Beaujolais, il tesoro segreto meglio custodito della Francia del vino. Seconda parte: la degustazione
Racconti dalle delegazioni
31 agosto 2026
La seconda parte della serata dedicata al Beaujolais, condotta da Armando Castagno in AIS Milano. Il racconto della degustazione.
RUBRICHE
Beaujolais Blanc 2024 – Domaine des Terres Dorées (Jean-Paul Brun)
100% chardonnay – Fermentazione spontanea in acciaio, uve non diraspate, malolattica completa, sosta di 8 mesi in piccoli fusti usati (40%) e acciaio
Il vino, giovanissimo, non ha ancora dispiegato complessità evolutive, ma lascia presagire con nitida chiarezza la direzione stilistica. È il frutto di una scelta di vinificazione radicale nella sua essenzialità, pensata per scongiurare ogni interferenza aromatica e consentire al frutto e al terroir di esprimersi senza mediazioni. Il Domaine custodisce circa 6,5 ettari di chardonnay, con viti che vanno dai 20 ai 50 anni di età. Dal punto di vista geologico, il legame più interessante è quello con il Mâconnais. Dominano i suoli calcarei, mentre il granito compare solo marginalmente. La continuità geologica si riflette nel calice, definendo un profilo giocato su tensione, freschezza, linearità e una vivida sapidità.
Il profilo olfattivo è sussurrato ma di encomiabile precisione: mela verde, uva spina, fragranti fruttini a polpa bianca e delicati accenni floreali. Una sottile percezione salina anticipa la cifra distintiva del palato. L’attacco è immediato, ma refrattario alla banalità. La struttura leggera e ben definita è sostenuta da un’acidità vibrante e da un nitido timbro sapido. Il centro bocca è essenziale, privo di sovrastrutture, mentre il finale si distende su persistenti richiami di sale marino. Un bianco che alla ridondanza aromatica preferisce precisione gustativa, pulizia ed energia del sorso.
Saint-Amour Côte de Besset 2023 – Domaine de Fa (Antoine & Maxime Graillot)
100% gamay - Macerazione semi-carbonica a grappolo intero, 12 mesi di maturazione in demi-muids da 600 litri (33% nuovi)
È una delle enclaves più settentrionali del Beaujolais, al confine con il Mâconnais, e uno dei crus geologicamente più complessi. Qui non governa un'unica matrice pedologica, ma un mosaico di formazioni differenti. Nella sezione orientale prevalgono suoli alluvionali, ricchi di argille compatte e profonde, spesso con abbondanza di ciottoli di varia derivazione. Nella sezione occidentale si palesano elementi vulcanici mentre alle quote più elevate domina il granito rosa tipico del settore settentrionale della regione. Solo circoscritti gli affioramenti calcarei - come nella storica parcella Côte de Besset - che costituiscono una naturale continuità geologica con Mâconnais e Pouilly-Fuissé.
La variabilità geologica della denominazione potrebbe suggerire marcate varianti stilistiche, ma in realtà, nella maggior parte dei casi, il Saint-Amour rimane un vino pensato per una giovinezza virtuosa, generalmente interpretato come uno dei cru più accessibili, poco tannico, profumato, dalla trama flessuosa. Il suo apogeo si colloca spesso nei primi anni di vita. Il nome stesso del cru ha esercitato un ruolo decisivo nel modellarne la fisionomia. Legato alla figura di Sant’Amatore e a una tradizione che risale all’anno Mille, “Saint-Amour” ha inevitabilmente edificato un immaginario intriso di romanticismo e convivialità. Storicamente associato ai momenti di festa, reca in sé una dimensione affettiva rara: più che impressionare per potenza, ambisce a propiziare un incontro. Anche la sua uscita anticipata sul mercato ne ha sigillato l’identità immediata, con la commercializzazione consentita già dal primo febbraio successivo alla vendemmia (tempismo perfetto per San Valentino), laddove gli altri nove crus devono attendere il 15 marzo.
