L’altro Biava: non solo Moscato di Scanzo


Racconti dalle delegazioni
17 febbraio 2026

L’altro Biava: non solo Moscato di Scanzo


Incontrare un produttore significa sempre varcare una soglia: entrare nel suo tempo, nei suoi silenzi, nelle sue scelte. È successo anche con Manuele Biava, ospite di AIS Monza e Brianza insieme all’enologo Roberto Ravelli, per una serata speciale condotta da Sara Missaglia. Un incontro che ci ha invitati a guardare al vino non come a un traguardo, ma come a un processo di ricerca continuo, fatto di prove e deviazioni, di domande aperte e, talvolta, anche di errori

Monica Berno

«Di alcuni sbagli ne ho fatto aquiloni». Con questa frase – insieme confessione e manifesto – si è aperta la serata. Il verso (dalla raccolta Di caos e di sete di Caterina Fantetti, vincitrice dello Streghino romano per la poesia d’esordio nel 2021) è stato scelto da Sara Missaglia come incipit non casuale, ma profondamente coerente con il racconto che di lì a poco avrebbe preso forma anche nei calici.

Il tema è chiaro fin dall’inizio: lo sbaglio può essere visto non come colpa da nascondere, ma come spazio di possibilità. Anche nel mondo del vino, spesso ossessionato dalla perfezione, dalla ripetibilità e dall’assenza di deviazioni, partire dall’errore è una posizione quasi rivoluzionaria. Ma è, soprattutto, una scelta onesta, perché è proprio nello sbaglio che si impara a valutare, rivalutare, cambiare direzione. E, a volte, a trovare una strada più autentica. Questo fil rouge ha guidato l’esplorazione del percorso umano e produttivo di Manuele Biava, vignaiolo di Scanzorosciate, affiancato dal suo compagno di viaggio storico, l’enologo e amico Roberto Ravelli entrato in azienda nel 1988. Un dialogo continuo, il loro, fatto di intuizioni, tentativi, ripensamenti e scelte controcorrente. Un dialogo che ha permesso di andare oltre l’etichetta più nota, il Moscato di Scanzo, per scoprire un progetto più ampio e sfaccettato: l’“altro” Biava, quello delle sperimentazioni, delle domande aperte, della libertà espressiva.

Una collina, una famiglia, una visione 

C’è una collina, a Scanzorosciate, che sembra fatta apposta per raccontare una storia di famiglia, di pazienza e di visione. È il monte Bastia, detto anche monte delle Tre Croci: una dorsale aspra, ripida, quasi verticale, dove la vite cresce aggrappata alla roccia. Qui nasce l’azienda di Manuele Biava, e qui prende forma uno dei vini più rari e identitari d’Italia, il Moscato di Scanzo.

La storia dell’azienda ha inizio lontano dal vino. Il padre, Silvio, lavorava nel settore dell’abbigliamento, ma il destino di Manuele prende presto un’altra direzione: va a vivere con il nonno Giovanni, uomo di campagna e vignaiolo per la Curia, che concedeva i terreni da coltivare. È lui a trasmettergli la passione per la vigna, fatta di gesti lenti, osservazione e rispetto per la terra. Silvio intuisce che quel legame non è un capriccio e, con lungimiranza, decide di acquistare progressivamente alcuni piccoli appezzamenti. In totale, poco più di due ettari e oggi l’azienda ne conta tre, tutti concentrati su questa collina tanto affascinante quanto estrema.

Il terroir del Moscato di Scanzo firmato Biava è unico e irripetibile. Il suolo è dominato dal sass de luna, una roccia calcarea che tende a sgretolarsi con il caldo, il cui nome affonda in suggestioni antiche: c’è chi racconta che nelle notti di luna piena la roccia rifletta la luce in modo quasi magico, e chi parla di un meteorite caduto dal cielo. Mito o realtà, il risultato è un terreno povero e duro, che costringe la vite a lottare, concentrando energia e materia e regalando uve di straordinaria intensità.
La collina – il monte Bastia – presenta un dislivello di circa 180 metri, con pendenze tali da rendere necessaria una coltivazione a rive, come nei grandi vigneti di montagna. L’esposizione a sud, l’altitudine, le vigne molto vecchie e una ventilazione costante – favorita dall’incrocio naturale tra Val Seriana, Val Calepio e Val Brembana – definiscono un microclima ideale: l’aria asciuga, il sole matura, il sass de luna imprime carattere.
Tre i luoghi simbolo dell’azienda: il vigneto, l’essiccatoio e la cantina. È nell’essiccatoio che avviene uno dei passaggi più delicati: l’appassimento naturale delle uve. Il disciplinare prevede un minimo di 21 giorni, ma qui si arriva a circa 90. In questo lungo periodo si perde fino al 70% del peso dell’uva, ma ciò che resta è un concentrato di qualità assoluta. Zuccheri, aromi, struttura e profondità si fondono, preparando il vino a una complessità e a una longevità unica.

