Moët & Chandon, una storia che racconta la Champagne
Racconti dalle delegazioni
15 gennaio 2026
La degustazione dedicata a Moët & Chandon condotta da Chiara Giovoni, Ambasciatrice per il Comité Champagne dal 2012, è stata un’immersione nella cultura, nella storia e nelle contraddizioni di una delle regioni vinicole più affascinanti al mondo.
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Champagne, Maison e Vigneron
«La Champagne è un luogo anomalo». Così esordisce Chiara Giovoni, e in quella parola – anomalo – sembra già racchiuso il senso profondo di una regione che da secoli sfugge a ogni semplificazione. Poco più di 33.000 ettari di vigneto, nel cuore di un’Europa che qui ha sempre trovato un punto di passaggio obbligato: eserciti, commerci, invasioni, distruzioni e rinascite hanno attraversato queste colline lasciando segni indelebili. È una terra dove la storia non fa da sfondo, ma plasma il paesaggio, il vino e i suoi interpreti.
Non è un caso che la serata prenda avvio proprio da questa consapevolezza, con uno sguardo al CIVC – il Comité Interprofessionnel du Vin de Champagne – organismo unico nel panorama vinicolo mondiale, di cui Giovoni è ambasciatrice. Un’istituzione nata per governare un equilibrio complesso e necessario: quello tra le grandi Maison e i vigneron, spesso percepiti altrove come poli contrapposti, ma qui legati da un patto di reciproca dipendenza. Due presidenti, uno per parte, a garantire un sistema in cui la tensione diventa motore, dai prezzi delle uve alle scelte agricole.
È all’interno di questo contesto storico e strutturale che si inserisce il racconto di Moët & Chandon e la presentazione della sua nuova cuvée de prestige, dopo la progressiva separazione dal marchio Dom Pérignon, oggi pienamente autonomo. Una Maison che non è solo una delle più grandi della Champagne, ma una delle sue colonne portanti: 1300 ettari di vigneti di proprietà, per metà in Grand Cru e per un quarto in Premier Cru, affiancati da una rete secolare di conferitori storici. Un modello costruito nel tempo dalla famiglia Moët e rafforzato, negli ultimi decenni, dalla visione del gruppo LVMH, che ha scelto proprio la Champagne come cuore simbolico e strategico del suo universo enologico.
La centralità di Moët & Chandon nella storia della Champagne
La Maison viene fondata da Claude Moët nel 1743, un’epoca in cui la produzione dello champagne inizia a consolidarsi. Ruinart nel 1729, Moët nel 1743, Lanson nel 1760: tutte le prime Maison emergono nello stesso arco temporale e non è un caso.
Il motore è un decreto del 1728 di Luigi XV, che autorizza per la prima volta la spedizione del vino in bottiglia e non più solo in botte. Senza quel decreto, nessuna Maison avrebbe potuto sviluppare un commercio su larga scala.
Claude Moët, imprenditore brillante e ben introdotto, era amico di Madame de Pompadour, la potente organizzatrice degli eventi di corte. Fu così che Moët divenne il vino preferito dei salotti del potere e della cerchia di Luigi XV e che la regione della Champagne assunse un ruolo interessante grazie alla monarchia francese: Reims divenne la città delle incoronazioni, e, dove c’è una festa reale, c’è bisogno di vino.
La figura chiave dell’ascesa di Moët & Chandon è Jacques-Rémy Moët, il quale, ossessionato dai terroir e dalla loro diversità, portò la Maison a essere la più importante della Champagne entro il 1833. Tra fine Settecento e inizio Ottocento acquistò più di 200 ettari di vigneto, mappò meticolosamente i villaggi e fece costruire il Trianon per ospitare visitatori illustri.

Nel 1807, Napoleone Bonaparte visitò le cantine di Moët, sancendo nei fatti un legame potentissimo, tanto che per anni lo champagne divenne il vino delle occasioni ufficiali dell’Impero. Avere il favore di Napoleone equivalse, per l’epoca, all’effetto che oggi avrebbe il supporto di una superstar globale. Anche per questo, è interessante ricordare come il nome Brut Impérial nasca nel 1869 per celebrare i cento anni dalla nascita di Napoleone Bonaparte, come omaggio autentico al rapporto reale che legava l’Imperatore alla Maison.
