Beaujolais, il tesoro segreto meglio custodito della Francia del vino. Prima parte: il racconto

In AIS Milano si è svolta una serata dedicata al Beaujolais, una delle regioni francesi più note e, allo stesso tempo, più profondamente fraintese. Protagonista indiscusso e amatissimo non solo il vino, ma chi lo ha raccontato, un Armando Castagno delle grandi occasioni che ha tenuto i partecipanti letteralmente inchiodati alle sedie per più di tre ore, senza che neppure se ne accorgessero.

Alessandra Marras

Le serate con Armando Castagno consegnano immancabilmente una rara sensazione di compiutezza che trascende la mera degustazione. Da un lato la lucidità quasi chirurgica nel restituire il dettaglio nella sua funzione decisiva; dall'altro la tensione costante verso una comprensione più ampia del vino inteso come strumento di decodifica del paesaggio e, più estesamente, del reale. Nulla viene semplificato, ma tutto diventa leggibile. Il tempo perde la sua natura lineare e assume una dimensione diversa, in cui la comprensione si fa esponenziale. Tre ore scorrono nella consapevolezza che nulla possa essere compreso isolatamente, che ogni singolo passaggio esiga il precedente per attingere al proprio pieno significato. Il Beaujolais, in questo senso, si rivela un campo di indagine privilegiato. Liberata dalle semplificazioni che l’hanno aggravata per decenni, la regione manifesta una complessità inattesa, un sistema di relazioni in cui suoli, altimetrie, micro-differenze non si limitano a sommarsi, ma interagiscono in una trama viva di connessioni.

Un'identità sospesa

Il Beaujolais non è Borgogna. Per secoli ha seguito una traiettoria politica, culturale e agricola autonoma. Il confine fra le due regioni non è però mai stato davvero netto. Ancora oggi quella prossimità continua a produrre effetti concreti. Nel Beaujolais è infatti possibile rivendicare la denominazione Coteaux Bourguignons, in bianco o rosso e, dal 2011, nella sola zona dei dieci crus, Bourgogne Gamay. Sono retaggi di una storia condivisa che continuano ad alimentare il dibattito. Molti vignaioli beaujolais considerano queste possibilità una sovrapposizione capace di offuscare l'identità natìa; per contro, una parte della Borgogna continua a guardare con diffidenza vini bourguignons provenienti da una regione percepita come “altra”. Un equilibrio delicato che resiste ancora oggi, sostenuto anche da evidenti interessi economici.

Le denominazioni propriamente beaujolaises sono dodici, disciplinate da undici cahiers des charges (poiché uno di essi comprende in sé due tipologie differenti). Alla base si colloca la Beaujolais AOC, che si estende su 5498 ettari e comprende le versioni rouge, rosé, blanc e nouveau (63%). Sottocategoria della AOC Beaujolais, il Beaujolais-Villages, con circa 4200 ettari distribuiti in 38 comuni selezionati per la loro migliore vocazione geologica, prevalentemente granitica. Al vertice si delineano i dieci crus del Beaujolais: Saint-Amour, Juliénas, Chénas, Moulin-à-Vent, Fleurie, Chiroubles, Morgon, Régnié, Côte de Brouilly e Brouilly.

Il Beaujolais invisibile

Il grande paradosso del Beaujolais è che la sua notorietà ha finito per renderlo invisibile. Il Beaujolais Nouveau, una delle operazioni commerciali più folgoranti della storia del vino, ha colonizzato l'immaginario collettivo con una forza tale da oscurare tutto il resto. Quando nel 1951 il sistema venne ufficialmente normato, la Francia stava ancora cercando di risollevarsi dalle ferite della guerra. Consentire la commercializzazione del vino a poche settimane dalla vendemmia significava garantire ai produttori una immediata iniezione di liquidità. Dal terzo giovedì di novembre, ciò che appena due mesi prima era ancora uva sulla pianta, diventava già vino sugli scaffali. Fu un successo clamoroso. E proprio quel successo produsse il suo effetto più paradossale: per decenni il mondo identificò il Beaujolais quasi esclusivamente con il Nouveau.