Questo raro passito che ha ottenuto la DOCG nel 2009 viene prodotto su 31 ettari complessivi da 30 aziende. L’associazione dei produttori nata nel 1982 si è trasformata nel Consorzio di tutela del Moscato di Scanzo che ha l’obiettivo di salvaguardare e promuovere un nettare frutto di un patrimonio viticolo minuscolo, ma preziosissimo.

La degustazione

Non una semplice degustazione, ma un percorso narrativo in cui tecnica ed emozione si sono intrecciate. Roberto Ravelli, con lo sguardo dell’enologo che continua a porsi domande, Manuele Biava, con la concretezza di chi vive la vigna ogni giorno, e Sara Missaglia, con la maestria di un abile direttore d’orchestra, hanno restituito al pubblico il senso profondo del lavoro dell’azienda: fare vino come atto di responsabilità, ma anche di fiducia.

Moscato di Scanzo vinificato in bianco – sperimentazione non entrata in produzione
100% moscato di Scanzo. Esperimento curioso e coraggioso, nato dal desiderio di rinnovare il linguaggio del vitigno in chiave più immediata e contemporanea. La vinificazione in bianco è stata tentata in diverse modalità, persino in versione spumante, ma nessuna ha trovato un esito convincente: per ottenere un colore realmente chiaro sarebbe stato necessario l’uso di carbone decolorante, pratica che l’azienda ha escluso in nome dell’integrità produttiva.
La resa cromatica ha posto un ostacolo tecnico ed estetico: il vino presenta una sfumatura rosa cipria, elegante e luminosa, «come un foulard di Hermès» osserva Sara Missaglia. Al naso è decisamente seduttivo e complesso: note floreali, piccoli frutti rossi croccanti, cenni agrumati e un’aromaticità elegante, più trattenuta rispetto alla versione tradizionale del vitigno. In bocca è delicato, fresco e salino, con una tessitura leggera e precisa. Chiudendo gli occhi, rivela la sua matrice rossa: un lieve accenno tannico che ne testimonia l’origine e la sincerità stilistica.

Rosato - sperimentazione non entrata in produzione
100% moscato di Scanzo. Vinificazione senza appassimento e con breve contatto sulle bucce (circa 2 ore), necessario per conferire colore e struttura senza far emergere le note amaricanti tipiche del corredo fenolico. Il moscato di Scanzo, infatti, presenta una delle più alte concentrazioni di polifenoli tra i vitigni italiani, il che rende complessa la gestione della macerazione. Tra i tre progetti di ricerca aziendale presentati, è l’unico tuttora in sviluppo.
Colore cerasuolo con riflessi ramati, luminoso e seducente. Al naso fragolina di bosco, erbe aromatiche e sfumature agrumate. In bocca è fresco, teso e fragrante, con chiusura garbata e lieve dolcezza percettiva che ricorda lo zucchero filato.

Moscato di Scanzo e merlot - sperimentazione non entrata in produzione
50% moscato di Scanzo e 50% merlot. Una sperimentazione nata per utilizzare il moscato di Scanzo non destinato all’appassimento, escluso dalla selezione per il passito, e unirla al Merlot per apportare rotondità e volume. Dopo varie prove di assemblaggio, la proporzione 50/50 è stata giudicata la più equilibrata, e da essa è derivata anche la base per successive sperimentazioni del Moscato di Scanzo secco.
Colore carminio luminoso. Al naso piccoli frutti rossi, rosa canina, incenso e leggere note speziate. In bocca è morbido e strutturato, con buona coerenza naso-bocca e chiusura aromatica Colore carminio luminoso. Al naso piccoli frutti rossi, rosa canina, incenso e leggere note speziate. In bocca è morbido e strutturato, con buona coerenza naso-bocca e chiusura aromatica, dove il moscato emerge con la sua tipica tensione tannica.

