Le Marche di Velenosi Vini

Racconti dalle delegazioni
28 novembre 2022

Le Marche di Velenosi Vini

Una serata dedicata alle Marche e a uno dei suoi punti di riferimento vitivinicoli: Velenosi Vini. Insieme a Davide Gilioli - sommelier, degustatore e relatore AIS - si sono alternate, in un appassionato racconto, la fondatrice, Angiolina Piotti Velenosi e sua figlia, Marianna Velenosi.

Valeria Mulas

A pochi giorni dall’alluvione a Senigallia, la serata si apre con un sentito momento di silenzioso raccoglimento per le vittime. Siamo nelle Marche, unica regione “plurale” nel panorama italiano per la sua ricca storia di annessioni, con il proprio patrimonio storico-culturale antichissimo unito alle bellezze naturali del paesaggio e al patrimonio eno-gastronomico, sono un invito alla scoperta. Lo faremo in compagnia di Davide Gilioli, Angiolina Piotti Velenosi (meglio nota come Angela) - fondatrice della Velenosi Vini - e sua figlia, Marianna Velenosi, marketing Manager dell’azienda.

Le Marche

La descrizione di questo territorio a prevalenza collinare (70%), con 180 chilometri di costa e alle spalle le montagne degli Appennini (circa il 30%), emerge, a più riprese, nella trama del racconto fatto da Angela e Marianna Velenosi, così come da Davide Gilioli. Una conformazione ideale per la vitivinicoltura, grazie anche ai numerosi fiumi che scendono dagli Appennini come pettini fecondi verso il mare, ai terreni e alle correnti fredde dei Balcani che permettono sia le escursioni termiche giorno-notte che l’alternarsi di inverni nevosi e calde estati (la neve è una riserva di acqua importante che, penetrando nel terreno, permetterà alla vite di evitare grandi stress idrici estivi).

La composizione dei terreni è argillosa e limosa, su substrato calcareo, con alcune percentuali variabili di sabbie. I vitigni principi della regione sono l’autoctono verdicchio, il montepulciano e il sangiovese, a cui si aggiungono l’originale lacrima di Morro, la vernaccia nera, la passerina e il pecorino, quest’ultimo soprattutto nella zona di confine con l’Abruzzo.

Le Marche producono solo 0,8 milioni di ettolitri di vino - quasi equamente divisi tra rossi e bianchi - sui 50 milioni italiani, ben al di sotto delle più note e produttive regioni del Veneto, della Toscana e del Piemonte, per fare solo alcuni esempi. Questa piccola produzione, unita alle 21 denominazioni - 5 DOCG, 15 DOC e 1 IGT - può creare una difficoltà di racconto e di penetrazione nei mercati, con il risultato che oggi solo alcune di queste denominazioni sono riuscite a emergere: Rosso Piceno, Verdicchio di Jesi e Matelica, sono gli esempi più noti.

Cantina Velenosi

La storia della cantina Velenosi è un mosaico di passione e di rischi, raccontati con grande lucidità e ironia dalla stessa fondatrice. Tutto inizia quando, nel 1984, Angela e il marito Ercole decidono di costituire una propria azienda, senza avere alle spalle né i capitali né l’esperienza famigliare o la competenza. Una prima vigna di 5 ettari presa in affitto, una pressa, qualche vasca in cantina e l’aiuto di un affermato enologo, Attilio Pagli (tra i 30 migliori enologi al mondo), danno vita a un’avventura che Angiolina non nega essere stata tutta in salita. Poi arrivano i figli, le difficoltà nel conciliare il lavoro con la maternità e ancora la separazione, ma Angela non si ferma e l’azienda cresce, fino a diventare la seconda azienda vitivinicola a livello famigliare delle Marche.

Oggi, dopo 38 anni, la Velenosi possiede 155 ettari di vigne e altrettante in affitto, produce 2,5 milioni di bottiglie, esporta in 55 Stati con un fatturato di circa 13 milioni di euro e rappresenta un faro nella vitivinicoltura marchigiana. Un’organizzazione strutturata, che ha saputo salvaguardare sia lo spirito della grande famiglia sia l’attenzione alle esigenze delle donne, che sono anche la maggioranza in azienda.

