Alsace Grand Cru Riesling: avventura proteiforme tra terroir e vitigno

In AIS Monza e Brianza si è parlato di una regione che sfugge a ogni semplificazione: l’Alsazia. Una terra di confine dove il Reno separa e unisce, dove il riesling cambia volto a ogni collina e dove il terroir raggiunge livelli di complessità incredibili. A guidarci Samuel Cogliati Gorlier, in una serata dedicata non soltanto al vino, ma al modo in cui un territorio riesce a trasformarsi nel calice in identità e memoria.

Monica Berno

«Perché l'Alsazia è, a mio modo di vedere (…) soprattutto quando si parla di vini bianchi, la più grande regione vitivinicola di Francia. Punto». Attacca così Samuel, con una dichiarazione netta, dal tono quasi provocatorio, ma che ci dà l’idea perfetta del rapporto spesso controverso fra questa regione e il mondo degli appassionati. Una zona che per tanto tempo è rimasta ai margini del grande dibattito enologico internazionale: amata da una ristretta cerchia di cultori, ma raramente posta al centro dell’attenzione con la stessa enfasi riservata a Borgogna, Champagne o Bordeaux. Solo negli ultimi anni si è iniziato finalmente a riconoscere all’Alsazia il ruolo che le compete nel panorama europeo dei grandi vini bianchi. Meglio tardi, che mai. 

Un mosaico geologico unico in Francia

Forse il ritardo nel riconoscimento dell’Alsazia dipende proprio dalla sua complessità. «L’Alsazia porta con sé una decina di vitigni, una gran varietà di giaciture, di esposizioni, di fasce altimetriche… ma soprattutto è l’unica regione di tutta la Francia vitivinicola a poter rivendicare tutti i tipi di formazioni litologiche e geologiche possibili e immaginabili». Graniti, calcari, arenarie, marne, scisti e perfino terreni vulcanici: questo luogo è un atlante geologico a cielo aperto, dove ogni vitigno cambia volto in funzione del terroir. I suoli granitici regalano riesling tesi, verticali e minerali; quelli vulcanici danno vita a vini austeri, profondi e longevi; le marne, invece, offrono espressioni più ampie, morbide e generose.

Eppure il luogo comune continua a ridurla a terra di vini bianchi aromatici e dolci. Una lettura superficiale, come ricorda provocatoriamente il relatore: «Alla domanda: “che cos’è l’Alsazia?”, spesso si risponde: “una regione in cui si fanno vini bianchi aromatici dolci”. Sbagliato. Proprio siamo abbastanza lontani dalla verità dei fatti». L’Alsazia è infatti molto di più: grandi bianchi secchi, Vendanges Tardives, Sélections de Grains Nobles, Crémant d’Alsace e persino Pinot Noir di forte personalità anche se «giudicare un Alsazia rosso è un'operazione che dovrebbe prescindere in tutto e per tutto dal paragone con la Borgogna». E non è semplice.

Identità, terroir e grandezza di un vitigno di confine 

Per raccontare una regione così sfaccettata servirebbe molto tempo. La scelta, inevitabilmente, cade quindi sul suo interprete più emblematico: il riesling. Vitigno di origine renana, nato probabilmente tra Rheingau e Mosella, il riesling porta con sé tutta la doppia anima culturale dell’Alsazia, sospesa da sempre tra Francia e Germania. Non a caso, per lungo tempo molte uve alsaziane finirono oltreconfine per sostenere vini tedeschi più leggeri. Oggi quest’uva è considerata il simbolo della regione, ma la sua ascesa è relativamente recente: negli anni Cinquanta occupava una porzione marginale del vigneto alsaziano, mentre oggi rappresenta una delle varietà più importanti della regione. 

