I quattro moschettieri dello champagne: Vallée de la Marne
Racconti dalle delegazioni
03 aprile 2026
In AIS Monza e Brianza si è aperto il sipario su una nuova avventura che, letteralmente, sembra uscita da un romanzo d’armi e di bollicine. “Tutti per uno, uno per tutti”: nei romanzi di Alexandre Dumas erano Athos, Porthos, Aramis e l’irruente d’Artagnan, in questa nuova proposta di master AIS sono Guido Invernizzi, Nicola Bonera, Artur Vaso e Luisito Perrazzo. Ognuno con la propria competenza, il proprio stile narrativo e la propria sensibilità, costruiscono un racconto collettivo fatto di territori, vitigni, storia e cultura dello champagne.
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Ad aprire le danze è Guido Invernizzi, primo moschettiere di questo percorso, che ci ha condotto nella Vallée de la Marne, un territorio spesso percepito «come periferico rispetto alle zone più celebrate della denominazione», ma capace di regalare interpretazioni sorprendenti. Con la sicurezza di chi conosce a fondo questi territori e la passione del narratore, Guido ci ha fatto “scorrazzare” tra vigne e maison, tra pinot meunier e tradizioni secolari.
Una storia fatta di errori felici
La storia dello champagne è un intreccio affascinante di intuizioni, errori e influenze internazionali: vini che in origine erano rossi leggeri e acidi, coltivati dai monaci della Champagne con gli stessi vitigni della Borgogna, pinot noir e chardonnay, in un clima tutt’altro che generoso. La fama della regione crebbe tra incoronazioni reali e commerci, ma le bollicine arrivarono quasi per caso, grazie a quello che gli storici chiamano il “British paradox”, il paradosso britannico: nel XVII secolo gli inglesi importavano dalla Champagne vini fermi che arrivavano in botti e venivano imbottigliati in Inghilterra. Con il freddo invernale la fermentazione si interrompeva e riprendeva poi in primavera, provocando una rifermentazione in bottiglia che generava anidride carbonica e quindi … bollicine.
Nel 1662 lo scienziato Christopher Merret descrisse per primo il fenomeno dell’aggiunta di zucchero al vino per renderlo frizzante, anticipando di decenni gli studi che sarebbero poi stati associati a Dom Pérignon.
Nel XIX secolo in Russia e in Francia si bevevano champagne molto dolci e furono gli inglesi a modellarne il gusto, preferendo cuvée secche e dando vita allo stile brut che oggi conosciamo. Lo champagne, insomma, non è il frutto di un singolo genio, ma di un dialogo secolare tra paesi, mercati, scienza e tradizione: un’invenzione collettiva nata per caso, ma diventata leggenda.
E per Guido Invernizzi rimane anche un caso unico nel panorama mondiale: «È probabilmente l’unico vino che non potrà mai essere davvero replicato altrove», osserva. «Il connubio tra territorio, storia e cultura produttiva è talmente stratificato da renderlo irripetibile. Se territori straordinari come la Borgogna trovano oggi interpretazioni di alto livello anche in regioni emergenti – dalla Nuova Zelanda alla California – lo champagne continua a restare un unicum».

La Vallée de la Marne e il pinot meunier
Dopo un rapido excursus sulle grandi aree della Champagne – Montagne de Reims, Côte des Blancs e Côte des Bar – ci concentriamo sulla valle scavata dal fiume Marna, un paesaggio viticolo vasto e complesso, dove marne, argille e sabbie donano ai vini morbidezza e frutto. È qui che trova la sua patria il pinot meunier. Per molto tempo considerato il “fratello minore” dei più nobili chardonnay e pinot noir, il meunier era spesso definito un vitigno salva vendemmie, capace di maturare prima e di resistere meglio alle gelate primaverili. Oggi, spiega Invernizzi, «non è più solo un comprimario negli assemblaggi, ma spesso il protagonista di cuvée di grande personalità».