Moët & Chandon ha giocato un ruolo decisivo nella storia agricola della Champagne. Alla fine dell’Ottocento, infatti, la fillossera travolse l’Europa. Fu anche grazie a Raoul Chandon de Briailles, discendente delle famiglie Moët e Chandon, fondatore della prima scuola pratica di viticoltura della Champagne a Fort Chabrol, che la regione seppe affrontare la devastazione fillosserica. Dal 1900 al 1911, Fort Chabrol divenne infatti una gigantesca pépinière, il vivaio da cui partirono gli innesti americani che permisero di reimpiantare oltre cento ettari di vigneto devastati dalla fillossera.
Quella scuola, oggi ancora attiva, era un vero laboratorio agronomico: parcelle sperimentali di pinot nero, chardonnay e pinot meunier, piantate in un punto di incontro tra Vallée de la Marne e Côte des Blancs proprio per studiare le caratteristiche dei tre vitigni.
Fort Chabrol, oltre al ruolo storico nel reinnesto post-fillossera, oggi è un centro di ricerca con la prima stazione climatica della Champagne. Da qui nasce anche “Natura Nostra”, un progetto che punta a ripristinare la biodiversità attraverso corridoi arborei: filari di alberi che collegano cru diversi e favoriscono il movimento di insetti e uccelli, fondamentali per l’equilibrio ecologico.
Le due Guerre mondiali furono un periodo drammatico per la regione. Le cantine della Champagne divennero rifugi: un labirinto sotterraneo dove si sopravviveva alle bombe. Molte Maison scavavano in direzioni diverse e spesso si “incontravano” sottoterra, costruivano muri provvisori per nascondere bottiglie e proteggere le scorte dall’avanzata degli eserciti.
«Nonostante Hitler fosse astemio, i suoi generali non lo erano affatto» precisa Chiara Giovoni, così che ogni passaggio attraverso la Champagne significava casse di bottiglie requisite. Da qui una celebre frase locale: «Lasciate che ce le rubino. Un giorno torneranno a pagarcele». Sono aneddoti che raccontano un territorio temprato da difficoltà immense, ma sempre capace di rinascere.
Dopo la fillossera e le guerre, giunse un’altra figura fondamentale a tratteggiare la storia della Maison: Robert-Jean de Vogüé, che traghettò Moët & Chandon nella modernità. A lui si devono la creazione di una cuvée de prestige, che diventerà Dom Pérignon, l’introduzione delle vasche in acciaio inox in Champagne negli anni ’50 e un forte impegno sindacale a difesa dei lavoratori delle cantine.
Quest’ultimo punto è spesso ignorato ma essenziale: il remuage era un lavoro durissimo, svolto per ore in ambienti umidi a 12 °C costanti. De Vogüé fu uno dei pochi a occuparsi concretamente delle condizioni dei lavoratori in un momento di grandi cambiamenti industriali.
L’adozione dell’inox rivoluzionò la regione, permettendo il controllo delle temperature e volumi più grandi, a differenza della tradizione antica del legno (le pièces champenoises da 205 l). Fu un passaggio epocale per chi, come Moët, deve gestire produzioni notevoli garantendo precisione assoluta.

La degustazione
La degustazione si propone di far guardare i vini Moët & Chandon con occhi nuovi, superando preconcetti diffusi tra gli appassionati; la Maison ha compiuto scelte stilistiche importanti negli ultimi anni, dal lavoro sul dosaggio alla ricerca di maggiore precisione nei vini base, fino alla nuova cuvée de prestige che segna un ulteriore passo avanti nella definizione della sua identità.
Brut Impérial
Brut Impérial non è una cuvée nata per esaltare un singolo vigneto o una specifica annata. È, da sempre, la sintesi di tutto ciò che la Champagne rappresenta: le tre varietà principali in equilibrio classico (circa un terzo ciascuna); oltre 200 vini di assemblaggio; un mosaico di villaggi che racconta la geografia della regione. La cuvée inoltre incarna i tre pilastri stilistici della maison: il frutto come protagonista (e l’ossidazione come nemica!), la precisione maniacale nei processi di produzione (alle cassette tracciate con QR code, fino ai centri di pressatura che classificano ogni pallet in classi qualitative prima ancora di pigiare l’uva) e la costanza nello stile, anche su grandissimi numeri. Un punto chiave che sottolinea Giovoni è che l’Impérial è la priorità assoluta della Maison, non i millesimati:
Avvicinando il calice al naso si percepisce subito la grande quantità di sfumature. Le prime note richiamano il frutto maturo, ma non in un unico registro: l’aromaticità si muove tra agrumi, frutta bianca, frutta gialla, frutti rossi e persino componenti più esotiche. Lo chardonnay porta croccantezza e profumi di frutta gialla croccante, come la susina, mentre emergono anche mango, ananas e aromi tropicali più ampi. Il meunier aggiunge suggestioni fragranti di mela e una dolcezza che ricorda i fichi.
