Le grandi Vigne del Barbaresco alla sfida del tempo

Una serata davvero attesa, il Wine Top dedicato alla Cantina dei Produttori di Barbaresco. In AIS Monza e Brianza ci siamo addentrati nel multiverso del Barbaresco d’annata, in un’impagabile orizzontale delle nove Riserve da singoli cru dell’annata 2015 della famosa cantina sociale fondata da Domizio Cavazza.

Giuseppe Vallone

C’è stato un tempo in cui il Barbaresco era “il piccolo Barolo”, un vino talvolta amabile e persino frizzante, adatto — scriveva Bruno Bruni nel 1964 — «ai palati femminili». Poi sono arrivati i Gaja e i Produttori del Barbaresco, e con loro tanti vignaioli illuminati di una terra che, nell’arco di pochi decenni, è passata dalla dignitosa ma povera vita agricola alla fama internazionale, trasformando le sue colline in uno dei giardini viticoli più preziosi d’Italia. 

Con questa premessa abbiamo aperto la degustazione del 9 marzo 2026 nella sede di AIS Monza e Brianza: un percorso ambizioso — dieci vini, un’unica annata, un’unica mano — pensato per far emergere la voce dei singoli cru attraverso il filtro coerente della Produttori di Barbaresco, la cantina sociale più celebre delle Langhe, fondata nel 1893 da Domizio Cavazza. Il tutto in un format, quello della “saletta piccola”, che ha consentito ai quindici partecipanti un confronto serrato e particolarmente formativo.

L’impianto della degustazione non ha seguito un ordine di intensità crescente, bensì un criterio geografico: il vino-modello è stato il Barbaresco DOCG 2015, che la Produttori descrive come la quintessenza dello stile aziendale. Poi, siamo partiti dal versante orientale del comune di Barbaresco, con l’assaggio dei vini prodotti con le uve provenienti dalle MGA Ovello, Montefico e Montestefano, transitando per Pajè e Pora — quest’ultimo scelto come intermezzo tra i due tempi della degustazione — e approdando infine al quartetto occidentale di Asili, Muncagöta, Rabajà e Rio Sordo. 

L’annata 2015, ai fini del confronto, è stata propizia: un inverno nevoso ha costruito abbondanti riserve idriche, preziose durante un’estate torrida con punte di 40 °C in luglio; settembre ha poi regalato l’escursione termica ideale per condurre le uve nebbiolo a una maturazione piena e ben bilanciata. La vendemmia, dal 26 settembre al 7 ottobre, ha prodotto uve con titoli alcolometrici potenziali di 14–14,5% vol. e acidità perfetta. 

Tutti i vini rivendicanti la MGA sono stati vinificati in acciaio con macerazione di circa trenta giorni e hanno affinato trentasei mesi in botti di rovere da cinquanta ettolitri e nove mesi in bottiglia prima della commercializzazione.

Di seguito, si riportano alcuni appunti presi durante la degustazione.

Barbaresco DOCG 2015

Il vino d’ingresso nasce dall’assemblaggio di uve provenienti dai circa 120 ettari coltivati dai soci ed è, con le sue 220.000 bottiglie, la carta d’identità della cooperativa. Luminosissimo, ha un naso molto floreale, venato da arancia scura e da delicati accenni tostati di tabacco combusto e pipa spenta. L’assaggio colpisce per la morbidezza tattile, che ricorda la soffice delicatezza di un cuscino, dove il tannino si fa sì sentire, ma in sottrazione, quasi evaporando, per poi esaltare al contrario la rotondità complessiva del sorso. La frutta è polposa, l’acidità al suo posto. A undici anni dalla vendemmia, è un vino che probabilmente non migliorerà, ma che rimarrà su questo plateau di piacevolezza ancora a lungo.

Barbaresco DOCG Riserva Ovello 2015

Con i suoi 78 ettari, Ovello è la più vasta MGA del comune di Barbaresco, ed espone a est e a ovest, ma non a sud. I Produttori possiedono poco più di venti ettari, concentrati nel versante orientale. Il vino fa sfoggio di un bellissimo colore, compatto e lucente, che trasmette vita già al primo sguardo. Al naso l’impatto è immediato e tutto di frutto — prugna e ribes — accompagnato da viola passita, lavanda, erbe officinali e un vago accenno etereo. In bocca è teso, schioccante, saporoso, con una sapidità marcata e molta meno morbidezza rispetto al Barbaresco base: un vino compatto, sfaccettato ma mai svirgolato, destinato a durare. Con l’ossigenazione emergono belle note di tè in foglia e chinotto.