La valle non è una terra facile: il clima è più umido rispetto alla Montagne de Reims o alla Côte des Blancs. La presenza della Marna e dei suoi affluenti crea un microclima in cui nebbie mattutine, piogge frequenti e un’umidità persistente accompagnano il ciclo vegetativo della vite. È una condizione che mette alla prova il vignaiolo: le malattie fungine sono sempre in agguato. Le gelate primaverili sono uno spettro costante - soprattutto nei fondovalle e sui pendii, dove l’aria fredda ristagna - non sono rare e, in alcune annate, possono compromettere in modo significativo la produzione. È una viticoltura che convive con il rischio, e che ha imparato - negli anni - a leggere ogni minima variazione climatica. Last but not least ci sono le pendenze: meno scenografiche forse rispetto ad altre zone della Champagne, ma spesso insidiose. I versanti possono essere ripidi e frammentati, con esposizioni molto diverse anche a pochi metri di distanza. Questo crea un mosaico di micro-terroir che rende ogni parcella un caso a sé. L’acqua drena rapidamente, ma l’umidità dell’aria resta, e questo equilibrio precario tra drenaggio e umidità è uno degli elementi chiave della valle.
Ma non è tutto. Non si parla di champagne senza citare il gesso bianco, la celebre craie, che emerge chiaramente in alcuni punti della valle. È presente nella prima parte della Vallée de la Marne, verso est - vicino ad Aÿ e indicativamente fino a Troissy e Festigny. Da qui spostandosi verso ovest, lungo il corso del fiume, i suoli tendono a perdere la componente gessosa in favore di marne, argille e sabbie. Nell’area del gesso bianco si possono trovare i piccoli fossili di micraster, minuscoli ricci di mare fossilizzati che raccontano l’origine marina di questi suoli (non le grandi ammoniti o le belemniti). La craie champenoise si è formata oltre 70 milioni di anni fa, quando tutta la regione era sommersa da un mare caldo e poco profondo. Milioni di microscopici organismi marini si depositarono lentamente sul fondo, creando nel tempo uno spesso strato calcareo capace ancora oggi di svolgere un ruolo fondamentale per la vite: immagazzinare acqua come una spugna e restituirla lentamente durante i periodi più secchi.
Un dettaglio curioso: questo stesso strato geologico non si ferma ai confini francesi. La craie della Champagne è parte della stessa formazione cretacica che attraversa la Manica e riappare sulle coste inglesi, nelle celebri bianche scogliere di Dover. In altre parole, il sottosuolo che sostiene le vigne champenoise è lo stesso che, qualche centinaio di chilometri più a nord, disegna uno dei paesaggi più iconici d’Europa.

La degustazione
La Vie en Blanc s.a. - Olivier Belin
60% chardonnay del 2022, 40% chardonnay del 2021. Brut nature. Vinificato in acciaio a temperatura controllata con svolgimento della malolattica.
L’azienda ha 8 ettari a Essômes-sur-Marne, zona in cui nel terreno non c’è gesso.
Nel calice il vino è luminoso, di un paglierino tenue con riflessi quasi verdolini. Il naso rivela lo chardonnay: agrumi freschi, frutta dolce, banana e ananas appena accennati. In bocca è delicato, con una freschezza incisiva e una perfetta coerenza con il naso. Persistente, ha una chiusura asciutta - coerente con lo stile zero dosage - con un ritorno agrumato e salino.
“As/100 Blage” s.a. - Maison Sancez-Le Guédard
60% pinot nero, 20% pinot meunier, 20% chardonnay provenienti da Cumières, Damery e Oger. Pas dosé. Vinificazione in acciaio, 36 mesi sui lieviti. Al termine della vendemmia le uve sono vinificate separatamente per vitigno e singola parcella, per avere a disposizione una buona scelta di vini base al momento degli assemblaggi finali. Remuage manuale di tutte le bottiglie. I terreni da cui provengono le uve sono argillosi, sabbiosi e ricchi di pietra marnosa.
La maison Sancez-Le Guédard, situata a Cumières, è un’azienda a conduzione familiare che tramanda la propria passione da generazioni. Opera come RM – Récoltant Manipulant, coltivando e vinificando le proprie uve nel pieno rispetto dell’agricoltura biologica.
Il colore dorato e luminoso, quasi oro antico, mette subito in evidenza la presenza del pinot nero. Il profilo olfattivo è più articolato del precedente. Molto elegante, il vino sprigiona frutta matura, note di pera e pesca gialla, piccoli frutti rossi, accenni di erbe aromatiche. In bocca è equilibrato, con una bella rotondità del frutto sostenuta da freschezza e una chiusura sapida.
Terre de Meunier “Les Cotes” s.a. - Dehours & Fils
100% pinot meunier proveniente da parcelle frammentate tra Mareuil-le-Port, Œuilly e Troissy su suoli argillo-calcarei. Vinificazione in legno con malolattica svolta e affinamento sui lieviti di 36 mesi. Una minima percentuale di vino di riserva affina in barrique.