Il vino degustato proviene dalla parcella Côte de Besset, situata a 415 metri di altitudine, da vigne di 45 anni di età media, esposte a sud-est. Si offre misurato e preciso, giocato più sulla finezza che sulla complessità. La componente floreale è ben riconoscibile e scorta un frutto rosso dolce e delicato. La speziatura rimane appena accennata, senza cercare complessità o profondità eccessive, ma mantenendo una lettura pulita. La progressione gustativa si rivela più articolata: accanto al frutto si svelano sfumature di macchia mediterranea, olivastro e ginepro. Il sorso è scorrevole, quasi etereo nella sua delicatezza; i tannini, di squisita finitura, ricamano una facilità di beva che evoca la grazia di un rosé. Immediatamente piacevole, è vino che non ambisce a dominare, ma ad accompagnare.
Chénas Ni Trop Ni Trop Peu Vieilles Vignes 2023 – Domaine Jules Desjourneys (Fabien Duperray)
100% gamay - Vinificazione alla borgognona a grappolo intero in legno, malolattica, 12 mesi in pièces di IV-V passaggio
Chénas è una rarità spesso poco conosciuta, la più piccola per superficie vitata. Il paesaggio conserva un carattere sorprendentemente vergine, con boschi estesi e vigneti incastonati tra le querce, cui il toponimo stesso rimanda (da chêne, quercia), in ossequio alle antiche foreste medievali. Furono i monaci, con un secolare lavoro di dissodamento, a strappare alle selve le prime radure vitate. Questa duplice anima è ancora perfettamente tangibile, là dove il manto boschivo e i filari celati evocano primordi e integrità. I suoli vedono il primato del granito rosa disgregato che in superficie appare chiaro, quasi biancastro, ma a pochi centimetri di profondità rivela sabbie fini, di una tonalità rosa intensa, straordinariamente drenanti e capaci di imprimere al Gamay tensione e carattere minerale. Nelle giornate terse lo sguardo spazia fino al Monte Bianco, amplificando la sensazione di viti sospese tra la collina e l’orizzonte alpino. La denominazione dona sovente vini di grande carattere, dal colore intenso e profondo, una vena più austera, quasi dura. Tale prerogativa viene talvolta attribuita anche alla presenza di manganese nei suoli, elemento che secondo alcune interpretazioni contribuirebbe a una sensazione di maggiore fermezza e una nobile nota amaricante.
«Il vino che degustiamo porta la firma di un produttore per il quale il termine “fuoriclasse” è ben speso: Fabien Duperray». Prima di diventare vignaiolo, Duperray è stato per anni ambasciatore di alcune delle più leggendarie realtà enologiche del mondo, relazionandosi con santuari del calibro di Domaine de la Romanée-Conti, Leroy, Krug. Ha così assimilato una filosofia produttiva fondata sulla precisione assoluta, sul culto del terroir e sulla ricerca della massima espressione del vigneto. Da tale bagaglio è fiorito il desiderio di tradurre l'esperienza in un progetto personale, creando un micro négoce, acquistando uve straordinarie, previo intervento sulla loro coltivazione, per lavorarle secondo la propria visione. Nasce così il Domaine Jules Desjourneys, nome d'invenzione e omaggio simbolico a figure tutelari, in primis Jules Chauvet. Lunghe maturazioni, dedizione assoluta alla vigna, regime biologico e pratiche d'ispirazione biodinamica definiscono la sua opera. Duperray applica al Beaujolais un approccio squisitamente "borgognone", rinnegando le vinificazioni convenzionali dell'area in favore di una profonda e aristocratica longevità.