Barbaresco DOCG Riserva Montefico 2015

Idealmente abbracciata da Ovello, Montefico se ne distingue per due elementi decisivi: l’esposizione piena a sud e, soprattutto, un’alta percentuale di calcare che conferisce al suolo un aspetto farinoso e biancastro. Il vino che se ne ottiene è il cugino raffinato dell’Ovello. L’impatto cromatico appare un filo meno vivace, con un tono leggermente più granato; al naso il registro cambia completamente, con viola delicatissima, sentori di scorza d’arancia e di liquirizia dolce che ricorda le caramelle Morositas, su un fondo balsamico di erbe officinali. Rispetto al vino precedente, l’assaggio è più rotondo, più morbido, con un tannino vellutato e sottile che lascia spazio a un finale di sale e freschezza verticale. In sala viene riassunto in un assunto francamente incontestabile: fine al naso, fine in bocca, finito il calice.

Barbaresco DOCG Riserva Montestefano 2015

Se il Montefico è il fratello elegante, il Montestefano è il fratello vigoroso: stessa matrice geologica, stessa esposizione a sud, stesso calcare, ma un carattere opposto. Fu il primo cru vinificato in purezza dalla cooperativa, nel 1961, ed è definito uno dei migliori vigneti di Langa. Il colore torna vivace e pieno; il naso è quello che strappa il consenso unanime della sala: un quadro olfattivo ampio di albicocca, corteccia, spezia e balsamicità, di una signorilità che richiama l’idea di un sessantenne che ne dimostra quaranta. In bocca è semplicemente spettacolare: più grip del Montefico, più stoffa, più frutto, con una tensione sapida potente e un tannino di grana fine che non affatica mai. Alla domanda se potrà migliorare ulteriormente, la risposta è che probabilmente è già su un pianoro di eccellenza destinato a durare lustri. Tra i vini della serata, è quello che raccoglie il maggior entusiasmo al primo impatto.

Barbaresco DOCG Riserva Pajè 2015

Piccola MGA incastonata tra Secondine e Cars, in una posizione all’apparenza meno privilegiata, Pajè (dal dialettale pajé, pagliaio, fienile) deve la sua freschezza alle correnti che da nord mitigano il calore estivo. Nell’annata 2015 si presenta con un color carminio compatto, e al naso colpisce per una nota mentolata freschissima («sembra una Vigorsol», scherza una partecipante, ma il descrittore rende bene l’idea). La bocca è agile, di struttura più snella rispetto ai precedenti, con un allungo aromatico lungo e invitante: è il vino che, per pura bevibilità, viene spontaneo finire prima degli altri.

Barbaresco DOCG Riserva Pora 2015

Scelto come interludio tra i due tempi della degustazione, il Pora offre la controprova più eloquente di quanto il territorio pesi nella definizione del vino. La MGA è legata alla storia stessa del Barbaresco: fu proprio alla cascina Pora che Domizio Cavazza acquistò le sue prime terre alla fine dell’Ottocento. Ma la zona, vicina al Tanaro e a quote molto basse (170–255 m), sconta un microclima più umido, con minore escursione termica. Il colore è nettamente più evoluto, un granato che qualcuno in sala paragona a «un Bordeaux anni Ottanta». Al naso emerge una nota decisa di glutammato, quasi di brodo, segno di un’evoluzione più rapida, e lo spettro aromatico si sposta su toni cotti e maturi. In bocca il vino tiene ancora grazie alla struttura e all’alcol, ma la freschezza arretra e il tannino lascia una punta amaricante. È un vino che ha il merito di dimostrare, con la stessa annata e la stessa vinificazione, quanto una diversa giacitura possa cambiare radicalmente il risultato nel calice.