Anche la letteratura specializzata contribuì ad alimentare questa immagine. I testi insistevano sovente sulla dimensione squisitamente pittoresca e rurale della regione: la cucina contadina, l'amenità dei villaggi, la gioviale convivialità e il disimpegnato piacere della tavola. Ne fiorì una teoria di celebri sentenze e iperboli: «bisogna essere giovani come un Beaujolais e invecchiare bene come un Borgogna», negando di fatto al vitigno qualsiasi virtuosità evolutiva. «L'unico vino bianco che si trova a essere rosso», alludendo alla sua leggerezza o, ancora, «si beve come l'acqua, ma è meglio dell'acqua». Si giunse infine alla suggestiva allegoria secondo cui Lione sarebbe stata bagnata da tre fiumi: il Rodano, la Saona e il Beaujolais. Figurazioni accattivanti, senza dubbio, ma tutte accomunate dal medesimo vizio d'origine: l'idea di un vino semplice, immediato e privo di spessore.

La prossimità di Lione, una fortuna e un limite

Poco oltre venti chilometri a nord di Lione si apre una campagna di struggente bellezza, un susseguirsi di colline ondulate, boschi e filari, dove i borghi paiono scolpiti nell'oro caldo della roccia natìa. È il Beaujolais, linfa generosa che per secoli ha dissetato una grande città gaudente e vorace, capace di assorbire fiumi di vino senza chiedere troppo in cambio. Una benedizione per i viticoltori, cullati dalle certezze di un mercato contiguo, stabile e remunerativo. Ma la consuetudine all'agio induce sovente all'indolenza, e la spinta verso la qualità finisce inevitabilmente per assopirsi. Per lungo tempo questo equilibrio è stato consolidato dal successo del Beaujolais Nouveau, capace di garantire facili sbocchi commerciali. Quando il fenomeno del novello ha iniziato a perdere slancio, flettendo la produzione da quasi l'80% a poco più del 60%, la potenziale minaccia di declino si è trasformata in opportunità. La possibilità di riconvertire le stesse uve a tipologie diverse ha consentito ai produttori di rimodellarsi rapidamente. Da questa svolta è fiorita una nuova generazione di vignaioli risoluta nel ricondurre al centro il valore delle parcelle e le sfumature dei terroir.

Un contributo cruciale in questa transizione si deve a Jules Chauvet. Enologo, ricercatore e produttore, Chauvet elaborò già negli anni Settanta una riflessione radicale su una vinificazione poco interventista, sulle fermentazioni spontanee e sulla salvaguardia dell'identità originaria del vino. Nei primi anni Ottanta, raccolta questa preziosa eredità, Marcel Lapierre, Jean Foillard, Guy Breton e Jean-Paul Thévenet, i leggendari vignaioli di Villié-Morgon ribattezzati la Gang of Four (la Banda dei Quattro) hanno scardinato l'omologazione industriale dell'epoca avviando una vera e propria rivoluzione, oggi considerata l'atto di nascita del movimento del vino naturale contemporaneo.

Quando il mercato internazionale ha manifestato l’esigenza di vini più sinceri e meno standardizzati, il Beaujolais si è fatto trovare sorprendentemente pronto, forte di una sensibilità artigianale già radicata e maturata da decenni. A questa rinascita ha concorso, infine, un eccezionale rapporto qualità-prezzo, che ha posizionato questi vini tra le gemme accessibili del mercato.

Un'identità prima della Borgogna

Molto prima che la Borgogna edificasse il mito della propria fama, il Beaujolais godeva già di una solida identità politica sotto la signoria dei baroni di Beaujeu. Tra le figure di maggior rilievo spicca Bérard de Beaujeu il quale, nel X secolo, con la consorte Wandelmode de Salins, fece edificare il castello di Beaujeu, propiziandone la fioritura economica ed elevandone il prestigio spirituale mediante l'attrazione di pellegrini, richiamati da sacre reliquie provenienti dalla Terra Santa. Ci troviamo in un’epoca profondamente segnata dalla crescente influenza politica e spirituale dell'abbazia di Cluny. Proprio il legame con l'ordine cluniacense segnò la parabola terrena di Humbert de Beaujeu che, secondo le cronache del tempo, rinunciò a una campagna militare nel Mâconnais all'indomani di un memorabile incontro con l'abate Mayeul, futuro santo. Il colloquio tra i due sarebbe stato brevissimo e nessuno sa cosa si dissero realmente; è noto soltanto che, terminato l’incontro, Humbert fece voltare i cavalli riportando l'esercito a casa. Da quel momento divenne uno dei più generosi benefattori dei monaci.