Il vino proviene da due parcelle, una con viti di circa 80 anni adagiata su terreni argillosi, l’altra da piante di 85 anni radicate su sabbie granitiche. La sua fisionomia si distacca nettamente dall’immagine più immediata del Gamay. Affiora un frutto elegante e preciso, sostenuto da una chiara impronta minerale. Al palato si sviluppa con freschezza e tensione, assecondato da una spinta sapida che dilata il sorso. La struttura è seria, articolata, dotata di una dimensione quasi borgognona che mette in evidenza il lato più austero e profondo della denominazione.

Moulin-à-Vent Alizés 2022 – Domaine Thillardon
100% gamay - Criomacerazione, vinificazione semi-carbonica in acciaio, 28 giorni di macerazione, 12 mesi in pièces di II-V passaggio, minima solfitazione
Moulin-à-Vent, situata nel settore settentrionale del Beaujolais nei pressi di Romanèche-Thorins, è considerata la denominazione più celebre e prestigiosa della regione, quella che più di ogni altra ha saputo dimostrare il prodigioso potenziale di longevità e intensità espressiva del Gamay. Il suo nome deriva dallo storico mulino a vento del XVI secolo che domina il paesaggio, assurto a simbolo stesso del cru. Se nella porzione più orientale presenta prevalentemente suoli argillosi, il settore occidentale è interamente dominato dal grande protagonista dell'area: il granito rosa disgregato. Le sabbie granitiche di Moulin-à-Vent rivelano una natura singolare, mostrano una trama grossolana impreziosita da evidenti cristalli di quarzo che rifrangono la luce. Il colore è inconfondibile: una sfumatura rosa intensa, quasi spiazzante, la cui consistenza evoca la cipria. È precisamente questo substrato a plasmare i Gamay più longevi.
Con una solida architettura gustativa, una fiera profondità e una mirabile virtuosità evolutiva, Moulin-à-Vent è il vino più tannico, austero e meno incline alle immediate concessioni del Beaujolais. Moulin-à-Vent postula longanimità. Nella sua giovinezza può apparire quasi contratto, serrato e refrattario a svelarsi, dominato com’è da una rigorosa ossatura; con gli anni la metamorfosi è magnifica. Il frutto trasmuta, i tannini si integrano, spessore e complessità si delineano. Un grande Moulin-à-Vent possiede la virtù di evolvere per quindici, vent’anni e oltre. Gode di una reputazione consolidata da oltre un secolo, basti pensare che già nella seconda metà dell'Ottocento la denominazione dovette difendersi dalle prime contraffazioni, fulgido emblema del prestigio conquistato sui mercati.
Per questa etichetta, il Domaine Thillardon attinge da vigneti di circa 55 anni d'età, condotti in regime biologico e approccio biodinamico. In questa interpretazione, il produttore cerca di valorizzare anche l’aspetto più luminoso e fragrante del Gamay.
Il vino si rivela dinamico, alieno da qualsiasi staticità, impegnato in una continua metamorfosi nel calice. Non è da bere velocemente perché il tempo e l’ossigeno ne rimodellano costantemente il profilo sensoriale. L'incipit olfattivo è una sferzata di energia fruttata, lampone e piccoli frutti rossi, a comporre una sensazione di esuberante succosità. Il sorso quasi contraddice la salda firma della denominazione. La trama tannica è sinuosa e il frutto si rivela con irresistibile freschezza. Non manca il bel carattere minerale ed è mirabile la sensazione tattile che, anche all’olfatto, sembra richiamare il profumo della calda polvere delle sabbie granitiche. È un vino capace di comporre in sintesi due anime apparentemente antitetiche, il rigore della durezza e la freschezza della beva, il carattere severo e il piacere immediato del frutto.