Brut Impérial Rosé
Il rosé in Champagne rappresenta meno del 10% dell’intera produzione ed è tecnicamente difficile da realizzare. Per ottenere un vino rosso destinato all’assemblaggio servono uve di pinot nero molto mature aromaticamente, ma con estrazioni tanniche minime. Perciò si utilizzano pressature molto delicate e vinificazioni leggere (rimontaggi dolci, quasi dei bâtonnage interni), evitando colore eccessivo e tannini marcati.
Nel Moët Rosé, il pinot nero vinificato in rosso è circa il 10%, una percentuale altissima per uno champagne non millesimato. È una scelta introdotta e valorizzata con forza dallo chef de cave Benoît Gouez, convinto che la Maison dovesse dare importanza al rosé in proporzione alla propria scala produttiva. Oggi Moët è la Maison che produce più rosé di tutta la Champagne, superando il 15% e arrivando al 20% della produzione totale interna.
La filosofia è identica al Brut Impérial: rappresentare l’ampiezza del vigneto con un equilibrio indicativo di un terzo/un terzo/un terzo, ma con la componente di pinot nero più strutturata grazie al 10% di vino rosso. I vini di riserva oscillano tra il 20 e il 30%.
Splendido rosa salmone, vivace e allegro nella sua veste effervescente arricchita da minuscole continue bollicine. Apertura olfattiva segnata dall’agrume, un pompelmo rosa che si arricchisce presto di altri frutti rossi, una croccantezza olfattiva che riscontriamo, più cremosa, anche al palato. Fresco, piacevolissimo, un’armonia nella quale sapidità e acidità, mitigate dai vini di riserva, allungano la persistenza.
Grand Vintage 2016
Se il Brut deve aderire a uno stile fisso, il Grand Vintage è la massima espressione della libertà dello Chef de Cave. Rappresenta il racconto di un'annata interessante, non necessariamente la migliore, ma quella che ha una storia da narrare.
Il Grand Vintage 2016, in particolare, non è nato sotto una buona stella, ma è proprio la sua travagliata genesi a definirne il carattere unico. L'annata è stata segnata da una drammatica sequenza di eventi climatici: un inverno mite, seguito da una primavera fresca e piovosa, culminata in severe gelate. Questi fattori, uniti alla conseguente formazione di muffe, hanno costretto i produttori a una selezione ferrea, riducendo il raccolto del 50%. Approfondisce Chiara: «Quando ci sono le gelate e le rese vengono danneggiate, ciò che rimane in pianta è di meno. Se poi arriva un'estate che riesce a far maturare quelle uve in buono stato sanitario, quelle uve avranno molta più concentrazione. Di fatto, il clima ha imposto una drastica "vendemmia verde" naturale. L'uva salvata, raccolta a metà settembre, è stata di altissima qualità, fornendo un potenziale straordinario». Lo Chef de Cave ha risposto a questa sfida con un assemblaggio dominato dallo chardonnay, affiancato da un significativo 18% di mounier, inoltre il vino è stato costruito per la longevità, con i consueti sei anni sui lieviti, ribadendo che l'obiettivo del millesimato non è il debutto, ma ciò che il vino diventerà.
Delizioso paglierino dai riflessi luminosi, nel ventaglio dei profumi ricompare il frutto, ormai definito tratto distintivo, ma è qui abbracciato da aromi legati all’evoluzione: note di pan di spezie e pasta di mandorla emergono con chiarezza. La chiave di lettura, per i vintage, è la concentrazione: il vino non ha pesantezza o opulenza, ma è concentrato. La risposta al sorso è scattante e vivace, carica di energia. La materia non è stanca né magra, ma riempie il centro bocca. Dopo la deglutizione, si affaccia con forza una matrice sapida.

