Catarratto, la “quarta era” del vino siciliano. Un racconto che profuma di Sicilia

Racconti dalle delegazioni
16 febbraio 2026

Catarratto, la “quarta era” del vino siciliano. Un racconto che profuma di Sicilia

Sei aziende, un vitigno identitario e una visione condivisa. A Milano va in scena il Catarratto Autentico, raccontato con passione da Adriana Licciardello e sostenuto dalla progettualità di ARCA, Associazione Regionale del Catarratto Autentico.

Alessandra Marras

La Sicilia sa raccontarsi perché esiste un legame profondo tra il suo modo di essere e il suo modo di accogliere. Un legame fatto di parole misurate, di competenza profonda e di quella naturale inclinazione all’ospitalità che trasforma una degustazione in un momento di reale condivisione. La serata dedicata al Catarratto Autentico nasce come un incontro conviviale e consapevole; colto, ma mai accademico, dove il vino diventa linguaggio di dialogo e strumento di narrazione. A guidare il percorso è Adriana Licciardello, anche lei siciliana, competente e coinvolgente ambasciatrice della sua terra.

ARCA, un’alleanza consapevole attorno a un vitigno

ARCA nasce con un obiettivo preciso, riportare il catarratto al centro del racconto enologico siciliano, restituendogli una dignità qualitativa che, nonostante i numeri, non ha mai pienamente conquistato. A chiarirne il senso è Sebastiano Di Bella, Presidente dell’Associazione: «Siamo qui per fare conoscere il catarratto e per spiegare perché una varietà così importante non sia stata ancora realmente compresa». Sei le aziende coinvolte, unite non per creare un marchio, ma per dare vita a un racconto corale e consapevole. Da qui un tour che ha già toccato Verona, Palermo, Catania, Roma e Milano, e destinato a proseguire. «Ogni tappa è un’occasione per spiegare perché siamo qui e perché parliamo di catarratto».

La “quarta era” del vino siciliano

Il progetto ARCA si inserisce, secondo Di Bella, in una lettura storica del vino siciliano scandita in quattro fasi. La prima, dal dopoguerra agli anni Ottanta, è quella del vino da taglio e della quantità. La seconda coincide con la rinascita enologica degli anni Novanta, segnata dall’adozione del modello francese e dei vitigni internazionali. La terza prende forma con la nascita della DOC Sicilia, che riporta l’attenzione sulle varietà autoctone, in particolare nero d’Avola e grillo, sostenuti per oltre un decennio da investimenti importanti. «Oggi siamo alla soglia della quarta era», afferma Di Bella, «quella del vino siciliano di territorio». Un vino che nasce in aree vocate, lontano da logiche industriali. «La piccola azienda non è una frazione della grande, sono due mondi diversi, con logiche diverse». È qui che entrano in gioco i piccoli numeri, l’identità, l’originalità, la capacità di leggere parcelle che maturano in tempi differenti, di affrontare annate generose e annate difficili, di accettare che ogni vino cambi di anno in anno. Nonostante territori distanti e stili diversi, il catarratto mostra una forza identitaria sorprendente. «Siamo sei aziende e tre enologi, ma il vitigno sovrasta le nostre personalità». La scoperta forse più inattesa è la sua longevità. All’ultimo Vinitaly, ARCA ha presentato un Catarratto del 2008, ancora fresco dopo diciassette anni. «Portarlo in degustazione è stata una sfida, ma anche un atto di consapevolezza». Un segnale chiaro che la Sicilia non è solo immediatezza e potenza, ma anche complessità e capacità di durare. Anche l’altitudine gioca un ruolo decisivo. In quota, come a Piana degli Albanesi tra i 700 e i 900 metri, il vitigno cambia registro: «La montagna lo rende più asciutto, essenziale, nobile». Non una moda, ma una scelta fondata su una viticoltura tradizionale e manuale. «Vogliamo portare in bottiglia ciò che la natura ci consegna», conclude Di Bella. «Il catarratto è la nostra storia, ma soprattutto il nostro futuro».