Ma qual è la chiave del successo della Velenosi? «Probabilmente» - racconta Angiolina - «il mantra è tutto racchiuso nel “rapporto qualità-prezzo”». Nonostante oggi i vini ricevano numerosi premi e l’azienda sia tra le migliori cento italiane selezionate da Wine Spectator, si può facilmente godere di questo nettare di Bacco grazie a un’ottima distribuzione e a un’accessibilità di prezzo.

La degustazione

Davide Gilioli ci accompagna nella degustazione di sette tra i vini della Velenosi, insieme alla narrazione di Angiolina e Marianna sulla genesi degli stessi e le scelte creative alla base dei nomi e delle etichette.

Metodo Classico Gran Cuvée Gold 2011
chardonnay 70%, pinot nero 30%
Una storia nella storia, nata da alcuni impianti di pinot nero che non producono il grande vino rosso che la proprietà sognava, e che oggi, uniti allo chardonnay, sono diventati una scommessa sul Metodo Classico, con l’aiuto dell’enologo Cesare Ferrari. L’etichetta con la ripresa di un merletto di Offida, in oro su sfondo nero, è un’ulteriore occasione per raccontare il territorio e le sue eccellenze. Annata di vendemmia, sboccatura e numero di bottiglie prodotte sono dichiarate in controetichetta, sottolineando la ricerca di qualità e trasparenza.

Giallo paglierino piuttosto intenso, con sfumature già dorate. Un colore che è già un’indicazione di età: siamo difronte, infatti, a un Metodo Classico che sosta 10 anni sui lieviti. Al naso, la nota dello chardonnay evoluto è la prima che emerge con sentori di frolla e burro, per poi lasciare spazio alla freschezza del pinot nero, con ricordi di frutti di bosco, ribes, lampone e un piccolo accenno mentolato. La bollicina, molto fine e piacevole, apre l’assaggio a una morbidezza tipica dello chardonnay; un ritorno di frutti rossi, di fragolina selvatica e di balsamico ci parlano, invece, del pinot nero. Un vino molto elegante, complesso e con una piacevolezza e una pulizia che fanno pensare a molti abbinamenti a tavola, dall’aperitivo a piatti più strutturati, soprattutto a base di pesce.

Offida DOCG Pecorino Rêve 2020
pecorino 100%
Un vino il cui successo è anche dovuto al nome che, associato al famosissimo formaggio, all’estero, ispira curiosità oltre a essere facilmente memorizzabile e pronunciabile. La genesi del nome pecorino ha almeno due probabili storie: una, legata alla golosità delle pecore, che si nutrivano di queste uve selvatiche tra i 700 e gli 800 metri d’altitudine, nel viaggio di transumanza dai pascoli di alpeggio alle stalle, dalla metà di agosto a settembre; l’altra, legata alla forma stessa del grappolo che sembrerebbe ricordare, con la sua sagoma allungata e le sue ali, il muso di una pecora con le orecchie. Vitigno precoce, il pecorino, che nel Piceno ha trovato un territorio vocato e garantito dalla DOCG e che apre la stagione della vendemmia.

Rêve è un Pecorino ottenuto da una singola vigna (Poggio di Bretta – AP) di circa 40 anni che, dopo una macerazione sulle bucce e una fermentazione a temperatura controllata, sosta per un 50% in barrique francesi, di media tostatura, per 6-7 mesi per poi riunirsi all’altra metà e proseguire, con questa, il riposo in acciaio per altri 6 mesi.

Colore giallo paglierino abbastanza carico, luminoso e con una bella brillantezza. Al naso le caratteristiche tipiche del vitigno emergono immediatamente con note di frutta tropicale fresca, mango e ananas, non intaccate dal passaggio in legno. In bocca, la rotondità è accompagnata da acidità elegante e dalla sapidità che dà profondità al vino, insieme al ritorno del fruttato e del tropicale, in un amalgama di equilibrio e pulizia. Un Pecorino esaustivo nel raccontare il vitigno e il territorio di Ascoli Piceno. Due le denominazioni possibili in questa zona: Offida DOCG e Falerio DOC.