Moscato di Scanzo Secco
100% moscato di Scanzo. Vigne di 10 anni; maturazione circa 2 anni in botti di cemento, prima della commercializzazione affinamento di 3 mesi in bottiglia. Appassimento 6 mesi; acidità totale 7,30; alcol 12,5 vol. La storia aziendale conosce un prima e un dopo questo vino che non avrebbe mai pensato di produrre e che invece è diventato il più venduto e imitato, segnando una vera svolta nella percezione del vitigno. L’idea nasce da una richiesta precisa: quella di Lorena Ascencios, responsabile dell’enoteca Astor Wines & Spirits di New York, che propone a Manuele di creare un vino capace di parlare a un pubblico internazionale, in particolare al nuovo mercato americano in piena trasformazione. L’obiettivo era dar vita a un vino “diverso”, che mantenesse il naso e il carattere aromatico inconfondibile del Moscato di Scanzo, ma in una versione secca, agile, gastronomica e moderna. Il risultato è un vino senza riferimenti diretti nel panorama enologico mondiale, che unisce la ricchezza aromatica di un moscato alla tensione e sapidità di un rosso secco di territorio.
Carminio luminoso. Al naso pepe nero, incenso, frutto rosso polposo e cenni balsamici. In bocca è fresco, salino e dinamico, il tannino è fine. La sensazione gustativa corrisponde perfettamente alla richiesta originaria di Lorena Ascencios che voleva una «sciarpa di seta che in bocca fosse una lama», ovvero un vino dalla tattilità morbida e carezzevole, ma al tempo stesso teso e vibrante. Versatile e moderno, è una sintesi tra identità bergamasca e visione internazionale.

Moscato di Scanzo DOCG - 2018
100% moscato di Scanzo. Rese bassissime e una rigorosa selezione delle uve destinate all’appassimento contribuiscono a definire un vino di grande concentrazione aromatica e spessore territoriale. Vigne di 30/50 anni; appassimento naturale su graticci per 45/60 giorni. Residuo zuccherino 80 gr/l.; acidità totale 7,80; alcol 15 vol.
Il colore è «irriducibile», carminio, luminoso e fitto, segno distintivo del vitigno. Al naso incenso, pepe nero, ginepro, menta, rosa appassita e liquirizia. In bocca equilibrio tra dolcezza, acidità e sapidità, con evoluzione continua e ritorni di rabarbaro e sandalo. Elegante, complesso e di forte identità geografica.

Exenthia - 2015
75% moscato giallo, 25% moscato di Scanzo. Vigne di 75 anni; appassimento 6 mesi; residuo zuccherino 100 gr/l.; acidità totale 6,60; alcol 16 vol. Nato come vino da messa ideato dal nonno Giovanni, cambiò destino quando il vescovo chiese di sostituirlo per via del colore ambrato: così nacque l’Exenthia, ponte tra memoria e innovazione, unisce la tradizione del vino da messa a una moderna sensibilità enologica e racconta la doppia anima del vitigno: la dolcezza del giallo e la profondità speziata dello Scanzo.
Ambrato e lucente, offre un naso complesso di frutta disidratata, lavanda, pasta frolla, zafferano e leggere note idrocarburiche. In bocca è morbido, equilibrato da una viva acidità e da una chiusura sapida e speziata. Ricco, armonico, di grande eleganza evolutiva. La componente alcolica importante è ben integrata e contribuisce alla rotondità del sorso.

Questa serata nella sua unicità ha mostrato il senso più profondo del lavoro di Manuele Biava e Roberto Ravelli: usare il vino come strumento di conoscenza, non di rappresentazione. Le sperimentazioni e le deviazioni stilistiche non sono esercizi di stile, ma tappe di un percorso di consapevolezza. L’errore diventa metodo, un modo per interrogare il vitigno e il territorio, accettando che non ogni risposta debba tradursi in un’etichetta, ma possa servire anche solo a capire meglio la direzione da seguire.