Albana vs. Chenin blanc: gemelli diversi?
Racconti dalle delegazioni
13 aprile 2026
Due vitigni lontani per origine ma sorprendentemente affini per vocazione: albana e chenin blanc si sono confrontati in una degustazione che ne ha esaltato versatilità e identità. Tra acidità, struttura e interpretazioni diverse, il viaggio ha attraversato Romagna e Valle della Loira.
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Ci sono intuizioni che nascono quasi per caso, magari da una provocazione lanciata durante una degustazione. È proprio da una suggestione di questo tipo che ha preso forma una serata originale e stimolante, capace di trasformare un’intuizione in un vero e proprio percorso di analisi sensoriale: mettere a confronto albana e chenin blanc, due vitigni apparentemente distanti ma uniti da una sorprendente affinità espressiva.
Un tema che si inserisce perfettamente nel solco delle attività di AIS Milano, da sempre attenta a indagare non solo i territori, ma anche le connessioni meno evidenti tra vitigni e stili produttivi. La sala, animata da un pubblico curioso e partecipe, diventa così il luogo di un confronto vivo, dove ogni calice contribuisce a costruire un racconto.
Protagonista storica della Romagna, l’Albana è stata la prima DOCG italiana attribuita a un vino da vitigno a bacca bianca. Per lungo tempo rimasta in secondo piano rispetto a sangiovese e trebbiano, oggi vive una nuova stagione di valorizzazione grazie a una generazione di produttori che ne stanno riscoprendo profondità e versatilità, lavorando sia sulla precisione stilistica sia sull’identità territoriale. Strutturata, alcolica, morbida ma sostenuta da acidità e da una rara presenza tannica, l’albana si distingue per una personalità fuori dagli schemi, capace di interpretazioni che spaziano dalla versione secca fino ai passiti di grande intensità.
Dall’altra parte della scena, lo chenin blanc racconta secoli di storia della Valle della Loira. Già coltivato intorno al X secolo nell’area di Anjou, questo vitigno ha costruito la propria fama su una straordinaria capacità di adattamento. Duttile e raffinato, capace di riflettere con precisione il terroir, offre una gamma espressiva ampissima: spumanti tesi e verticali, bianchi secchi di grande eleganza, fino alle celebri vendemmie tardive segnate dalla botrytis cinerea. La sua acidità vibrante e la maturazione lenta lo rendono un interprete ideale del tempo e delle annate, dando vita a vini che evolvono con profondità e complessità.
A guidare la degustazione è stato il sommelier Davide Gilioli, che ha accompagnato i partecipanti in un itinerario ideale tra castelli della Loira e colline romagnole, alternando racconto tecnico e suggestioni sensoriali. Il percorso si è sviluppato toccando diverse tipologie: spumanti, vini secchi e passiti, costruendo una progressione studiata per evidenziare analogie e contrasti.
Fin dai primi calici è emerso come il filo conduttore non fosse tanto la somiglianza aromatica, quanto piuttosto l’equilibrio dinamico tra freschezza e struttura. Entrambi i vitigni, infatti, giocano su una tensione interna che si traduce in vini mai banali, dove acidità e materia si rincorrono e si bilanciano.
Nel corso della degustazione, l’Albana ha rivelato la sua anima più materica e avvolgente, con una trama gustativa spesso arricchita da una leggera sensazione tannica che ha contribuito alla profondità del sorso. Lo Chenin blanc, invece, si è distinto per una verticalità più marcata, per una freschezza affilata, presente anche nelle versioni più ricche e mature. Ne è emerso un dialogo continuo tra eleganza aromatica e potenza gustativa, tra tensione acida e rotondità, in cui le differenze si sono trasformate progressivamente in punti di contatto. È proprio in questo spazio intermedio, tra identità e convergenza, che la degustazione ha trovato il suo momento più interessante: quando il confronto smette di essere opposizione e diventa chiave di lettura.
La degustazione
Ad aprire il percorso, il Crémant de Loire AOC Brut 2023 di Pierre Bise, espressione vibrante di chenin blanc che ha introdotto con eleganza il tema della serata. Proveniente dai vigneti di Les Hauts de Montbenault, il vino si presenta con una spuma fine, continua, quasi setosa, che anticipa un profilo olfattivo nitido e luminoso, giocato su note di mela verde, pera croccante e scorza di limone, accompagnate da delicati richiami floreali e da una sfumatura di lievito che ricorda la crosta di pane fresco. Al palato colpisce per slancio e precisione: l’attacco è teso, verticale, sostenuto da una freschezza incisiva che si distende poi in una piacevole morbidezza di fondo. La chiusura, pulita e agrumata, lascia una traccia sapida che invita immediatamente al sorso successivo. Un inizio raffinato e dinamico, capace di raccontare la versatilità dello Chenin blanc nella sua veste più immediata e conviviale.
Il passaggio all’albana è avvenuto con il Romagna Albana Secco DOCG Delyus 2024 di Marta Valpiani con il suo profilo deciso e contemporaneo. Le uve provengono dai vigneti di Brisighella e Castelbolognese, territori che contribuiscono a definire precisione e identità del vino. Il colore è luminoso, dorato tenue, preludio a un bouquet intenso che alterna note di frutta gialla matura, come pesca e albicocca, a richiami floreali e leggere sfumature erbacee. Emergono anche accenni di miele e mandorla, a testimoniare la complessità del vitigno. In bocca il vino si distende: una struttura piena e avvolgente è subito bilanciata da una freschezza viva e da una sottile trama tannica che dona profondità e grip al sorso. Il finale è lungo, caldo, con un ritorno fruttato e una leggera vena sapida. Un Albana che interpreta con precisione il territorio, mostrando carattere e misura.