Lacrima di Morro DOC Superiore Querciantica 2021
lacrima di Morro d’Alba 100%
Le Lacrima di Morro d’Alba sono prodotte in un fazzoletto di terra che rende non oltre un milione di bottiglie, nelle annate migliori. Il nome, lacrima, deriva dalla fragilità della buccia degli acini, talmente sottile che può rompersi con la maturità e lasciare uscire una goccia “di pianto”. Un vitigno affascinante e particolare che dà origine a un vino rosso che ha poco tannino, profumi intensi di fiori e spezie con cui osare anche abbinamenti particolari.

Rubino molto luminoso e riflessi porpora, ci raccontano della giovinezza di questa anteprima (2021) che stiamo per assaggiare. Al naso petali di rosa e di violetta molto delicati, iris e glicine, ci vengono incontro come prime note. Poi arriva la caratteristica leggera speziatura, con piccoli accenni di pepe e cannella. In bocca, freschezza, acidità e assenza di tannino fanno da contraltare alla succosità di more e mirtilli maturi. L’abbinamento per antonomasia è con il ciauscolo marchigiano e con i salumi, ma anche con l’anatra o, servito fresco, con un piatto di pesce, magari di tonno rosso.

I vini che seguono, presentati da un’emozionata Marianna Velenosi, sono tutti delle anteprime non ancora disponibili sul mercato.

Rosso Piceno DOC Superiore Roggio Del Filare 2019
montepulciano 70%, sangiovese 30%
Il Rosso Piceno è la denominazione più importante in termini di produzione della regione, anche se la versione Superiore è prodotta solo nella zona sud, quindi tra Ascoli Piceno, San Benedetto del Tronto e Offida. Roggio del Filare è nato nel 1993, è il vino più premiato dell’azienda ed è l’interpretazione Velenosi del Rosso Piceno. La denominazione, infatti, permettendo percentuali molto variabili di montepulciano (dal 35% all’85%), di sangiovese (dal 15% al 50%) e la possibile aggiunta fino al 15% di altri vitigni non aromatici a bacca rossa, non ha una sola e unica versione, lasciando al singolo produttore la scelta del blend e quindi del risultato in bicchiere.

Il nome Roggio del Filare deriva da una poesia di Giovanni Pascoli, Aramo, in cui viene descritto un raggio di sole che penetra nel vigneto facendo scaturire, come un fuoco, un colore rosso. Il vino, prodotto da una singola vigna (una delle più vecchie, con più di 50 anni di età), ogni anno riceve moltissimi riconoscimenti nazionali e internazionali, entrando tra i migliori 10 rossi d’Italia.

Il color rubino fitto quasi impenetrabile (tipico della carica di antociani del montepulciano), fa intravedere il sangiovese nei bordi più chiari e trasparenti. Al naso, la differenza tra i due vitigni è piuttosto evidente: il montepulciano tende ad avere delle note più nere, come la susina e le amarene nere, mentre il secondo ha note più vicine alla frutta rossa matura. Entrambe le direzioni sono ben evidenti nel bicchiere, dall’apertura con note di frutta più scura e spezie come cannella, pepe nero e una parte resinosa e balsamica, fino alla parte più acidula di ciliegia e a quella ferrosa ed ematica di chiusura. Anche all’assaggio, l’unione dei due vitigni è molto composta ed equilibrata. Pur sentendosi la giovinezza nella spinta acida e nel tannino, il vino dà mostra della sua importanza, con un abito elegante e fresco. La carne, regina protagonista dei possibili abbinamenti, lascia spazio anche ai primi piatti, come per esempio i vincisgrassi marchigiani.

I viniMarche IGT Rosso Ninfa 2020
montepulciano, cabernet sauvignon, merlot e syrah
L’ultimo nato in famiglia, nel 2019, riprende l’origine di Ludi di cui parleremo più avanti, rispolverando l’idea di un SuperMarche IGT con protagonisti i vitigni internazionali. Il nome, Ninfa, rappresenta la dea del vino ed è anch’essa, come il fratello maggiore, una danzatrice, dinamica ed elegante: è l’alba fresca dell’estate sull’Adriatico che sa di erbe mentolate bagnate dalla rugiada. Un vino pensato per le nuove generazioni che richiedono un vino magari meno strutturato, ma sensuale e accattivante.