Dal punto di vista genetico sappiamo che è figlio del gouais blanc - antico vitigno quasi scomparso ma progenitore di alcune delle più importanti varietà europee, dallo chardonnay all’aligoté, dal gamay al syrah - e probabilmente incrociato con traminer o savagnin. Anche sotto il profilo della selezione clonale il riesling rappresenta un caso particolare: in Francia esistono soltanto otto cloni ufficialmente selezionati e certificati, un numero esiguo se confrontato con quello di chardonnay o pinot noir. Fortunatamente, l’Alsazia custodisce ancora un patrimonio genetico straordinario grazie alla presenza di un vero conservatorio varietale che raccoglie circa 190 ecotipi differenti di riesling, preservando una biodiversità fondamentale per il futuro del vitigno. Diffuso in Germania (24.000 ha), Romania (6100 ha), USA (4600 ha), Ucraina (2700 ha), Cina (2500 ha) Austria (2100 ha), Italia (1700 ha).

Il riesling è un vitigno tardivo, resistente al freddo e perfettamente adattato ai contesti continentali del nord Europa. In Alsazia trova condizioni ideali grazie a un clima sorprendentemente secco e ventilato, protetto dai Vosgi, capace di favorire maturazioni lente, acidità elevate e grande precisione aromatica. Predilige terroir di scisti, graniti e calcari, che ne esaltano mineralità, tensione e longevità. Proprio la straordinaria capacità evolutiva rappresenta uno dei suoi tratti distintivi: con l’invecchiamento sviluppa le celebri note di idrocarburo e cherosene legate al TDN (composto chimico chiamato 1,1,6-trimetil-1,2-diidronaftalene), mantenendo freschezza e profondità anche dopo decenni. 

Alsace Grand Cru, denominazione rigorosa

La massima espressione del riesling alsaziano si ritrova nei Grand Cru, ufficialmente riconosciuti solo nel 1975. Oggi sono 51, e ben 46 autorizzano il riesling: un dato importante da sottolineare, perché i Grand Cru alsaziani sono spesso vigneti in cui possono essere coltivati diversi vitigni. Storicamente i protagonisti sono i quattro cosiddetti ‘vitigni nobili’ - riesling, gewürztraminer, pinot gris e muscat - ai quali si aggiunge, in un’unica eccezione significativa, il sylvaner. Più recentemente, dalla vendemmia 2023, anche il pinot noir è stato ammesso in alcune denominazioni.

La denominazione Alsace Grand Cru rappresenta circa 650 ettari, pari a una piccola frazione (4–5%) del vigneto alsaziano complessivo. Si tratta quindi di una classificazione fortemente selettiva, che interessa solo una parte ristretta dei migliori terroir della regione. Il disciplinare prevede regole produttive rigorose: rese limitate (50 hl/ha per i vini bianchi, con eccezioni fino a 60 hl/ha a seconda dell’annata) e un carico massimo in vigneto di 8500 kg/ha, con l’eventuale eccedenza non qualificabile come Grand Cru. La vendemmia deve essere manuale, mentre sono vietate irrigazione e pratiche come l’uso di chips di legno in vinificazione: i vini non possono essere commercializzati prima del 1° novembre dell’anno successivo alla vendemmia, garantendo così una maturazione minima di un anno prima dell’uscita sul mercato.
All’interno della denominazione sono ammesse anche le menzioni ‘Vendanges Tardives’ e ‘Sélection de Grains Nobles’, che prevedono livelli di concentrazione zuccherina ancora più elevati e selettivi.

Fra tutti i Grand Cru, uno in particolare sembra incarnare il lato più estremo dell’Alsazia: il Rangen de Thann, vigneto vulcanico dalle pendenze vertiginose. «Se cadete nei filari del Rangen, l’ospedale è dietro l’angolo», scherza Samuel, descrivendo una viticoltura tanto eroica quanto spettacolare.

LA DEGUSTAZIONE

La degustazione si è svolta a coppie di vini e alla cieca, non per provare a indovinare il vino, ma per liberarsi dai preconcetti, da quello che sappiamo o pensiamo di sapere, dai condizionamenti che ci dà il prezzo della bottiglia, la sua celebrità, i premi, la bellezza dell'etichetta... 