La traiettoria politica del Beaujolais seguì poi un destino peculiare. Nel 1390 la baronìa venne ceduta alla Corona di Francia per sanare i debiti accumulati dalla casata. Quella che si offriva come una fine ingloriosa si rivelò una provvidenziale fortuna. La tutela reale, la felice collocazione lungo le grandi arterie commerciali del Rodano e della Saona e il rapporto privilegiato con Lione assicurarono, infatti, un prolungato periodo di stabilità. Fu in questo contesto di relativa pace che il paesaggio viticolo poté consolidarsi, consentendo alle identità locali di prendere gradualmente forma.

Una storia nata da un'esclusione

Per comprendere la fisionomia viticola del Beaujolais bisogna risalire al celebre editto del 1395, quando Philippe le Hardi, duca di Borgogna, decretò l'espulsione del gamay dai vigneti della Borgogna a favore del pinot noir.

«Il gamay è dunque un vitigno pessimo e sleale (...) dal quale vitigno malvagio deriva una grandissima abbondanza di vino (...) di natura tale da essere molto nocivo per l'essere umano».

Liquidato spregiativamente come vitigno troppo generoso nelle rese e inadatto a esprimere la raffinatezza richiesta ai vini della Côte d'Or, il gamay venne esiliato verso i settori meridionali. La condanna della Borgogna divenne la fortuna del Beaujolais. Ricongiunto il vitigno alle condizioni elettive, il limite si schiuse in risorsa, fino a trasformarsi in fondamento e bandiera della identità viticola regionale. I vignaioli compresero presto che il gamay nel Beaujolais non originava un unico vino, bensì una pluralità di espressioni distinte e legate ai singoli luoghi. Una tappa fondamentale di questo percorso fu la fondazione, nel 1927, della Cave Coopérative de Fleurie.

Fin dagli esordi, si riuscirono a distinguere con chiarezza almeno cinque tipologie di vino. Fleurie, dal profilo floreale, lirico e delicato; Moulin-à-Vent, tannico, asciugante e votato ai grandi arrosti; Morgon, con il frutto più profondo; Chénas, minerale, quasi tagliente; Chiroubles, celebrato per la freschezza, l'eterea trasparenza e la cristallina acidità. Luoghi limitrofi, ma con una fisionomia distinta già palese negli anni Venti. Un segnale inequivocabile dell'esistenza di veri e propri terroirs, dove suolo, clima, pratiche agronomiche e memoria storica delle comunità avevano cooperato alla definizione di identità specifiche. 

Quelli che inizialmente erano cinque crus divennero progressivamente dieci, fino all’inclusione di Régnié, l’ultima in ordine cronologico, sancita nel 1988. Quando tra il 1935 e il 1946 prese forma il sistema francese delle AOC, il lavoro di “mappatura” era dunque già stato compiuto dai vignaioli stessi. Le denominazioni non fecero altro che ufficializzare una realtà ampiamente riconosciuta.

Le radici e l’aria

La regione viticola del Beaujolais si estende per oltre cinquanta chilometri, immediatamente a sud del Mâconnais. Il confine con la Borgogna è quasi impercettibile. A nord si concentrano i dieci crus, vertice qualitativo della denominazione; più a sud si distendono le grandi denominazioni regionali, Beaujolais e Beaujolais-Villages, disciplinate dallo stesso quadro normativo ma orientate, in genere, verso espressioni del gamay meno ambiziose. I dati aiutano a cogliere le dimensioni del comparto. Oltre 15600 ettari vitati distribuiti in 96 comuni dei quali circa 70 di reale vocazione.