L’azienda possiede 14 ettari frammentati in 42 appezzamenti con diverse esposizioni a nord e a sud.
Buccia di cipolla ramata: il colore è bellissimo. Il naso è espressivo e caldo con sentori di albicocca, susina, arancia sanguinella, miele leggero e una sfumatura speziata (il legno che così si manifesta). In bocca è fresco, rotondo con finale di frutta secca e mandorle. Persistente nel finale, con ritorni di note tostate ed erbe officinali.
“Le Champ Dame Jeanne” Millésime 2020 - Julien Hénin
100% chardonnay proveniente da Cerseuil. Affinato 9 mesi in barrique (nuove e usate), rimane poi 47 mesi sui lieviti. Sboccatura 4 giugno 2025 senza alcun dosaggio. Produzione limitatissima (1205 bottiglie).
Julien Hénin lavora 1,5 ettari con un approccio quasi da “vigneron de garage”, con fermentazioni spontanee e interventi minimi. Questa etichetta rappresenta la nuova “nouvelle vague” della Champagne: una micro-produzione artigianale che punta tutto sull’identità del singolo vigneto e sull’annata.
Il colore è fitto e il paglierino si spinge nel dorato brillante. Il bouquet è raffinato e complesso: ananas, frutta tropicale, nocciola, vaniglia lieve, agrumi canditi, burro fuso e una sottile nota affumicata. Il legno è ben integrato. In bocca è ampio, avvolgente, con struttura importante ma sostenuta da una freschezza precisa. Il finale è lungo ed elegante.
“Dis, Vin Secret” 2016 - Françoise Bedel et Fils
95% pinot meunier, 5% chardonnay. Le uve provengono da vigne che hanno dai 20 ai 70 anni, da Crouttes-sur-Marne e dintorni, con suoli limo-calcarei. Questo champagne è una delle espressioni più particolari della biodinamica nella Vallée de la Marne. L’annata 2016 (anche se l’etichetta è spesso un base 2016 con vini di riserva) beneficia di un lunghissimo affinamento sui lieviti, marchio di fabbrica della Maison.
Giallo intenso con riflessi dorati da nota evolutiva. Il naso è profondo e complesso con note di frutta gialla matura (mela cotogna), frutta secca, arachidi, torrone, pasticceria che si inseguono senza sosta. In bocca si percepiscono sentori di sottobosco e kimchi. Il finale è lungo e avvolgente.
“Horae” 1er Cru Vintage 2014 – Bonvalet
60% pinot noir, 40% chardonnay. Uve provenienti da Bisseuil (1er cru), Aÿ (Grand cru), Oger (Grand cru) e Pierry (vicino a Epernay), qui il gesso si fonde con la selce. Malolattica svolta e lungo affinamento sui lieviti (84 mesi). Questo millesimato prende il nome dalle Ore, le divinità greche delle stagioni, a simboleggiare lo scorrere del tempo necessario per la maturazione.
Oro brillante. Il naso è elegante, evoluto e stratificato: agrumi maturi, frutta secca, composta di frutta, gelatina di limone, corteccia, resina e note di sottobosco. In bocca è armonico, con struttura e freschezza ben integrate. Il lungo affinamento dona complessità e una chiusura sapida e persistente.
“Le Triumvirat” 2009 - Tarlant
58% chardonnay e 42% pinot noir. Uve provenienti da tre diversi substrati (gesso, arenaria, selce) a Œuilly. Fermentazione (spontanea) e affinamento per 10 mesi in barrique borgognone (228 litri) e lunghissimo riposo sui lieviti (oltre 15 anni). Sboccatura 2024.
Produttori dal 1928, i Tarlant stanno a Œuilly e coltivano in regime biodinamico: nessun lievito selezionato, né enzimi e i 2/3 delle vinificazioni avvengono in legno.
Questo champagne veste un bel dorato pieno. Il naso è profondo e maturo: albicocca, frutta secca, agrumi canditi e note leggermente boisé. In bocca è complesso, stratificato, con grande equilibrio tra freschezza e maturità. La chiusura è lunghissima, sapida e con una sottile nota evolutiva.

La serata volge al termine e, proprio come accade nei grandi romanzi d’avventura, il primo capitolo è solo l’inizio: perché quando quattro moschettieri si mettono in cammino, il racconto promette sempre nuove scoperte. Alla prossima!