Vino numero 1

Si parte con il primo vino che si veste di giallo paglierino e ha un naso penetrante «fitto, puntuto, piuttosto varietale, abbastanza crudo… un po’ caustico e leggermente bruciante alle mucose». Unisce una varietalità accentuata a una certa austerità e severità. Sembra anche un po’ immobile, riportandoci il naso ripropone la stessa componente aromatica che «è fortemente varietale, ma nel tempo appare quasi “usurata”, come direbbero i francesi, usé, un po’ consumata». Anice stellato, citronella, rucola. In bocca si ritrova perfettamente ciò che si è sentito al naso: ha una trama compatta, fortemente acida, «sferzante». Nel finale emerge, in assenza di zucchero, l’impronta amara dei terpeni. Il «suo limite gustativo» conclude Samuel «è la sensazione di una certa segmentazione: acidità e amaro da una parte e alcol e parte glicerica dall'altra che fanno fatica a ricongiungersi». 

Vino numero 2

Nel confronto diretto, il primo vino appare più asciutto, teso e severo. Il secondo, dal colore dorato, apre invece a un registro completamente diverso. Al naso emergono «carnosità, polpa, suggestione, rotondità», elementi assenti nel precedente. La componente aromatica è meno varietale e si fonde in una trama fruttata e avvolgente, con richiami quasi animali che ricordano «la componente grassa di certi prosciutti crudi, per esempio del Serrano». Il bouquet è più ampio e graduale, con note di melone maturo, sapone di Marsiglia e camomilla, lontane dall’immediatezza del primo vino. In bocca il sorso è morbido, quasi cremoso e, nonostante i quattro anni in meno, mostra già grande profondità. «È inappropriato scomodare il termine equilibrio, è un vino che va molto al di là dell’equilibrio», chiosa Samuel. La progressione gustativa procede per stratificazioni successive, sostenuta da una marcata impronta minerale e sapida che accompagna il finale.

Il confronto tra i due vini è molto istruttivo: il primo è lineare, teso, varietale con una struttura meno integrata tra le componenti; il secondo è dinamico, stratificato, più profondo e costruito su una progressione gustativa che si sviluppa nel tempo. Il relatore conclude implicitamente che la differenza tra i due vini non è solo tecnica o territoriale, ma soprattutto legata alla capacità del vino numero 2 di costruire relazioni interne più armoniche e dinamiche tra le sue componenti, rendendolo un prodotto di livello nettamente superiore.

Vino numero 3

Il terzo vino, di un bel giallo dorato, si presenta fin dal primo impatto con un profilo aromatico ricchissimo e stratificato. Riesce là dove, secondo Samuel, il vino precedente «avrebbe voluto arrivare»: integrare perfettamente la componente varietale del riesling dentro una complessità più ampia e orizzontale. Emergono note di cera d’api, scorza di mandarino cinese, liquirizia, cardamomo e leggere sfumature resinose e balsamiche che ricordano conifere e bosco. L’idrocarburo c’è, ma non invade la scena: «arriva a traino, non buttato sul palcoscenico a fare un monologo». Il naso è mutevole, dinamico, quasi cangiante. Tornando sul calice dopo l’assaggio del quarto vino, Samuel confessa: «io quasi non lo riconosco». Con l’ossigenazione il vino si apre ulteriormente su sensazioni di paté de foie gras, albicocca disidratata, cialda e wafer. Il sorso è impressionante per eleganza e compattezza: tensione, setosità, freschezza agrumata e una profondissima matrice salina convivono in perfetto equilibrio. «Per me il 3 è un vino puramente celestiale», conclude il relatore.
Il finale è lunghissimo, balsamico e lascia la sensazione di trovarsi davanti a un vino già straordinario pur essendo ancora giovanissimo. 