Fleurie La Griffe du Marquis 2022 – Clos de la Roilette (Alain Coudert)
100% gamay - Fermentazione spontanea a grappolo intero, macerazione di 14 giorni, 10 mesi in barrique dal II all’VIII passaggio, 8 mesi di affinamento in bottiglia
Se esiste un cru capace di incarnare l'eleganza del Gamay, questo è Fleurie. Rappresenta forse la dimensione più lirica, raffinata e affascinante del vitigno che qui abdica alla forza muscolare per inseguire la grazia. Fleurie è una zona di altissima vocazione, contraddistinta da una marcata prevalenza di vigneti adagiati su pendenze importanti che digradano dal ripido fino a veri e propri versanti scoscesi. Qui lo scenario è dominato dalle sabbie granitiche, terreni poveri, drenanti, capaci di indurre la vite a una produzione contenuta e qualitativamente eccelsa. È un territorio in cui la viticoltura custodisce saperi ancestrali; l’arduità delle lavorazioni manuali, il patrimonio delle vecchie vigne, le felici esposizioni e una memoria consolidata hanno plasmato nei secoli un’eredità unica. Una delle valenze più affascinanti di Fleurie è il sinfonismo tra il vigneto e la natura circostante. Ci troviamo in uno di quei luoghi in cui il vino si palesa ancor prima di essere accostato alle labbra. La fisionomia stessa del paesaggio ne racconta la verticalità, il rigore e, al contempo, l’innata eleganza. Un grande Fleurie rifugge la pesantezza, l'asprezza o l'aggressività. Pur possedendo una struttura capace di sostenerne lo sviluppo, la sensazione finale deve risolversi in leggerezza.
«Colorato ma finissimo, trama gustativa mai pesante. Elegante, floreale al naso, deve scorrere come un foulard di raso».
Il vino in degustazione proviene dal Domaine de la Roilette, considerato uno dei riferimenti assoluti della denominazione, un “maestro classico” di Fleurie. Estraneo a tecnologie esasperate o alla ricerca di effetti artificiali, il Domaine opera nel culto del vigneto e del rispetto del tempo. La selezione "La Griffe du Marquis" nasce da una parcella con piante che superano gli 80 anni d'età, cullate dalla felice esposizione di una collina scoscesa; le rese sono naturalmente esigue.
«Io volevo assolutamente che voi sentiste questo vino, che è la parte più lirica e commovente della degustazione. Questo è un vino un po’ fuori tempo massimo, ma questa denominazione si presta».
Sembra un vermouth. Aprendosi concede le sue preziosità senza imporsi, sussurrando. Integro e intatto, con un fruttino delizioso che si accompagna a una nitida trama floreale di rosa selvatica e violetta; sfumature di cera e un accenno di cola. L'aspetto più sorprendente di questo Fleurie risiede nella gestione del titolo alcolometrico volumico al 14%, privo di qualsivoglia percezione calorica prevaricante. Solo nel retrolfatto affiorano accenni balsamici di mirto, tra bacche e foglie, consueti testimoni della dotazione alcolica. È un vino pericoloso nella sua accezione più nobile, dotato di una facilità di beva impressionante. Sul finale si percepiscono i tratti della calda annata, sfumature di menta, foglia di tè ed erbe aromatiche.
Le vecchie vigne, regolate da un'esiguità produttiva spontanea, concentrano il frutto senza compromettere il perfetto bilanciamento d'insieme. Se l'annata 2022, calda e generosa, dona al sorso maggiore maturità e spessore, in millesimi più freschi - come la 2021 – affiora invece una tensione acida più affilata e vibranti richiami agrumati che rimandano all'arancia rossa.
Chiroubles Chatenay 2024 – Domaine Daniel Bouland
100% gamay – Vinificazione a grappolo intero, 12 giorni di macerazione, 9 mesi di affinamento: 50% in acciaio e 50% in botte di Allier da 20 hl
Arrivando a Chiroubles si comprende immediatamente il carattere del luogo. Non è un paese di passaggio, ci si arriva perché si vuole arrivare proprio lì. Le strade sono una successione di tornanti che salgono verso il piccolo villaggio di montagna, con la sua piazza, il bar del paese e quella dimensione sospesa tipica dei luoghi dove il tempo sembra rallentare. Se Fleurie rappresenta l’eleganza e la grazia, Chiroubles è il Beaujolais della verticalità, della luce e della freschezza. È un paradosso solo apparente: può essere un territorio freddo e allo stesso tempo luminosissimo.