Se esiste una chiave per leggere il Beaujolais, questa è la geologia. Pochi distretti viticoli al mondo concentrano una simile varietà in uno spazio così circoscritto. Le matrici primarie sono quattro - calcari e marne, argille e alluvioni recenti, rocce metadioritiche, vulcaniche e graniti - a cui si affiancano ben settantadue varianti secondarie. Lungi dall'essere una mera curiosità scientifica, questo mosaico modella il destino del vino con singolare nitidezza. Vero e proprio sismografo del terroir, il gamay ne registra e amplifica ogni minima variazione, dimostrando una sensibilità espressiva nettamente superiore a molti altri vitigni.

Nella sezione meridionale prevalgono le formazioni argillo-calcaree, terreni che rievocano, almeno per genesi, quelli borgognoni, ma che con il gamay danno vita a vini depotenziati e di poco impegno: «fruttino, fiore, un accenno di spezia, una leggera sapidità di fondo piacevole, gradevole; struttura medio-bassa, longevità medio-bassa, ambizione di complessità particolari medio-basse, prezzo basso. L'alternativa naturale, il Nouveau».

Lungo la Saona compaiono depositi alluvionali costituiti da antichi sedimenti fluviali. Suoli profondi e fertili, prevalentemente argillosi, che tendono a generare vini più uniformi e meno caratterizzati dal punto di vista territoriale.

Più rare, ma di straordinario interesse, sono le aree di origine vulcanica, rintracciabili principalmente a Juliénas, Morgon e Côte de Brouilly. Qui il suolo incorpora basalti, gabbri, porfidi e altre rocce magmatiche, capaci di imprimere ai vini una personalità inconfondibile, fatta di sensazioni ferrose, ematiche, talvolta quasi sanguigne, scortate da una dirompente energia gustativa.

Ma la vera anima del Beaujolais è il granito rosa. È su queste rocce che si concentra la maggior parte dei crus e dove il gamay raggiunge le sue espressioni più complete. Nel nord della regione lo scenario è dominato da vaste distese di roccia disgregata. Rocce metamorfiche antichissime composte da quarzo, feldspato e miche che, nel corso dei millenni, si sono mutate in sabbie grossolane derivate dal disfacimento di placche granitiche di origine alpina. «Questa è la terra più acida che ci sia nel Beaujolais. Per il gamay: il paradiso»: drenaggio elevato e assenza di ristagni idrici. Il prezzo di questo equilibrio è una maggiore vulnerabilità alla siccità, soprattutto per le viti giovani, aggravata dal divieto di irrigazione sancito dai disciplinari. Prima ancora della storia e della politica, è la geologia ad aver mappato i confini qualitativi del Beaujolais. La legislazione, infatti, per circoscrivere i dieci crus, si è limitata a ricalcare la fascia granitica.

Anche la morfologia e clima concorrono alla definizione identitaria della regione. L'altitudine media dei vigneti sfiora i 300 metri s.l.m. ma, non solo: il Beaujolais si rivela molto più scosceso di quanto la sua immagine bucolica induca a ritenere. Oltre 3200 ettari insistono su pendenze superiori al 20% mentre circa 800 ettari superano la soglia del 30%. In molte parcelle si lavora su vere e proprie scarpate. Per questo motivo il Beaujolais è riconosciuto dal CERVIM, l'organismo internazionale che tutela la viticoltura eroica.

A rendere ancora più singolare questo comprensorio interviene il clima. A ovest si innalza la catena dei Monts du Beaujolais, le cui vette valicano i 1000 m. Questa dorsale scherma i vigneti dalle fredde correnti atlantiche e agisce come barriera naturale alle precipitazioni. Ne consegue un regime pluviometrico insolitamente contenuto di circa 742 millimetri annui di pioggia, un valore esiguo se confrontato con i settori occidentali della catena montuosa, dove le precipitazioni possono superare i 1400 millimetri annui.

Il vitigno che ha trovato la sua terra

In nessun altro grande territorio francese un solo vitigno domina il paesaggio con una simile evidenza. Il gamay noir à jus blanc occupa il 98,02% della superficie vitata, mentre lo chardonnay, utilizzato per la produzione del raro Beaujolais Blanc, non raggiunge il 2%.