Vino numero 4 

Il quarto vino cambia completamente registro, già con il colore: un inatteso aranciato che lascia intuire una vinificazione differente: si tratta infatti di un riesling macerato sulle bucce. Il naso è più raccolto e introspettivo rispetto all’esuberanza del vino precedente. Emergono profumi di cenere, camino spento, legna bagnata, salamoia di olive nere, tabacco scuro, cereali integrali e leggere note ossidative che ricordano l’Armagnac e il Calvados. Qui i riferimenti classici del Riesling rimangono volutamente in secondo piano. In bocca il vino mostra una struttura più fisica e tannica, ma senza perdere delicatezza. La macerazione dona materia e presa gustativa senza trasformarsi in durezza. Il finale resta asciutto, leggermente allappante, ma sostenuto da una freschezza ancora viva che mantiene il sorso dinamico e gastronomico.
Samuel, pur dichiarandosi poco incline ai Riesling macerati, riconosce che «l’esperimento è molto riuscito». È un vino pensato chiaramente per la tavola: arrosti di maiale, ragù bianchi, formaggi stagionati. Un bianco dalla forte impronta gastronomica, capace di mantenere identità varietale senza farsi dominare esclusivamente dalla tecnica di vinificazione.

Il confronto fra i due vini mette in scena due interpretazioni quasi opposte dell’Alsazia contemporanea. Il terzo vino rappresenta la purezza assoluta del grande riesling alsaziano: profondità, eleganza, dinamismo e precisione aromatica. Il quarto sceglie invece una strada più radicale e sperimentale, dove macerazione e materia modificano profondamente il linguaggio del vitigno. Come osserva Samuel: «Il numero 4 gioca un altro sport, non un altro campionato!» ed è questa la chiave più corretta per leggerlo. Se il terzo vino appare quasi universale nella sua perfezione espressiva, il quarto divide inevitabilmente il pubblico, proprio perché mette in discussione l’idea più classica di riesling.

Vino numero 5
Il quinto vino, dai riflessi dorati, si porge con un «naso lento e ovattato» che pare giocare inizialmente su sfumature lattiche (latte condensato, caramello leggero e yogurt greco). Poco alla volta emergono sentori più complessi e inaspettati: erbe mediterranee (timo, salvia, maggiorana e origano) insieme a richiami di uva passita, marron glacé e frutta esotica appena accennata. È un vino che non si concede subito, anzi «si fa cercare», aprendosi gradualmente con una dinamica ancora più trattenuta rispetto al vino numero 2. Samuel lo descrive come un vino «soffocato, con cautela, senza irruenza», destinato a esprimersi lentamente nel tempo. Al sorso «la morbidezza tracima in una spettacolare dolcezza ricca di dettaglio, di definizione, di precisione, di succosità. Sentite come la dolcezza sia sostenuta e nobilitata dall’acidità ma soprattutto dal sale», osserva il relatore, sottolineando come il vino riesca a mantenere slancio e freschezza pur in presenza di residuo zuccherino. Non è propriamente un demi-sec, ma qualcosa di intermedio. Il finale, attraversato da una lieve nota amaricante di china, aggiunge tonicità e precisione. «È un vino con zucchero residuo che riesce a essere dissetante». Lunghissimo e impeccabile nella progressione, viene definito uno dei vini più completi della serata, con una capacità evolutiva «di mezzo secolo».

Vino numero 6
Con il sesto vino si cambia completamente direzione. Il naso è immediato, più espansivo «con una carnosità che gli dà molto rilievo» gioca su sensazioni di confetto, caramella inglese e soprattutto un sorprendente richiamo al brodo di carne. Samuel cita persino il brodo dei marubini cremonesi, evocando un universo gastronomico caldo e avvolgente. Rispetto al quinto vino, il profilo aromatico appare più dinamico, con una lieve componente volatile che ne aumenta l’espressività. Tuttavia, dietro questa maggiore immediatezza, il vino mostra anche un accenno di evoluzione più marcata. In bocca colpisce per la sua «trasparenza gustativa assoluta», precisa Samuel, dove trasparenza non significa inconsistenza. Il sorso rimane agile, tonico e slanciato nonostante la presenza importante di zucchero. È ancora una volta la combinazione fra acidità e sapidità a evitare che il vino risulti troppo pesante. Pur essendo ottimo, il sesto vino appare però meno profondo e meno incisivo del precedente: più varietale, più riconoscibile nella sua espressione di Riesling, ma meno originale.