È il cru più elevato del Beaujolais. Vede i propri filari sfidare altitudini comprese tra i 300 e gli oltre 500 metri, con maturazioni fenoliche posticipate anche di una settimana o dieci giorni rispetto alle restanti menzioni. Se in passato tale rigore climatico poteva configurarsi come un limite - una terra fredda e difficile, in cui condurre l'uva a maturazione era un'autentica sfida – oggi, le medesime condizioni, rappresentano un vantaggio. Con un clima incline all'innalzamento termico, oasi d'altitudine come Chiroubles divengono preziose custodi di acidità, tensione e precisione aromatica. La matrice geologica è quasi integralmente granitica, una maestosa placca su cui poggiano sabbie superficiali e roccia profonda, talvolta associata a vene di scisti. I vigneti si offrono allo sguardo in tutta la loro spettacolare e ripida asprezza, lambendo in taluni appezzamenti pendenze superiori al 40%. Qui tutto è manuale. Coltivare la vite su simili crinali impone l'accettazione di una viticoltura eroica, intessuta di silente fatica, precisione e devozione assoluta verso il territorio.
«Lo Chiroubles è un vino da innamoramento immediato». Sorprende perché, nonostante l’altitudine e le fresche temperature, qui non si producono vini esili. Il colore è spesso luminoso, brillante, di una fittezza superiore alle attese. Il segreto è la luce. Investiti da una magnifica esposizione, i grappoli compiono un cammino lento e completo, preservando intatte la spina acida e la tensione.
«Si dice che Chiroubles è alternativamente o il “Beaujolais” più Beaujolais di tutti o il Beaujolais più “borgognone” di tutti». Entrambe le definizioni hanno senso. In alcuni calici, soprattutto con vini evoluti e serviti nella giusta forma, il profilo aromatico può ricordare il pinot nero di Borgogna. Daniel Bouland è un interprete straordinario, forse ancora troppo poco celebrato rispetto al valore assoluto dei suoi vini. È una di quelle realtà dove difficilmente si incontra un vino meno che ottimo. Una produzione artigianale, precisa, capace di esprimere il territorio senza sovrastrutture.
Il vino trae il nome dalla parcella storica "Chatenay", toponimo che evoca la presenza del castagno (châtaignier). La vigna ha una posizione estrema, quasi verticale, con pendenze più del 40%; le piante, risalenti al 1975 ed esposte a nord-est, affondano le radici nel granito puro.
Il primo impatto è sorprendente. Emana una freschezza d’agrume straordinaria: un frutto integro e una sensazione succosa quasi tangibile all’olfatto. Mela croccante, piccoli frutti rossi, lampone. Al sorso sviluppa una tensione finemente tannica, vibrante. Il finale ricorda quasi il morso del seme della melagrana. È un vino che sembra racchiudere l'essenza stessa del paesaggio natìo, la verticalità della vigna, la freschezza dell’altitudine, la purezza del granito. Chiroubles non mostra fragilità; riverbera luce.
Morgon Côte du Py Javernières 2023 – Domaine Jean-Marc Burgaud
100% gamay – Vinificazione semi-carbonica a grappolo intero per 6 giorni in cemento o acciaio, 8 mesi di maturazione in cemento/acciaio, 4 mesi in bottiglia
Morgon è uno dei cru più celebri e identitari del Beaujolais. Il suo disegno geologico si articola su tre grandi matrici: i graniti rosa e grigi nella parte più interna, le argille pesanti delle zone orientali e più basse e, soprattutto, le rocce vulcaniche della Côte du Py. In questa porzione centrale della denominazione si eleva un rilievo di 352 metri, millenario retaggio di un antico vulcano spento, Py: una rarità geologica nel Beaujolais. I Gamay che vedono luce sui suoi versanti acquisiscono profondità, densità e struttura difficili da riscontrare altrove, mostrando un carattere più scuro, materico e terragno, senza smarrire precisione ed energia.