Il gamay sembra quasi disegnato per il Beaujolais. A differenza del pinot noir, il gamay rifugge i terreni ricchi di calcare e trova nei graniti, nelle dioriti e negli scisti il proprio habitat ideale. È un vitigno generoso che tende spontaneamente alla sovrapproduzione e che proprio per questo richiede una viticoltura rigorosa, fatta di potature corte e rese contenute. Tradizionalmente viene allevato a gobelet, un alberello basso perfettamente adatto ai terreni drenanti e alle forti pendenze del Beaujolais. Germoglia precocemente esponendosi alle rare gelate primaverili di questa zona; può manifestare fenomeni di acinellatura (millerandage), ossia lo sviluppo di grappoli con acini di calibro diverso, alcuni normali e altri piccolissimi, dove non c'è succo. Eccellente è la sua resistenza al freddo invernale e mostra una buona tolleranza alle principali malattie fungine.

A maturazione offre acini ricchi di antociani ma poveri di tannini. Non è un caso che in passato alcune sue varietà a polpa rossa fossero utilizzate come teinturier per intensificare il colore di altri vini. Oggi, fra i quattro gamay conosciuti, è il gamay noir à jus blanc a essersi imposto quasi ovunque. La composizione del suolo e l'andamento climatico influiscono direttamente sulla morfologia dell'acino. Se in presenza di forti concentrazioni di ferro, manganese o argilla il gamay sviluppa una trama tannica più densa. Una dinamica analoga si osserva nelle annate estremamente torride dove, per spirito di sopravvivenza, la vite tende a massimizzare la consistenza della buccia così da scongiurare l'evaporazione del succo, concentrando sostanze, come la quercetina, estratte dalla propria corteccia. Il risultato nel calice si traduce in colori profondi e tannini più astringenti.

Macerazione carbonica, il doppio volto del gamay

Nel Beaujolais convivono due approcci di vinificazione profondamente diversi, spesso accomunati impropriamente sotto l'etichetta di "macerazione carbonica".

Nella realtà dei piccoli vigneron prevale la macerazione semi-carbonica, metodo tradizionale che non richiede l'aggiunta di anidride carbonica. I grappoli interi vengono posti in un recipiente ermetico; il peso delle uve schiaccia quelle sul fondo, dando avvio spontaneamente alla fermentazione grazie ai lieviti indigeni. L'anidride carbonica prodotta satura progressivamente il contenitore e innesca la fermentazione intracellulare degli acini ancora integri. È proprio questo passaggio che consente di “intrappolare” aromi primari molto spiccati - fiori freschi come la fresia, note di cosmetici (rossetto), bacche fresche acidule - la cui brillantezza aromatica è difficilmente ottenibile con altre tecniche. Quando il mosto raggiunge circa il 4-5% di alcol (il paradis, nettare delle feste di fine vendemmia, concesso anche ai bimbi), le uve vengono pressate e la fermentazione prosegue normalmente fino a completamento.

Diversa è la macerazione carbonica propriamente detta poiché in questo caso i recipienti vengono saturati fin dall'inizio con anidride carbonica immessa artificialmente così da avviare immediatamente la fermentazione intracellulare e ridurre drasticamente i tempi di vinificazione, caratteristica che lo ha reso particolarmente adatto alle produzioni di maggiore volume e, soprattutto, al Beaujolais Nouveau. Ne derivano vini costruiti sull'intensità aromatica, sulla fragranza del frutto e sulla pronta beva, più che sulla capacità di evolvere nel tempo.

Quindi, due diverse interpretazioni: da un lato il vino del luogo, del tempo e della memoria; dall'altro il vino della rapidità e del mercato. Sarebbe tuttavia un errore identificare il Beaujolais esclusivamente con il protocollo delle due tipologie di “macerazione carbonica". Infatti, un numero sempre crescente di produttori, specialmente nei crus, adotta vinificazioni "alla borgognona": diraspatura totale o parziale, fermentazioni spontanee, macerazioni canoniche ed élevages atti a una trasparente lettura del terroir.

La seconda parte del racconto verrà pubblicata lunedì 31 agosto 2026.