Il viaggio è proseguito nella Loira con il Saumur Blanc AOC Les Pentes 2023 di La Seigneurie, che esprime il lato più elegante e territoriale dello chenin blanc. Proveniente da vigneti situati nei coteaux calcaires di Saumur, il vino racconta con coerenza il legame con il suolo. Al naso è fine, progressivo, con note di fiori bianchi, mela renetta e agrumi, arricchito da una sottile impronta minerale che richiama la pietra focaia. Al palato il vino si sviluppa in verticale, con una freschezza affilata che guida il sorso e ne definisce la struttura. La tessitura è snella ma non esile, sostenuta da una sapidità che accompagna verso un finale lungo e preciso. Un’interpretazione che punta sulla purezza e sulla trasparenza espressiva.
È tornata poi la Romagna con il Ravenna Bianco IGT MonteRè BRIX 2023 di Vigne dei Boschi, un’albana che si distingue per approccio artigianale e identità marcata. Le uve nascono nei vigneti di San Romano e Modigliana, contesti che imprimono carattere e profondità al vino. Il colore è più intenso, quasi dorato, e introduce a un profilo olfattivo complesso, in cui si intrecciano note di frutta matura, erbe aromatiche, scorza d’arancia e leggere sfumature ossidative che ne ampliano la profondità. Il sorso è pieno, materico, con una struttura avvolgente sostenuta da una freschezza ben presente e da una componente tannica più evidente, che contribuisce a definire il carattere del vino. La chiusura è lunga, articolata, con richiami speziati e una persistenza che lascia il segno. Un’interpretazione intensa e autentica.
Con il Quarts de Chaume AOC Grand Cru Douceur Angevine 2021 di Le Clos Galerne si è entrati nel regno delle grandi espressioni da botrytis. Le uve provengono dallo storico vigneto di Quarts de Chaume, uno dei cru più prestigiosi della Loira per i vini dolci. Il colore è dorato profondo, luminoso, e anticipa un bouquet ampio e stratificato: miele d’acacia, albicocca disidratata, frutta candita, zafferano e leggere note speziate si fondono in un insieme armonico e avvolgente. Al palato il vino è ricco, denso, ma mai opulento: la dolcezza risulta perfettamente bilanciata da una freschezza vibrante che ne sostiene la progressione e ne allunga il finale. La trama è setosa, elegante, con una persistenza lunghissima che richiama note agrumate e speziate. Un vino di grande equilibrio e profondità.
A chiudere il percorso, il Romagna Albana Passito DOCG Arrocco 2024 di Fattoria Zerbina ha offerto una sintesi magistrale delle potenzialità del vitigno. Le uve provengono dai vigneti di Marzeno, zona vocata che contribuisce alla concentrazione e all’eleganza del vino. Il colore è ambrato luminoso, mentre il naso si apre su un ventaglio aromatico ricco e coinvolgente: albicocca disidratata, fichi secchi, miele, scorza d’arancia candita e leggere note speziate si susseguono con armonia. Il sorso è avvolgente, pieno, caratterizzato da una dolcezza importante ma sempre equilibrata da una freschezza viva che dona slancio e bevibilità. La chiusura è lunga, persistente, con ritorni fruttati e una delicata vena balsamica. Un finale di grande eleganza che conferma la vocazione dell’albana anche nelle sue espressioni più concentrate.
Il confronto tra albana e chenin blanc si è rivelato molto più di un esercizio stilistico: è stato un dialogo profondo tra territori, storie e sensibilità produttive, capace di andare oltre la semplice degustazione per trasformarsi in uno strumento di lettura del vino contemporaneo. Due vitigni diversi per origine, cultura e diffusione, ma accomunati da una straordinaria capacità di interpretare il tempo, il clima e la mano dell’uomo, restituendo nel calice identità sempre riconoscibili e al contempo in continua evoluzione.
La serata ha dimostrato come, al di là delle distanze geografiche, esistano affinità profonde che il vino sa raccontare con immediatezza soprattutto quando il confronto è costruito con intelligenza e sensibilità. L’alternanza tra stili, dalla tensione degli spumanti alla precisione dei secchi, fino alla ricchezza dei passiti, ha evidenziato non solo le differenze, ma anche una comune matrice espressiva fatta di equilibrio, versatilità e capacità di adattamento.
Ciò che è emerso con forza è stata la centralità del vitigno come interprete del territorio, ma anche il ruolo decisivo del produttore chiamato a trovare un punto di sintesi tra struttura e freschezza, tra concentrazione e bevibilità. In questo senso, albana e chenin blanc si sono rivelati varietà esigenti, mai scontate, che richiedono attenzione e visione, ma che sanno ripagare con vini di grande personalità e profondità.
Albana e chenin blanc, “gemelli diversi”, hanno così confermato il loro ruolo di protagonisti in un panorama enologico sempre più orientato alla complessità e all’identità, dove la ricerca non è più solo quella della qualità tecnica, ma diventa altresì quella della riconoscibilità e dell’autenticità. Un confronto che non si esaurisce nel calice, ma che lascia spazio a nuove riflessioni e possibili percorsi di approfondimento dimostrando, ancora una volta, come il vino, quando raccontato e interpretato con consapevolezza, sia capace di unire mondi lontani parlando un linguaggio universale.