Morgon rappresenta la declinazione più intensa e viscerale del Gamay. È il cru della materia, quello più agevolmente riconoscibile alla cieca. Non a caso ha dato origine a un termine entrato nel lessico enologico francese: morgonner. Significa letteralmente "sapere di Morgon" e descrive quei vini che richiamano con immediatezza i tratti del luogo di origine.
«Si dice che Morgon sia riconoscibile alla cieca per la nota di kirsch. Quando uno sente il liquore alla ciliegia e sospetta, magari per la mancanza di tannino, che possa essere un Beaujolais, ha già la risposta. Kirsch, poco tannino, tanto colore: Morgon. Se ha anche delle sfumature affumicate: Côte du Py».
Qui il frutto non si limita a essere fresco, ma si offre maturo, quasi in confettura, elevato a una dimensione più profonda e liquorosa. Grande spessore e sorprendente attitudine all'invecchiamento, dove il trascorrere degli anni non indebolisce ma, al contrario, porta a compimento.
Morgon ha esercitato un ruolo decisivo nella rinascita moderna del Beaujolais. È stato uno dei territori simbolo del movimento dei vini naturali e della riflessione sulla viticoltura sostenibile. Tra questi filari hanno operato personalità capaci di ricondurre l'attenzione sul legame indissolubile tra vitigno, suolo e sensibilità umana. Per tale ragione, Morgon è ritenuto il cru capofila che potrebbe inaugurare una futura segmentazione interna in ulteriori sotto-menzioni o climat, sulla scorta del modello borgognone in questo scenario, la Côte du Py si configura come la candidata più autorevole, in virtù di una personalità talmente prorompente da esigere un riconoscimento autonomo.
A rappresentare Morgon è stata selezionata la celebre parcella "Javernières", situata ai piedi della Côte du Py, una delle espressioni più blasonate dell'areale. La scelta riveste un alto valore didattico, consentendo di cogliere all'istante l'elemento di discontinuità che separa Morgon dagli altri territori della regione. Jean-Marc Burgaud ne è un interprete contemporaneo di rara autorevolezza, artefice di una lettura essenziale, rispettosa della terra e priva di appesantimenti di cantina.
Il colore è particolarmente fitto e impenetrabile. L'olfatto si concede senza esitazioni, in un'esplosione di ciliegia matura, marasca, confettura di frutti di bosco e sfumature di kirsch, impreziosite da tocchi speziati e accenni affumicati. È un frutto integro, luminoso, quasi scolpito. Nonostante la concentrazione estrattiva, rifugge la pesantezza, preservando una nitida precisione aromatica. In bocca sprigiona tutta l’energia della Côte du Py. La struttura è importante, il tannino è presente e di squisita fattura, la materia è ampia e profonda. La vinificazione semi-carbonica alleggerisce il corpo e dona slancio, scongiurando ogni rigidità. La parte più affascinante arriva nel finale con «una nota scintillante, quasi di sale, che depura il frutto».
«È una caratteristica comune ai grandi vini da suolo vulcanico. Al naso possono sembrare opulenti e avvolgenti, ma in bocca trovano una dimensione più essenziale e verticale».