Il catarratto tra storia, resilienza e longevità

Il catarratto è storia e identità della viticoltura siciliana. «È una delle varietà più anticamente attestate sull’Isola», ricorda Di Bella, citando documenti ufficiali del Cinquecento che ne certificano la presenza. L’etimologia riflette la sua natura. Una delle ipotesi più accreditate rimanda al latino e al concetto di abbondanza. Non stupisce quindi che oggi sia l’uva più coltivata in Sicilia. Su circa 95.000 ettari vitati, 29.000 sono dedicati al catarratto. Negli anni Sessanta superava i 160.000 ettari. Per decenni, però, il suo ruolo è stato marginalizzato. «Fino agli anni Ottanta contavano solo quantità e grado alcolico», spiega Di Bella. Pagato a peso e grado, veniva destinato al taglio di vini più deboli. È in questa funzione che il vitigno è stato frainteso e, in parte, maltrattato. Eppure, in cinque secoli, il catarratto si è adattato e differenziato, articolandosi in vere e proprie popolazioni: «Non esiste un solo catarratto, ma una famiglia con lo stesso DNA e piccole differenze». Una plasticità che oggi si traduce in resilienza. A suo agio in contesti aridi, può essere coltivato in asciutto: non richiede necessariamente irrigazione ed è, per sua natura, sostenibile: «Le vecchie uve siciliane», sottolinea Di Bella, «hanno avuto secoli per costruire un equilibrio fisiologico e immunitario adatto al nostro clima».

Tonino Muzzo: suoli, vocazione e il carattere del catarratto

A completare il quadro interviene Tonino Muzzo, enologo di riferimento dell’Associazione. Il suo primo incontro con il catarratto risale al 1985, mentre lavorava per una delle principali aziende siciliane. All’epoca l’attenzione era rivolta quasi esclusivamente all’insolia, mentre il catarratto veniva relegato a base per il vermouth. «Mi dicevano: “Lascialo perdere, è un vino cattivo, amaro, che dura poco”». Eppure, la vigna raccontava altro: acini medio-piccoli, foglia importante, consistenza morbida. Segnali evidenti di una vocazione enologica incompresa.

Il primo salto di qualità arrivò con l’introduzione dei vitigni internazionali e con l’aggiornamento delle pratiche di cantina, quando «la tecnologia e il metodo applicati a chardonnay, sauvignon, merlot e cabernet vennero estesi alle varietà autoctone». I dati analitici confermarono la solidità del catarratto - acidità, grado zuccherino, pH - ma rilevarono anche una criticità decisiva: una buccia estremamente delicata. «Se si fosse esagerato con la pressatura, il vino avrebbe preso caratteri ossidativi». Il lavoro in cantina si affinò progressivamente, ma la vera svolta, per Muzzo, era altrove: «La gestione del vigneto è fondamentale, ed è qui che entrano in gioco suoli, ambiente e savoir-faire». Il catarratto produce ovunque, ma se il luogo o la gestione sono sbagliati, restituisce vini mediocri. La sua adattabilità è straordinaria, ma quando lo stress idrico è eccessivo la qualità crolla. «Può raggiungere gradi alcolici elevati, ma perde freschezza e aromi».

Per rivelare originalità e tipicità, decisivo diventa il sistema di interazioni tra ambiente fisico/biologico e fattori umani. I suoli delle aziende ARCA condividono l’essere profondi e fertili, capaci di accumulare acqua e restituirla durante il ciclo vegetativo. Suoli di medio impasto, con presenza di argilla mai eccessiva: «Troppa argilla provoca spaccature e stress radicale». Da Salemi, con suoli ciottolosi che ricordano Châteauneuf-du-Pape, a Disisa, con terreni profondi e ricchi di humus, fino alle Madonie, dove l’irrigazione non è ancora necessaria. E poi l’Agrigentino, tra Naro e Ravanusa, dove il catarratto ha trovato una nuova espressione su argille scure e terreni calcarei. «Questa eterogeneità di luoghi, ci permette di cogliere a pieno l’ecletticità del catarratto». Muzzo conclude sottolineando la crucialità delle scelte agronomiche: «Evitiamo terreni con più del 35% di argilla e preferiamo portainnesti vigorosi, come il 1103 Paulsen, perché da noi la viticoltura eroica è la lotta continua contro il caldo». Un esempio rende l’idea: «Con lo Scirocco a 40 °C, i grappoli all’ombra di una pianta vigorosa sono freschi; quelli di una pianta in stress idrico sono bollenti, come in fase di cottura. E i profumi spariscono».

