Vinovagando sale in Alto Adige e disvela la bellezza delle linee

Per la rassegna Vinovagando, insieme alla sommelier Sara Missaglia, divaghiamo nella linearità, nel rigore, nella purezza, nella precisione e nella finezza dell’ interpretazione del vigneto altoatesino.

Sara Passerini

È la giornata internazionale delle donne, siamo una trentina in sala, curiosi e rilassati, e ci regaliamo una serata particolare, un intrattenimento, uno sfizio, una lezione, un’immersione nei monti del nord Italia. Si comincia dal paesaggio e da chi lo abita, si scardinano gli stereotipi e poi si passa al vino, con sei curiosi assaggi.

Il paesaggio dell’Alto Adige è un paesaggio montano, ma non solo: è un paesaggio complesso e a modo suo fragile, una piccola zona non priva di contraddizioni, contaminazioni e contrasti: storici, paesaggistici, vinicoli.

Alcune curiosità

La lingua: il territorio è abitato da persone di lingua tedesca e italiana che convivono pacificamente sebbene in un modello che funziona un po’ a comparti stagni; queste due lingue, però, non sono le uniche presenti: c’è una minoranza nutrita di parlanti ladino.

La storia: nel 1814 l’Alto Adige, in quanto parte del Tirolo, passa all’Impero austriaco che nel 1867 diventa Impero austro-ungarico. Solo alla fine della Prima guerra mondiale diventa parte del Regno d’Italia. L’annessione non è però del tutto pacifica e tra l’italianizzazione forzata durante il Fascismo e gli attentati terroristici del BAS (Befreiungsausschuss Südtirol, il Comitato per la liberazione del Sudtirolo) si avranno lotte e insoddisfazioni almeno fino alla fine degli anni ’70 del Novecento.

Gli amori: la provincia autonoma, storicamente amata da Goethe – ma frequentata anche da Kafka, Pasolini e Moravia -, vede nell’abbazia di Marienberg, oltre i 1340 metri s.l.m., il vigneto più alto d’Europa, in cui il vitigno coltivato è un Piwi. È una terra di leggende che coinvolgono ogni monte, dalle Dolomiti al Catenaccio; il territorio conta oltre 200 castelli, si concede colorite e folcloristiche feste della transumanza e, faccenda meno banale di quanto sembri, è la patria di Ötzi!

Zone, vitigni e terreni

In Alto Adige la storia della viticoltura nasce attorno all’anno 1000. Fin dal principio è una viticoltura alpina, segnata da una relazione rispettosa tra cultura e natura. I giorni di sole all’anno sono 300 per un ammontare di 1946 ore; il territorio vede la presenza di un vento caldo, il föhn, di natura catabatica: soffia dall’alto verso il basso e accarezza il profilo della montagna, e gode del soffio dell’Òra del Garda, che ogni pomeriggio parte dal lago e va verso nord. Forti escursioni termiche e scarse precipitazioni creano un microclima importante per l’uva. Gli sbalzi termici generano nella pianta stress metabolico che, reagendo, produce profumi e zuccheri. Il regime idrico siccitoso scongiura l’eccessiva fogliazione e concentra nell’acino i nutrimenti.

Il suolo è un vero e proprio patchwork geologico, con terroir molto diversi tra loro, ma fisicamente vicini; prendendo atto di questa varietà c’è la costante ricerca di valorizzare il cru, il singolo vigneto, rispetto a limitarsi più ampiamente alla sottozona.

I più grandi vini bianchi premiati in Italia sono dell’A.A., vini che nascono in quota, contraddistinti da freschezza, mineralità, con un taglio secco, netto e verticale, spesso dato dalla parte calcarea dolomitica. Nei grandi rossi, a base di pinot nero, sono i graniti e il porfido rosso a lasciare una nota selvaggia, affumicata, fumé. Se ci si sposta sull’Altopiano di Mazzon e Terlano – zone vocate -, si trovano tracce quasi sulfuree, di una sapidità molto spinta data dalle rocce quarzifere derivanti da un’antica parte vulcanica.

Il terreno contiene molto scheletro: ci sono sassetti di origine silicatica che si scaldano al sole e rilasciano il calore alle viti contribuendo così alla regolazione termica oltre che a fornire minerali.

Sulle Dolomiti troviamo pietre di carbonato doppio di calcio e magnesio, con fossili che testimoniano la presenza del mare: la dolomia nasce da un processo litogenetico, un antico processo di formazione delle rocce.

Le zone vitivinicole seguono i fiumi che formano una Y: Val Venosta, Merano, Val d’Adige, Bolzano, Valle Isarco, Oltradige e Bassa Tesina.

