Tu chiamami, se vuoi, Pinot Noir

Sette vini, un solo vitigno. Con Samuel Cogliati Gorlier abbiamo degustato calici diversi per annata, provenienza, produttore e clima, allo scopo dichiarato di approfondire e valutare le declinazioni espressive di una delle uve più nobili sulla scena internazionale, Monsieur le Pinot Noir.

Giuseppe Vallone

Il pinot noir è senza dubbio una delle cultivar più nobili, qualitative e di lunga tradizione del panorama ampelografico mondiale. Originario, secondo le ultime ricerche, della Francia centro-settentrionale (probabilmente Borgogna), citato in documenti storici risalenti al XIII secolo, sembra abbia derivato il suo nome dal termine “pigna”, a richiamare idealmente la forma del grappolo.

Legato a climi temperati – e freddi in taluni casi – è un vitigno che rende bene su terreni argilloso-calcarei, pur essendo sensibile a diverse patologie (peronospora, marciumi e attacchi di cicaline) e soggetto all’aborto floreale. Dal germogliamento prematuro, ha una altrettanto precoce maturità che lo espone al rischio di gelate primaverili.

Volendone tracciare un profilo aromatico standard, a parere di Samuel la sfera d’azione del pinot noir ruota attorno al c.d. “varietale indiretto”, vale a dire ad aromi non presenti nella buccia o nell’acino bensì propri di precursori legati, capaci di liberarsi in profumi di ribes, lampone, mirtillo, fragolina e ciliegia.

Ciò premesso, e avvicinandoci alla degustazione, Samuel riprende brevemente il concetto di terroir, sottolineando il suo intrinseco legame a suolo, sottosuolo, clima e microclima, morfologia, nonché al vitigno e all’uomo (intenso tanto come vignaiolo in sé quanto come sommatoria delle esperienze in vigna o in cantina, il c.d. savoir faire). Ebbene, se l’equazione è vera – come è vera -, eliminando i vari fattori sino a tenere il solo vitigno «non si avrà più terroir, ma quello che il marketing chiama vin de cépage», vale a dire il vino varietale. Questo assunto, a parere di Samuel, è dirimente per comprendere il percorso degustativo che ci attende e per approcciare, con il giusto punto di vista, vini diversi per provenienza, produttore ed età, accomunati unicamente dall’uva di partenza: il pinot noir.

Seguono dunque le note di degustazione dei sette vini assaggiati, con due doverose precisazioni. La prima: riportiamo la degustazione, condotta da Samuel rigorosamente alla cieca, secondo l’ordine proprio che egli è uso seguire; dunque, due coppie seguite da un terzetto di vini valutati prima al naso e poi all’assaggio. La seconda, pare banale dirlo, ma non lo è: il pinot noir non è un vino, è (soltanto) un vitigno; spesso, una comunicazione frettolosa, semplificata o volutamente à la page, incorrono in questa errata – profondamente errata – associazione, annullando se non mortificando tutte le mille variabili che possono rendere ogni calice un’esperienza unica.

La degustazione

Prima coppia

Al naso

  1. Naso sfumato, patinato, di un frutto gentile, aereo, speziato. Tracce ferrose ed erbacee, terra bagnata e leggera balsamicità. È un quadro olfattivo in punta di piedi, più vario che intenso.
  2. Se è certa la comunanza di vitigno con il primo vino, per il resto questo secondo calice si presenta in una veste completamente differente: carnoso, pieno, solare, fruttato, con un pizzico di dolcezza appena caramellata. La parte erbacea, qui, si fa linfatica, di soncino maturo e macerato. È un naso più rotondo e orizzontale rispetto al vino precedente.

All’assaggio

  1. Dopo qualche minuto nel calice il naso si è fatto più tenue e rarefatto. Lo assaggiamo: ampio, profumato, un po’ ridotto all’osso nella sua parte tattile ma saporito, con un tannino levigato e di ottima corrispondenza gusto-olfattiva, appena caustico nel finale, discretamente lungo. Vino slanciato, garbato, fresco nella sua modalità espressiva, franco e capace di dipanarsi e toccare l’intera bocca senza pesare. Svela un preciso rapporto tra freschezza e dolcezza in chiusura.
  2. Riportando il secondo calice al naso, constatiamo che la parte linfatica ha superato il soncino e si è fatta buccia d’anguria, evidenziando una matrice più cruda rispetto alla prima olfazione. Rispetto al primo vino, la bocca è più muscolare, robusta e sostanziosa, probabilmente più calda e con un tannino più gagliardo: queste sue caratteristiche lo rendono un po’ disordinato, con sensazioni, sì, più percepibili, ma al contempo più disgiunte. Appare trattenuto dalla sua griglia tannica, che frena il finale.