ARCA, il Catarratto Autentico, senza compromessi

«ARCA è l’Associazione regionale del Catarratto Autentico», riprende Di Bella, «un gruppo di produttori che ha scelto di valorizzare il vitigno nella sua forma più pura». Autentico significa che il vino che si ottiene contiene il 100% di catarratto, senza blend e senza scorciatoie. Da qui un decalogo interno che obbliga tutti i soci alla purezza varietale. Ma l’autenticità non è solo numerica, nasce in zone vocate, si fonda su una visione enologica e culturale condivisa, dove il vino è prima di tutto un prodotto della natura. «La natura va osservata e seguita: è lei che decide». Il ruolo dell’uomo resta centrale, ma come interprete, non come dominatore: «Quando un vino diventa pesante», conclude Di Bella, «significa che l’intervento umano è stato eccessivo». Sul tema dei blend, Muzzo è netto: «Aggiungere altre varietà significa condizionare completamente i caratteri del vino. In quel momento perdi l’identità del catarratto». Per questo, sottolinea, «in ARCA non entrerà mai chi fa blend inopportuni. Parlare di territorio, identità, suoli e portainnesti e poi compiere un’operazione del genere sarebbe un controsenso».

La degustazione

Terre Siciliane IGP Sualtezza 650 - Tenuta Lombardo
Valledolmo (CL), 550-650 m s.l.m.

Il viaggio prende avvio dall’entroterra nisseno, a Valledolmo, situato alle pendici delle Madonie sud-occidentali, tra colline alte e ventilate dove i vigneti di Tenuta Lombardo si arrampicano fino a 650 metri di altitudine nutriti da suoli franco-argillosi a matrice calcarea, e importanti escursioni termiche.

Angelica Lombardo, presente in sala, si fa portavoce di una storia familiare fatta di scelte precise e consapevoli: «Siamo alla seconda generazione. Nel 2006 i miei tre zii decisero di chiudere la filiera produttiva all’interno dell’azienda e di costruire la cantina». Fin dall’inizio, il catarratto è stato il fulcro del progetto, oggi declinato in quattro interpretazioni, tutte figlie della stessa altitudine. Sualtezza 650 è la versione Metodo Martinotti, pensata per raccontare il volto più immediato e vibrante del vitigno.

Paglierino luminoso nel calice, con riflessi verdolini. Il profilo olfattivo è nitido e raffinato: fiori delicati, mela fragrante, pera e pesca si susseguono con precisione cristallina. In bocca la bollicina accarezza con una cremosità misurata sostenuta da una freschezza tesa e dinamica. Il finale è di limpida impronta salina.

Sicilia DOC Metodo Classico Brut Nature - Caruso & Minini
Salemi (TP), 400 m s.l.m.

Il percorso si sposta nell’estremo occidente siciliano, nel comune di Salemi, unico centro montano della provincia di Trapani, su colline che raggiungono i 400 metri di altitudine. I vigneti insistono su suoli argillosi ricchi di ciottoli, profondi e fertili, capaci di garantire alla vite una continuità vegetativa preziosa. Il Brut Nature di Caruso & Minini sosta 36 mesi sui lieviti.

Fitto e regolare il perlage che illumina un paglierino dai riflessi dorati. Il bouquet è complesso e stratificato: crosta di pane e nocciola tostata, poi l’energia agrumata dell’arancia e il tocco floreale della ginestra. Cremoso e avvolgente al sorso, convince per la felice tensione tra acidità e sapidità. Il finale si distende su eleganti ritorni di scorza d’agrume e pompelmo giallo.

Monreale DOC Lu Bancu 2024 - Feudo Disisa
Grisì, frazione di Monreale (PA), 300-550 m s.l.m.

Adriana introduce Feudo Disisa con un ricordo personale che restituisce immediatamente il carattere del luogo: «In pieno agosto, mentre altrove si sfioravano i 40 gradi, lì il clima era completamente diverso. Sembrava un’altra Sicilia».

Siamo sulle colline di Monreale, tra i 300 e i 550 metri di altitudine, su suoli di medio impasto a prevalenza sabbioso-argillosa, profondi e fertili, con pH sub-alcalino. La presenza di laghetti per l’accumulo dell’acqua consente, nelle annate più estreme come la 2023 e la 2024, un’irrigazione di soccorso decisiva per preservare equilibrio e qualità.

