tagliata, balsamicità fresca e mentolata; al palato poi subentra l’apporto della croatina, che si rivela per la piacevole trama tannica. Pur essendo un 2019, il colore ha ancora una buona tenuta, buona persistenza e i tannini conferiscono un giusto bilanciamento.
Complicata, invece, la degustazione del secondo e terzo vino della batteria, quasi certamente a causa di bottiglie poco fortunate o che probabilmente hanno avuto problemi di conservazione.
5^ batteria
L’ultima batteria ha visto sotto la lente di ingrandimento dei degustatori quattro campioni di tutte le precedenti denominazioni, con l’obiettivo di provare a individuarle e distinguerle, descrivendo naturalmente il contenuto del calice.
Il primo campione è un Chianti Classico che ha sempre riscosso un grande successo dalla critica: prodotto solo da due annate, il Bragantino Monteraponi Gran Selezione DOCG 2020 nasce da una vigna posta a 570 m di altitudine e con una pendenza del 50%: si tratta del vigneto più vecchio dell’azienda, la selezione di Baron Ugo. Vendemmia manuale, fermentazione spontanea, 42 mesi di maturazione in botti di rovere di Slavonia, quasta la sua carta di identità. Poche le bottiglie prodotte, meno di 1000, con approccio tradizionalista. La degustazione, che ha evidenziato una difformità di giudizio a causa di bottiglie con caratteristiche differenti tra loro, ha comunque messo in mostra lo stile inseguito dall’azienda, che punta all’eleganza e a un sorso sottile e delicato nella trama tannica.
Il secondo campione è un vino storico del panorama italiano, oltre che di quello chiantigiano: Castello di Brolio Gran Selezione Docg 2022. Di proprietà di Ricasoli, nasce dall’assemblaggio dei vigneti Gran Selezione dell’azienda. L’azienda lavora con un’enologia molto rigorosa e moderna: il vino matura per 22 mesi in tonneaux di cui il 30% nuovo, con una filosofia opposta a Monteraponi.
Si prosegue con un’altra annata del Casteggio Doc Boemi dell’azienda Le Fracce, questa volta la 2017,: un po’ sottotono rispetto al millesimo 2019, evidenzia una maturità già in fase calante con note di sottobosco e una trama tannica arrivata al suo punto di massima espressione.
Infine, l’ultimo vino, il Valcalepio Doc Riserva Gaetano 2009 dell’azienda Tallarini: appassimento prolungato in pianta, un lungo affinamento di 3 anni in botte. Maturo, rivela un sentore di confettura e caramella sia al naso che al palato, ma, anche in questo caso, comincia ad accusare i diaciassette anni di vita.

Un lungo applauso per Massimo Castellani e la Commissione, nonché la consegna del diploma ai neo-degustatori, chiudono una giornata come di consueto intensa e stimolante.