Abbiamo degustato:

  1. Menetou-Salon Rouge Les Chandelières 2017 – Domaine Philippe Gilbert
  2. Bourgogne Côtes d’Auxerre Pinot Noir 2020 – Domaine D’Édouard

 

Seconda coppia

Al naso

  1. Primo approccio un po’ laccato ma chiaramente potente. Frutta scura sciroppata, accenno ematico, nota vegetale macerata che ricorda il primo vino. Poi, profumi concentrati, caldi e solari, di amarena e durone. Il vino pare un po’ tormentato, come se fosse alla ricerca di ordine e di forma. È innegabile, tuttavia, un’intensità olfattiva di tutto rispetto, che forse, però, ora sembra più un minus che un plus.
  2. Apre su tonalità selvatiche, di macchia mediterranea, radici, erbe officinali e china, pellicceria e cuoio. Poi cereali tostati e una evidente balsamicità. Intenso, ordinato, leggermente piccante, con note accennate di tempera e vernice.

All’assaggio

  1. Riprendendo il calice notiamo che si è un po’ affievolito sulle sue note macerate che ora si esprimono con acqua di fiori, foglie bagnate e ciliegia matura. L’assaggio è pieno, robusto – pare ricordare il 2° vino -, con un principio confortevole che però, svolgendosi, svela un tannino monolitico e a tratti rustico che sbanda su una vaga nota amara. È un vino in due tempi, conviviale nell’approccio e spinto, leggermente allappante e con una nota di spinacio crudo sul finire. Per Samuel non è ancora pronto, deve trovare maggiore compostezza.
  2. I minuti trascorsi nel calice hanno ingentilito il naso, che ora ruota attorno a note di ribes rosso e talco, a una leggera balsamicità e ad accenni rugginosi. L’attacco di bocca è intenso, lo sviluppo, però, sguscia via, specie se paragonato al terzo vino. Dalla sua, la pienezza della prima parte della beva è davvero gustosa.

Abbiamo degustato:

  1. Volnay Premier Cru Les Champans 2020 – Domaine Joseph Voillot
  2. Provincia di Pavia IGT Pinot Nero Astropinot 2018 – Ca’ del Conte

 

Terzetto di chiusura

Al naso

  1. Naso profondo, ricco, stratificato, che si presenta con profumi dolci di talco e frutta in confettura; prosegue con note di anice, piccione, mandarino e un accenno di anguria, già peraltro emersa nel 2° vino. Pian piano va un po’ spegnendo la sua esuberanza.
  2. Quadro olfattivo giocato su una dolcezza caramellata, di frutta appiccicosa, salsa di pomodoro fresca, zabaione e crema di nocciola. Qualche istante e arrivano note di cappero, arancia sanguinella, melograno, liquirizia, tè earl grey e gelsomino. Naso molto vario.
  3. Impatto floreale intenso e trascinante, con chiare sensazioni di rosa: è un naso dal timbro orientale, di una dolcezza eterea, che si spande in diverse direzioni evidenziando accenni di goudron, zenzero e carne salata. Meno largo del 5° vino e meno modulato del 6°, questo vino all’olfatto si mostra originale, pungente, disorientante.

All’assaggio

  1. Beva soffice, materica, di profondità gustativa e di una certa finezza, molto smussato nella maturità del tannino. È un vino dalla fattura curata, ambizioso.
  2. Lo assaggiamo e lo troviamo delicato, soave, compatto ma sinuoso, agile e slanciato. Ha la leggerezza in bocca del 1° vino ma con più personalità, maggiore presa sapida e un tannino più percepibile. Persistenza integra.
  3. Al palato la freschezza è formidabile, la grana tannica sottile e spontanea. Vi è piena corrispondenza gusto-olfattiva di primo acchito. Poi, la bocca va oltre facendo emergere note di chiodo di garofano, cannella, agrumi, funghi e accenni ferrosi. È un assaggio che impone una scelta: è un vino che si ama o si odia.

Abbiamo degustato:

  1. Chambolle Musigny Premier Cru Les Charmes 2020 – Domaine Amiot-Servelle
  2. Valais Grain Pinot Chamoson 2019 – Marie Thérèse Chappaz
  3. Alsace Pinot Noir Stein 2019 – Pierre Frick

 

Sette vini molto diversi tra loro ma al contempo accomunati da alcuni caratteri di fondo. Il pinot noir, che grazie alla competenza e alla guida di Samuel Cogliati Gorlier abbiamo degustato alla cieca attraverso vini di Alsazia, Borgogna, Loira, Oltrepò pavese e Vallese svizzero, ha mostrato il suo carattere poliedrico, capace di adattarsi alla forma territoriale ove è allevato e vinificato, pur senza snaturare la sua più intima essenza.