Il confronto tra i due vini è particolarmente interessante. Il sesto possiede probabilmente un residuo zuccherino superiore, tanto che Samuel ammette di aver sbagliato l’ordine di servizio: avrebbe dovuto precedere il quinto. «Il numero 5 è più buono, più completo, più strutturato, più lungo, più profondo, più salino, più acido, è… più tutto». Il quinto vino, pur meno dolce tecnicamente, risulta molto più ampio, profondo e persistente. Il sesto convince per eleganza e bevibilità, ma il quinto raggiunge un livello superiore di complessità e tensione gustativa, confermandosi come uno dei vertici assoluti della degustazione.

La chiusura di questa degustazione ci riporta alla scelta del relatore di procedere alla cieca: «avere in mente una certa idea di Riesling ci orienta necessariamente verso un’aspettativa». Noi ci siamo spogliati delle nostre aspettative, abbiamo lasciato da parte il peso dei pregiudizi per toccare con mano come, quando varietà, terroir e vinificazione riescono a convivere senza che uno degli elementi prenda il sopravvento, allora il vino può trovare una propria autenticità. Anche nelle sue interpretazioni più estreme.


I vini degustati

1 - Alsace Grand Cru Brand Riesling 2018 - Trimbach
Areale: comune di Turckheim. Sottosuolo: granitico. Esposizione: sud, sud/est; viti di 65 anni (0,8 ha). Vinificazione: pigiatura e successiva pressatura pneumatica, sfecciatura centrifuga, fermentazione alcolica a temperatura controllata, affinamento sulle fecce fini, filtrazione tangenziale, nessuna precipitazione tartarica.

2 - Alsace Grand Cru Hengst Riesling 2022 - Zind-Humbrecht
Areale: comune di Wintzenheim. Sottosuolo: marnoso su calcare e arenarie. Esposizione: est; 270-370 m s.l.m., viti di 6 anni. Vinificazione: pressatura diretta lenta, fermentazione alcolica spontanea, affinamento 15 mesi circa. Alcol 12,8%, zucchero 2,1 g/l, acidità 6,1 g/l, pH 3,15.

3 - Alsace Grand Cru Wiebelsberg Riesling 2020 - Marc Kreydenweiss
Areale: comune di Andlau. Sottosuolo: sabbia di arenaria rosa. Esposizione: sud; 230-300 m s.l.m., viti di 20-40 anni (1,58 ha). Vinificazione: pressatura diretta lenta, fermentazione alcolica spontanea, affinamento in legno grande sulle fecce nobili 25 mesi. Alcol 13,5%, zucchero 5,4 g/l, acidità 10,4 g/l.

4 - Alsace Grand Cru Vorbourg Riesling – Macération 2022 - Pierre Frick
Areale: comune di Rouffach. Sottosuolo: marnoso-calcareo con ciottoli di arenaria coperti da loess. Esposizione: est sud/est; 300-330 m s.l.m.. Vinificazione: fermentazione alcolica spontanea, macerazione sulle bucce, vinificazione in acciaio, affinamento in botte grande vecchia (11 mesi) sulle fecce nobili, nessun uso di solfiti.

5 - Alsace Grand Cru Kanzlerberg Riesling 2015 - Sylvie Spielmann
Areale: comune di Bergheim. Sottosuolo: marne nere e grigie con gesso su fondo di roccia calcarea silicificata con cristalli di baritina bianca e fluorina cubica viola. Esposizione: sud/sud ovest; 240-260 m s.l.m., viti di 36-66 anni. Vinificazione: rese 34 hl/ha, pressatura diretta, fermentazioni spontanee, pre-filtrazione su terre Kieselguhr, affinamento sulle fecce fini (10 mesi), filtrazione su placche di cellulosa. Alcol 13,9%, zucchero 23,2 g/l, acidità 7 g/l.

6 - Alsace Grand cru Schoenenbourg Riesling 2015 - Trapet
Areale: comune di Riquewihr. Sottosuolo: marne, dolomie e gessi coperti da arenarie silicee. Esposizione: sud/sud ovest; 265-380 m s.l.m.. Vinificazione: fermentazione alcolica spontanea, nessuna filtrazione, affinamento in botte grande.