Grand Vintage Rosé 2016
Il Grand Vintage Rosé 2016, 13% di vino rosso nell'assemblaggio, 6 anni sui lieviti e un dosaggio di 5 grammi ha un’effervescenza scoppiettante. Il naso si esprime con lentezza mostrandosi man mano in diverse sfaccettature, a cominciare dal frutto, che in questo caso è un bel cesto di frutta: frutti di bosco, ribes e lampone in primis, poi erbe aromatiche e tostature appena accennate con ricordi di frutta secca. Palato in perfetto bilanciamento tra sapidità e acidità, retrogusto di pompelmo e ottima lunghezza.
Collection Impériale Création N°1
Con Collection Impériale – Création n°1, Moët & Chandon inaugura un capitolo inatteso nella storia della Champagne. Un progetto che lo stesso chef de cave Benoît Gouez definisce «un atto di follia», perché sfida apertamente uno dei dogmi più solidi della regione: le Maison non creano nuove Cuvée de Prestige. È una tradizione quasi immutabile, che contrasta con la vivacità sperimentale dei piccoli vigneron. Eppure, per la prima volta dopo decenni, una grande Maison decide di rompere gli schemi.
La nascita di questa cuvée ha origine da un cambiamento strutturale: Dom Pérignon diventa una Maison autonoma, con un patrimonio di vigneti dedicato e separato da quello di Moët & Chandon. Gouez, responsabile del celebre Grand Vintage, si trova quindi davanti a una domanda cruciale: come creare una Cuvée de Prestige quando la sua produzione, da 77 millesimi dal 1849 a oggi, rappresenta già un vertice qualitativo? La risposta arriva osservando la chiave di volta dello stile Champagne: l’assemblaggio.
L’idea è di creare una Cuvée de Prestige basata sull’assemblaggio di più annate già selezionate come potenziali Grand Vintage. Non si tratta quindi di vini di riserva generici, ma delle basi ufficiali dei futuri millesimi, conservate sia in inox che in legno.
La vendemmia da cui tutto prende forma è la 2013, considerata da molti l’“ultima annata degli anni ’80”: vendemmia tardiva in ottobre, temperature rigide, maturazione estremamente graduale, acidità elevata e straordinario equilibrio. Un’annata destinata sin da subito al Grand Vintage. Accanto a essa, nell’assemblaggio entrano: Grand Vintage 2012 (base in inox), Grand Vintage 2010 (inox), Grand Vintage 2008 (inox), Grand Vintage 2006 (inox), Annata 2000 (conservata in legno), Componenti del 2004, sia conservate in inox sia, soprattutto, già imbottigliate come Grand Vintage.
«La sorpresa più radicale è proprio quest’ultimo punto: Gouez decide di scendere in cantina, prelevare le bottiglie di Grand Vintage 2004 ancora sur lattes, degorgiarle e versare il vino già evoluto nella vasca di assemblaggio. Il 2004, rimasto per anni a contatto con i lieviti, apporta complessità terziaria mantenendo una freschezza inaspettata grazie alla protezione antiossidante dei lieviti stessi». Una volta completato l’assemblaggio, la cuvée viene rimessa in bottiglia e matura 10 anni sui lieviti, dal 2013 al 2024. Il risultato è un vino che ha vissuto tre fasi fermentative, un unicum nella Champagne.
D’aspetto elegante, un oro etrusco che brilla e invita alla degustazione. Il debutto odoroso è orientato a note evolutive: cenni fumé, fiammifero, zolfo, ceralacca. A questi si sommano delle stratificazioni fruttate: dalla pasticceria di frutta alle gelée, fino a una dolcezza solo olfattiva, non gustativa. Al palato vibra una tensione acida integra, il sorso è concentrato, armonioso, dove ricchezza e freschezza convivono senza compromessi.
Création n°1 non rappresenta la chiusura di un percorso, ma l’apertura di una nuova linea di cuvée sperimentali destinate a proseguire negli anni con Création n°2, n°3, n°4 e così via. Un filone che, nelle intenzioni della Maison, accompagnerà Moët & Chandon nella definizione di una nuova idea di eccellenza, fondata non sulla singola annata ma sulla memoria stessa del proprio patrimonio enologico.

Un vino che sorprende e disorienta, ricco e verticale, capace di rompere una tradizione secolare senza tradire l’essenza dello Champagne. «Per arrivare a questo ci sono voluti duecento anni di storia» conclude Giovoni tra gli applausi, e noi la ringraziamo per la generosa mole di aneddoti, nozioni, collegamenti, dettagli e riflessioni, e ancora più appassionati di prima ci gustiamo questo sfaccettato e folle mondo dello champagne.