Barbaresco DOCG Riserva Asili 2015

Si entra nel quartetto finale e la sala cambia registro. Gli Asili — al plurale, da asili, rifugi medievali per pellegrini — si sviluppa a 360° attorno a un bricco protetto da una valletta che lo isola dall’umidità del Tanaro: le correnti del fiume, che tanto influenzano i Pora, qui non arrivano. Il colore è compatto, integerrimo. Al primo approccio olfattivo, una partecipante esclama: «macchia mediterranea!». Poi emergono la menta e il cioccolato dell’after eight, su un fondo balsamico e salmastro di straordinaria nitidezza. Al palato è la quintessenza dell’eleganza («se fosse un vestito, sarebbe Armani!»), perfetta integrazione tra freschezza, sapidità, tannino setoso e frutto succoso, con un finale che non smette di invitare al sorso successivo. Insieme al Montestefano, si candida a vino della serata, ma su un registro del tutto diverso: dove il primo ha potenza e grip, questo ha grazia e perfezione di forma e proporzione.

Barbaresco DOCG Riserva Muncagöta 2015

La MGA deve il suo nome dialettale alla cascina Moccagatta, che se ne sta placida alla sommità. I Produttori vinificano prevalentemente dal versante orientale, più fresco e ripido. Nel calice si nota una sgranatura cromatica leggermente maggiore e una nota di glutammato che torna a farsi sentire, pur senza la deriva del Pora. La bocca rivela un buon calore e una struttura apprezzabile, con un grado di evoluzione moderato; il sale è generoso, e l’insieme risulta ancora gustoso. Tra i giganti che lo circondano — Asili da un lato, Rabajà dall’altro — fatica comprensibilmente a emergere, ma resta un vino di bel carattere, che preso singolarmente trasformerebbe la sua comparsata in corsa all’Oscar come migliore attore protagonista.

Barbaresco DOCG Riserva Rabajà 2015

Se Asili è l’Armani del Barbaresco, Rabajà ne è lo Chambertin, come lo definisce correntemente la critica. Si deve a questo cru e al ristoratore di Costigliole d’Asti Guido Alciati il successo internazionale del Barbaresco: nel 1970 Alciati comprò l’intera produzione della Riserva Rabajà per proporla alla sua clientela. L’esposizione a ovest e sud-ovest, l’alto calcare attivo e il perfetto drenaggio delle parcelle alte garantiscono uve di maturazione impeccabile. Il naso è il più scuro della serata: cioccolato fondente, frutta sotto spirito, note combuste e tostate. La bocca è potente, calda, con una struttura ampia che ricorda effettivamente la densità bordolese, ma innervata da una freschezza e una sapidità che rinnovano costantemente il sorso. Il tannino, pur deciso, non è mai aggressivo, e si osserva come al nono calice della serata la bocca non sia affatto foderata — cosa impensabile con altrettanti vini da altri vitigni. Un vino da arrosto senza alcun dubbio, a voler ricordare gli stantii abbinamenti di quel testo del 1964.

Barbaresco DOCG Riserva Rio Sordo 2015

Il cru più recente tra quelli vinificati dalla cooperativa — prima annata nel 1978 — chiude la serata con un messaggio chiaro sulla potenzialità evolutiva del nebbiolo di Barbaresco. Il nome viene dal torrente alla base della dorsale, la cui portata d’acqua è tanto esigua da non produrre rumore. Vestito di carminio puro e integro come nessun altro della serata, il Rio Sordo si apre lentamente su note di tè alla menta, in una compressione aromatica che chiede tempo e pazienza. La bocca è piena, composta, con corpo e struttura importanti sostenuti da buona freschezza e una discreta sapidità: un vino che trasmette tensione e pienezza insieme, con tutta l’aria di chi ha davanti a sé ancora molti anni di vita.

Alle 23.25, con dieci calici ormai vuoti e l’ultima immagine catturata dal drone di Alessandro Masnaghetti ancora proiettata sullo schermo, la serata si chiude su un bilancio unanime. Tre vini si stagliano sugli altri per intensità e compiutezza — Asili, Rabajà e Montestefano — ciascuno campione di una virtù diversa: l’eleganza assoluta, la potenza autorevole, la sintesi equilibrata. Ma è l’intero percorso a lasciare il segno: la dimostrazione, rara e preziosa, di come un’unica annata, un unico vitigno e un’unica mano possano dar voce a dieci anime radicalmente diverse, ciascuna figlia del proprio metro quadrato di terra.

Foto di Sara Landolfo