Nel calice brilla di riflessi oro antico. Al naso è un respiro ampio di Sicilia e Mediterraneo: agrumi, frutta bianca, pera e pesca, delicati soffi di zagara, erbe aromatiche e nocciola fresca. Il sorso è rotondo e pieno, ma non perde tensione grazie a un’acidità viva e a un progressivo accento salino. Cedro, pepe bianco e zenzero cesellano un finale lungo e armonico.

Valledolmo Contea di Sclafani DOC Shiarà 2023 - Castellucci Miano
Valledolmo - Contea di Sclafani (PA), 700-930 m s.l.m.

Si sale ancora, verso il cuore montano delle Madonie. Castellucci Miano lavora tra Valledolmo e la Contea di Sclafani, su altitudini che oscillano tra i 700 e i 930 metri che fanno sì che qui, il catarratto possa assumere caratteristiche “di montagna”. I suoli sono di medio impasto a prevalenza sabbiosa, ricchi e profondi; la piovosità media è più elevata rispetto ad altre aree siciliane, tanto che l’irrigazione non è necessaria poiché le radici trovano naturalmente l’acqua negli strati più profondi.

«Questa è l’azienda del Catarratto», sottolinea Adriana, «perché la maggior parte dei bianchi che produce nasce da base catarratto». Shiarà 2023 è vendemmiato tardissimo, tra fine settembre e inizio ottobre affinché in montagna l’uva possa giungere a una maturazione lenta e completa. Il vino nasce da 13 micro-vigneti, con vigne ad alberello di circa 50 anni.

Nel calice risplende sui toni dell’oro. Raffinatissima la trama olfattiva: petali di rosa e ginestra, pesca e mandarino cinese, agrumi più scuri e complessi come l’arancia sanguinella, poi mentuccia, rosmarino e origano. La selezione minuziosa e l’età delle vigne restituiscono un sorso profondo e appagante in cui materia, freschezza e sale danzano in equilibrio perfetto. Lunghissima la persistenza, tra zenzero, marzapane, pompelmo giallo e zafferano.

Terre Siciliane IGP VB59 2022 - Bagliesi
Contrada Cammuto - Naro (AG), 400 m s.l.m.

Ci troviamo nell’Agrigentino, tra Naro e Ravanusa, terra storicamente votata al Nero d’Avola. È qui che, oltre quarant’anni fa, Vito Bagliesi portò con sé il catarratto da Partinico, per amore e per visione. I vigneti si trovano a circa 400 metri di altitudine, su suoli di medio impasto, con argille scure ricchissime di sostanza organica, alternate a parcelle dove il calcare attivo domina, con scheletro evidente. Nel 2006 l’azienda introduce il catarratto su portainnesto 140 Ruggeri scelto per la resistenza al calcare attivo e la capacità di garantire vigoria ed equilibrio vegetativo. Oggi convivono vigne storiche su argille scure e nuovi impianti su terreni più sciolti e calcarei, aprendo la strada a letture future e possibili assemblaggi.

Paglierino vivido. Il naso è fine e cesellato: fiori bianchi, note vegetali, frutta a polpa bianca, pesca di montagna e pesca tabacchiera, una sottile vena agrumata di lime. In bocca il sorso è intenso e marcatamente salino, con un ritorno che richiama la caramella al limone, sostenuto da una freschezza viva e da una rotondità avvolgente. Il finale evoca suggestioni di frolla e pasta di mandorle, senza mai perdere slancio.

Sicilia DOC Esperides Catarratto 2022 - Di Bella Soc. Agr.  
San Giuseppe Jato e Camporeale (PA), 400-600 m s.l.m.

L’ultima tappa conduce alle pendici meridionali del sistema montuoso che abbraccia Palermo, tra San Giuseppe Jato e Camporeale. Qui, tra i 400 e i 600 metri di altitudine, su suoli prevalentemente calcarei con presenze argillose, si sviluppa il cuore produttivo dell’azienda guidata dal Presidente dell’associazione ARCA. Il paesaggio è aperto e ventilato, con escursioni termiche marcate, soprattutto tra agosto e settembre.

Paglierino che vira al dorato. Il naso si muove tra frutta a polpa gialla e nespola, una dolcezza misurata, fiori gialli e ginestra, con richiami di macchia mediterranea. Al sorso il vino è pieno, rotondo e persistente: frutta e agrume si rincorrono in un equilibrio dinamico tra acidità e sapidità, sostenuti da una struttura solida, che chiude il percorso con autorevole e piacevolissima coerenza.