Il territorio è molto parcellizzato, occupa lo 0.8% della superficie vitata in Italia, e attualmente vede una prevalenza di vini bianchi, anche se non è sempre stato così. Fino a quindici anni fa lagrein e schiava la facevano da padrone, mentre oggi la tendenza del mercato porta in pole position vini spumanti e bianchi.

L’A.A. è ricco di vitigni; uno spazio che sta prendendo sempre più piede è occupato dai vitigni Piwi, ma si trovano anche molti incroci frutto di sperimentazioni avvenute nel Novecento e che oggi consideriamo “autoctoni” come: müller-thurgau, kerner e sylvaner. Tra i vitigni più diffusi spiccano la schiava, vitigno versatile e perfetto per l’abbinamento, dal tannino sottile e dalla splendida agilità; il lagrein, un vitigno rotondo di cui esiste una versione rosata, chiamata kretzer e ottenuta per salasso; il gewürtztraminer, vitigno aromatico dai sensazionali sentori (vitigno che va considerato diverso dal traminer che, secondo il professor Attilio Scienza, arriva da Tramin, un paese nei pressi di Landau, ed è un antenato del nostro gewürtztraminer). Ci sono poi sylvaner, presente soprattutto nella Valle Isarco e a Bressanone, dalla beva tagliente e generosa e il kerner, vitigno dalle elevate potenzialità d’invecchiamento.

In piccole nicchie e quantitativi è possibile assaggiare vini da alcuni vitigni storici della zona: il fraueler, chiamato anche vezzaner, il weissterlaner e il blatterle (una mutazione del moscato giallo).

La Degustazione

Cominciamo entusiasti e collaborativi la degustazione, Sara Missaglia, per celebrare questa giornata, ha un dono per noi: a ogni assaggio assocerà una donna speciale, la cui storia o il cui pensiero dialogano con le caratteristiche del vino.

Alto Adige DOC Pinot Bianco Berg 2019 - Colterenzio
Cantina sociale di livello qualitativamente alto, nonostante sia tra le più giovani, indice del fatto che la qualità ha inizio in vigna. L’associazione è con la Barbe-Nicole Ponsardin, coniugata Clicquot, meglio nota come Madame Clicquot Ponsardin, una donna intraprendente e tenace nonostante fosse molto giovane quando rimase vedova (da cui il mito Veuve Clicquot Ponsardin).

Il paglierino spinge su trame dorate, ma fa della delicatezza il suo baricentro. Naso di frutti, fiori e gessi. Glicine, gelsomino, l’acidità della mela intrecciata ad altri frutti croccanti, intarsi di distillato di pera. Una splendida tensione di erbe aromatiche, una dolcezza floreale che torna: melissa, verbena, timo. Al palato è deciso l’effetto pseudocalorico, avvinto dalla grande sapidità e dall’acidità sferzante. L’ingresso è verticale, il corpo agile e snello. La chiosa sa di timo limonato. Perfetto abbinato allo Schüttelbrot con formaggi almkäse e graukäse.

Alto Adige DOC Müller Thurgau Pursgla 2016 - Josef Weger
Siamo a Cornaiano, strada del vino, una cantina storica. Josef è l’ultimo discendente della famiglia che ha fatto la storia dei vini dell’Alto Adige. Uve coltivate a 600 m s.l.m.. Lo accoppiamo a Maria Montessori, una delle prime donne a laurearsi in medicina, che ha ribaltato gli stereotipi dell’epoca. Questo Müller Thurgau ci ricorda che anche un vitigno all’apparenza “insignificante” può avere tante cose da dire e una personalità incredibile.

Un giallo tenue, un olfatto elegante: fresia, mela golden macerata, un agrume che si esprime con pompelmo e tè al bergamotto. Un naso rinfrescante dal quale affiorano prugna gialla, erbe aromatiche, erba sfalciata, una nota di lavanda, persino. Un ultimo cenno di caramello e miele conduce al sorso che si rivela coerente, sapido, saporito. Nella sua impalcatura gusto-olfattiva la parte glicerica si allarga. Meno sferzante del Berg, ma dissetante, gastronomico, buono. Un vino di memoria, da bersi mangiando una zuppa d’orzo e verdure con speck.

Alto Adige DOC Sauvignon Pepi 2016 - Cantina Tramin
Nome che deriva dalle due zone in cui le uve vengono coltivate: Penon e Pinzon, nei comuni di Cortaccia e Montagna. Affiancato a Grazia Deledda, la prima donna italiana ad aver vinto il Premio Nobel «per la sua potenza di scrittrice, sostenuta da un alto ideale, che ritrae in forme plastiche la vita quale è nella sua appartata isola natale e che con profondità e con calore tratta problemi di generale interesse umano».