Rubino impenetrabile, con qualche sfumatura più chiara data dalla carica cromatica dei vitigni internazionali. Al naso, i profumi molto fini e composti - con una parte floreale di rosa e viola -, lasciano poi prevalere amarena e prugne succose. L’assaggio conferma la succosità: un vino che parte con una delicatezza sottile per poi espandersi, con personalità, allungandosi in una persistenza di confettura di frutta nera, di spezie, e un finale balsamico.

Offida DOCG Rosso Ludi 2019
montepulciano 85%, cabernet sauvignon 8%, merlot 7%
È la seconda punta di diamante dopo il Roggio, nato nel 1999 come IGT sulla falsariga dei SuperTuscan e, inizialmente, con una grande componente di vitigni internazionali (cabernet, merlot e syrah) e una piccola dose di montepulciano. Con l’arrivo della DOC prima e della DOCG dopo, si trasforma in un pieno rappresentante del territorio, con il cambio delle percentuali dei vitigni e delle stesse presenze: la syrah scompare e la parte da leone la farà il vitigno italiano.

Il nome Ludi deriva dall’idea di mettersi in gioco (ludus) e concorrere sul terreno dei grandi vini internazionali. L’etichetta è un omaggio al quadro di Matisse, La danza, creata da 4 ballerini (uno in meno rispetto a quelli effettivamente presenti nell’opera, ndr), come i vitigni iniziali, con la testa all’interno della pancia: un invito a esprimere il parere sul vino assaggiandolo, senza un pregiudizio dato dall’iniziale denominazione IGT Marche. Ludi è il tramonto che d’estate fa salire dai prati i profumi di erbaceo, di spezie calde e di terra.

Rubino fitto con una bella luminosità. Il naso rivela una maggiore complessità rispetto alla sorellina Ninfa, con mirtillo e mora in confettura, gelée e spezie che, dal pepe e dalla cannella, arrivano alla liquirizia in caramella, al cacao, al caffè. In bocca la succosità, luminosa e piena, è accompagnata da acidità e tannino equilibrato, con un ritorno di frutti neri, una liquirizia che ora è più vicina alla radice e, ancora, il caffè che sfuma in un finale agrumato di tamarindo e chinotto. Un vino in cui il montepulciano si sente in maniera importante e che invita all’attesa curiosa verso un’evoluzione, che svelerà con il tempo.

Colline Teramane Montepulciano d’Abruzzo DOCG Verso Sera 2020
montepulciano 100%
L’ultimo assaggio è il vino della maturità, il lascito di Angela, nata in Abruzzo, e del ricordo dell’inchiostro intenso del Montepulciano assaggiato con il nonno durante l’infanzia.

Da uve coltivate sulle Colline Teramane (vera zona d’elezione per il montepulciano d’Abruzzo), porta nel nome il desiderio di fermarsi e lasciare il testimone, con gioia e gratitudine, ai figli. I futuri vini saranno creature di Marianna e Matteo Velenosi. Verso Serarappresenta il tempo per sé stessi, quello del ritorno a casa, dove si è protetti, dove è possibile rilassarsi con un buon bicchiere; ma è anche il vestito di velluto che indossi in un’occasione speciale. L’etichetta ha il compito di raccontare tutto questo con un inserto in velluto, così come attraverso la cesoia d’oro in rilievo. Le forbici, principale strumento della vendemmia e della potatura, sono anche simbolo dei vari passaggi e tagli della vita di ognuno di noi.

Rubino molto fitto. Il naso rivela delle note fruttate fresche, mentolate, salmastre e di iodio. L’assaggio, così come suggerito dall’etichetta, ha una classe di velluto, con la potenza di un’amarena in sciroppo e il tannino reso avvolgente e perfettamente integrato anche dall’affinamento in cemento. Un vino con cui chiudiamo una serata meravigliosa e che ci dà la buonanotte con una carezza poetica.