Régnié Sous La Croix 2021 – Domaine Les Capréoles (Cédric Lecareux)
100% gamay – Diraspatura totale, vinificazione alla borgognona, macerazione di 10 giorni, malolattica e 8 mesi in barrique, 6 mesi di affinamento in bottiglia
Régnié è il cru più meridionale e più precoce della regione. La sua storia è strettamente legata al contesto climatico dell'epoca. Negli anni Ottanta le principali preoccupazioni riguardavano la difficoltà di raggiungere una piena maturazione delle uve. Régnié, grazie ad altitudini generalmente contenute, esposizioni favorevoli, suoli caldi e sabbiosi e un microclima più mite, si profilava come uno dei luoghi con il maggiore potenziale. Oggi, con il progressivo innalzamento termico globale, tale prerogativa si è tramutata in una sfida. Maturazioni più rapide, gradazioni alcoliche generose e una fisiologica flessione dell’acidità rendono arduo conservare tensione e slancio nei vini. Per questo motivo Régnié non ha avuto l’ascesa che molti immaginavano. Tale parziale isolamento si riflette tuttora sul piano economico, traducendosi, al netto di alcune eccezioni, in un rapporto tra qualità e valore di sorprendente interesse.
Se Chiroubles incarna la montagna, il rigore e la verticalità della luce, Régnié ne rappresenta l’antitesi: un territorio solare, aperto, incline alla morbidezza.
Sotto il profilo geologico, Régnié nasce dalla grande matrice granitica del Beaujolais settentrionale; il granito vi si disgrega originando sabbie fini, leggere e drenanti, capaci tuttavia di trattenere un riverbero termico ideale per favorire maturazioni anticipate. Cosa aspettarsi quindi dai Régnié esemplari? Un gioco tra calore, flessuosità e frutto generoso; non manca la finezza, che esige tuttavia l'accettazione di una dotazione alcolica più evidente.
L'annata 2021 è stata particolarmente impegnativa. Le gelate nella notte tra il 7 e l'8 aprile hanno drasticamente ridotto la produzione e, dopo una rigorosa cernita, la singola parcella destinata a questa etichetta ha consegnato una tiratura di sole 1.800 bottiglie.
«È un vino rarefatto: non dovete pretendere la sua coesione. Ecco un vino con un fiato alcolico». La rosa rossa, il ribes e un tocco di arancia. È un Gamay giocato più sulle sfumature che sulla densità. Il sorso è caldo, ma mai pesante. La trama appare volutamente poco levigata, appena sgranata. Non è un vino costruito sulla precisione geometrica, ma sulla sincerità espressiva. Proprio questa naturalezza ne costituisce il fascino e permette di cogliere con grande autenticità il carattere della denominazione.
Brouilly Vieilles Vignes 2022 – Domaine Georges Descombes
100% gamay – Vinificazione semi-carbonica a grappolo intero in cemento, vetroresina o acciaio, 12 mesi in pièces di almeno IV passaggio, 6 mesi minimo di affinamento in bottiglia
Brouilly è la denominazione che, se percorsa in auto, pone un interrogativo immediato: qual è l'origine della sua singolare geometria? Al centro si trova il Mont Brouilly, un rilievo vulcanico che domina il paesaggio circostante. Il nome stesso sembra raccontare la sua natura. Brouillard significa nebbia, e la vetta è tradizionalmente associata alle foschie che spesso la avvolgono. Il paradosso più curioso risiede nel fatto che il monte, pur essendo il fulcro paesaggistico e geologico del territorio, non rientra nella denominazione. Il cru Brouilly si sviluppa infatti alla sua base disegnando un anello, una corona vitata che lo abbraccia. La forma circolare si traduce in una straordinaria eterogeneità pedologica. Girando attorno al rilievo si avvicendano argille, vene calcaree, memorie vulcaniche e, nei settori meridionali e occidentali, il granito. A differenza di aree più impervie, Brouilly accoglie ampie zone pianeggianti e facilmente coltivabili, un territorio generoso, produttivo, storicamente incline a una coltivazione di ampio respiro.
Con circa 1300 ettari vitati, Brouilly è il cru più esteso, baluardo della grande distribuzione e vino dal profilo squisitamente popolare, dai prezzi accessibili, ma anche dalle alterne fortune qualitative. Esiste infatti un divario tra le produzioni seriali e quelle firmate da piccoli artigiani, capaci di farsi interpreti illuminati del luogo.