Grande luminosità, un colore vivace e intrigante. Ouverture di profumi floreali e di erbe mediterranee; timo, melissa, borragine, genziana in radice, ricordi di bosso e riflessi di sedano. Non mancano un pompelmo giallo e maturo, suggerimenti di zenzero candito e fiori di campo. È un complesso odoroso orchestrale, più ricco dei precedenti, scalpitante. Al palato è gustoso, con aromi di ananas e sensazioni piccanti che incontrano la rotondità della massa e l’attrito del sale. È di corpo, lungo e composto. In abbinamento lo immaginiamo con un’insalata di asparagi alle erbe.

Alto Adige DOC Gewürztraminer 2018 - Meran
Da vigne giovani site nei comuni di Lagundo e Lana, leggera macerazione a freddo, solo acciaio. Abbinato all’incredibile Anna Magnani, per come lei parla della vecchiaia: anche in questo vino l’invecchiamento diventa un fattore importante e valorizzante.

Un fulgido botton d’oro dalla provata consistenza. Al naso non ci nasconde la sua natura. L’esordio è di fiori di montagna, artemisia, tarassaco, erba iva, flora spontanea, poi incenso, muschio bianco, folate di vento pregne di cera d’api, un cenno zuccherino di zucchero filato; il frutto è sciroppato, la ciliegia è bianca. La spezia parla di cumino e cardamomo. Poi polvere d’alloro fresco. Un naso ricchissimo, che ci prende per stanchezza! Al gusto il sale, la pungenza, la dolcezza, l’intensità. Si sentono la parte alcolica e quella glicerica che foderano il palato. È un vino muscoloso e duraturo, che consigliamo con astice speziato e asparagi bianchi grigliati.

Alto Adige DOC Gewürztraminer 2016 - Cantina Tramin
Un altro Gewürztraminer che ci permette di fare un confronto pertinente su come lo stesso vitigno possa dare risultati diversi tra loro. La figura femminile proposta è Artemisia Gentileschi, donna tenace e forte che tra il 1500 e il 1600 riuscì a trovare un proprio posizionamento in un mondo prettamente maschile: quello dell’arte.

Oro, fitto e sfolgorante. Profilo olfattivo decisamente diverso dal precedente, come se il legno avesse imbrigliato i sentori dell’uva e ci donasse un disegno composto. La sequenza è precisa: sentiamo un floreale di sambuco, glicine, un’acacia che dal fiore vira già quasi al miele. Dopo il fiore arriva subito il frutto, esotico, che si sviluppa su trame di banana, ananas, mango, frutto della passione, con una cremosità profumata che rimanda al burro, alla crema pasticcera e alla vaniglia. Sullo sfondo la tostatura del tabacco biondo. La bocca va di pari passo al naso: è un vino che fa l’occhiolino, che prova a sedurre e coinvolgere. È un vino docile, con un corpo rotondo e volumico, che fodera il palato con la sua morbidezza estrema. Intrigante con formaggi stagionati e saporiti.

Alto Adige DOC Pinot Nero 2016 - Muri Gries
Un luogo magico, un po’ convento, un po’ tenuta e un po’ cantina. Lo associamo ad Alda Merini, poetessa carismatica e amante del vento, lo stesso vento che pettina ogni giorno queste vigne.

Splendido sipario granato. Una filigrana, una trasparenza che lascia passare la luce. Uno scrigno odoroso che comprende violetta, iris blu, geranio, frutti di bosco, mirtillo e mora, frutti scuri impreziositi da incenso e liquirizia, «una parte di sagrestia» che abbraccia mineralità, resina e screziature mentolate, rabarbaro, alloro, fico sotto spirito, una punta di tamarindo. Al palato è finezza, è linearità, è salivazione. Il tannino è centrato, piacevole, sferico; il vino ha uno splendido grip e classe da vendere; l’epilogo indulge di nuovo sul frutto, e non si fa dimenticare. Lo abbiniamo ad arrosto di salmone, purea di sedano e finferli.

La serata va concludendo, la ruggine è stata tolta dai pensieri scontati e dai vitigni svalutati, il viaggio di Vinovagando proseguirà verso altre destinazioni. Salutiamo questa tappa con una poesia di Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi.

Sara Missaglia spumeggia tra i nostri sguardi grati, si ferma a lungo a chiacchierare di vini e di donne: oggi è l’8 marzo, la strada da fare è ancora lunga, ma le compagne di viaggio sono insuperabili.