«Brouilly possiede una fisionomia precisa. La sua parola chiave è una sola: frutto. Un grande Brouilly deve avere prima di tutto un frutto nitido. Il suo fascino sta nella trasparenza aromatica. Il frutto deve essere definito; succoso; luminoso; immediatamente riconoscibile. È questa integrità che rappresenta la vera firma del cru».
Quando Brouilly è grande, il Gamay mostra un nitore quasi disarmante. È un vino che sembra semplice, ma proprio nella semplicità trova la sua enigmaticità. Il vino scelto, firmato da Georges Descombes, proviene da circa 3,5 ettari di vecchie vigne, in parte settantenni e in larga maggioranza ultracentenarie, un patrimonio vegetale che dona concentrazione naturale e profondità senza alterare la spontaneità del cru.
Luminoso, brillante, si apre nel segno del candore. Il frutto è nitido, succoso, fragrante, privo di qualsiasi sovrastruttura, accompagnato da delicate sfumature floreali. Nessuna nota legnosa evidente, nessuna pesantezza. È un vino di grande linearità. Sorprende il sorso che, se pur giovane, già possiede una trama più profonda delle attese. La struttura è elegante, il tannino fine, la persistenza lunga a lasciar intuire una evoluzione di indubbio fascino.
Côte-de-Brouilly Cuvée Zaccharie 2023 – Château Thivin (Claude-Édouard Geoffray)
100% gamay – Fermentazione spontanea in legno, 15 giorni di macerazione, 30% grappoli interi, malolattica e 9 mesi in barrique (10% nuove)
Se Brouilly rappresenta la dimensione più ampia, generosa e immediata del Beaujolais, la Côte de Brouilly è la sua versione più verticale, complessa e sorprendente. Qui le vigne si radicano sulle alture del Mont Brouilly, che svetta fino a circa 404 metri di altitudine, innalzandosi di oltre duecento metri rispetto alla pianura circostante. È un punto di riferimento geografico e visivo, talmente dominante che in alcune giornate di vento si staglia come una sorta di “isola” nel paesaggio del Beaujolais. Ma, soprattutto, è un vulcano, e la Côte de Brouilly ne custodisce il suo nucleo geologico.
Qui spicca la cosiddetta pierre bleue, una metadiorite dalle sfumature verde petrolio venata di quarzo; è la pietra più dura che esista in Francia, tanto da richiedere talvolta interventi di scasso con esplosivi per essere lavorata. Un suolo difficile, quasi ostile e proprio per questo straordinariamente identitario.
Rispetto a Brouilly lo scarto di spessore espressivo è evidente: più precisione, più profondità, più tensione minerale, tanto da poter essere definito come il vertice qualitativo del sud del Beaujolais.
Château Thivin è uno dei nomi storici della denominazione, una realtà fondamentale per comprendere l’essenza della Côte de Brouilly contemporanea. La Cuvée Zaccharie nasce da una selezione di parcelle, tra cui La Chapelle e Godefroy, vinificate separatamente per preservarne le diverse sfumature. Il legno accompagna il vino con discrezione, sostenendone la struttura senza alterare la lettura del luogo. Il bouquet si apre su note tra il glicine e l’inchiostro, pulizia assoluta e nitore. Bellissimo il frutto, magistralmente preservato da derive surmature o da eccessi di concentrazione estrattiva. «Eleganza pura anche nel peso». Straordinario all'assaggio, è ampio e la progressione si sviluppa in ogni direzione; si dilata sul palato, sostenuto da una freschezza vibrante e da un'acidità che stimola continuamente la salivazione; quindi, si distende in profondità e in lunghezza. La componente minerale emerge con forza, quasi rocciosa, conferendo al sorso una trama compatta e una notevole ricchezza gustativa, che rimane ben percepibile anche al centro bocca. È un vino di dirompente energia, capace di orchestrare materia, tensione e precisione con straordinaria naturalezza.
Per leggere la prima parte del racconto, Clicca qui