La terra ha voce

La terra ha voce

24 ottobre 2013 - scritto da Gabriele Merlo in Degustando

Cosa significa realmente la parola Terroir e che concetto vuole esprimere? Con questa domanda si apre il secondo dei tre incontri in cui il giornalista Armando Castagno ha voluto esporre la sua opinione e chiarire dubbi e perplessità riguardanti gli argomenti di maggior interesse del mondo del vino.

Il concetto di Terroir secondo Armando CastagnoTerroir, la cui traduzione dal francese è pressoché impossibile, può significare tutto o niente; un termine che spesso produttori, enologi ed anche sommelier utilizzano a sproposito, non sapendo realmente ciò che vuole indicare o cavalcando l’onda modaiola che s’ispira ai grandi vini francesi, senza avere alcuna relazione con tale concetto.

Per capire meglio, partiamo da ciò che non è il terroir, ossia l’opera dell’uomo: quando si decide d’intervenire più o meno radicalmente su di una vigna o su un vino, allora non si ha più l’espressione del terroir ma della volontà umana. L’enologo deve essere semplicemente un dottore pronto a curare il più naturalmente possibile i propri pazienti e non un deus ex machina animato dal vano tentativo di creare il “vino perfetto”.

Il terroir è semplicemente la “Natura”, quel meraviglioso microcosmo che si crea quando viene messo a dimora un vigneto, l’interazione tra il potenziale varietale di una vigna ed il suolo da cui estrae il suo nutrimento, l’aria che con le sue correnti può modificare il microclima all’interno di esso, l’acqua, il fertilizzante naturale, il clima che determina la crescita della pianta e la maturazione delle uve, l’humus e la microfauna presenti all’interno del vigneto, il portainnestoossia il punto di contatto tra pianta e suolo.  Un semplice esempio di tutte queste interazioni può essere fornito dalla Strada di Sesta, a Montalcino; percorretela da Sant’Angelo in Colle a Sant’Antimo, osservando gli splendidi panorami mentre assaggiate i vini delle diverse aziende qui presenti; le vinificazioni e il territorio sono gli stessi e se troverete delle differenze, avrete capito cos’è il terroir.

Ed ora prepariamoci per un entusiasmante viaggio enologico attraverso il nostro Paese, in lungo e in largo, alla ricerca di vini paradigma del territorio in cui sono prodotti, in cui le caratteristiche di un luogo sono ben distinguibili all’interno del calice. Luoghi unici, come ce ne sono tanti in Italia, che spesso vengono dimenticati e solo grazie alla passione di grandi uomini ritornano alla vita.

Isola di Ponza

La piccola isola vicina al litorale laziale, stupendo gioiello nato da un vulcano incastonato nel blu del profondo Mare Nostrum, è una celebre meta turistica, ma dal Duemila è anche sede di un progetto di riadattamento di  vigneti centenari a Punta Fieno. E’ con queste uve, maturate su impervi dirupi a picco sul mare, che viene prodotto il Biancolella di Ponza 2011 dalle Antiche Cantine Migliaccio. Un vino terra marique, espressione sia delle profondità della terra, attraverso sentori minerali gessosi e tufacei, che del mare; l’olfatto viene colpito da note salmastre di alghe, conchiglie, spuma di mare.  

Tufo, provincia di Avellino

Il territorio di Tufo è una grande miniera di zolfo, sormontata da vigneti le cui radici sprofondano letteralmente nella pietra gialla. Qui la lavorazione del terreno risulta difficile principalmente per la sua tipologia: rocce durissime che emanano profumi non certo “paradisiaci”, effluvi particolari che si riscontrano anche nei vini di Tufo. Il Greco di Tufo 2009 di Cantine dell’Angelo ha un profumo  termale, una mineralità sulfurea prorompente che si riscontra anche in bocca con una salivazione, per così dire, salina. Una spremuta di zolfo, un vino che esprime ogni sfaccettatura del territorio in cui nasce.   

Campi Flegrei, Pozzuoli

Pozzuoli, periferia di Napoli, un paese “difficile” noto alle cronache non certo per la produzione di vino; eppure qui il vino si fa e anche sorprendentemente bene. Pozzuoli si trova a pochi chilometri dai celebri Campi Flegrei, l’antica “porta degli Inferi”, territorio dominato da vulcani attivi, solfatare, eruzioni di gas. Caratteristiche estreme che si possono cogliere nel Campi Flegrei Piedirosso 2010 Contrada Salandra; le vigne sono coltivate a picco sulla città, i terreni composti da sabbie vulcaniche, tufo e piroclasti donano al vino ottenuto con quest’uva autoctona un’identità vulcanica: sprigiona sentori di cenere e carbone uniti a note ferruginose, di sangue e tintura di iodio e ad un dolce profumo di petali di rose rosse. Un Piedirosso “infernale” in cui il varietale del vitigno è esaltato dal terroir che lo circonda, in un connubio “esplosivo”!

Lamole, Chianti Classico

Il quarto vino ci conduce nel  Chianti Classico, precisamente a Lamole. In questa piccola frazione di Greve in Chianti il sangiovese grosso assume un carattere peculiare. I vitigni sono coltivati a 600 metri di altitudine, nel classico terreno composto da galestro ed alberese, ma quello che rende particolare il Chianti di Lamole sono gli iris o giaggioli. Incantevoli prati di questo profumatissimo fiore ricoprono da secoli l’altopiano di Lamole, influenzando la natura circostante. IlChianti Classico Lamole 2010 I Fabbri profuma di fiori dolci, iris, violetta, gelatina di frutta in cui subentrano profumi di sottobosco e balsamici. Fiori, boschi, ulivi, erbe selvatiche, la natura che prende forma nel vino; succede a Lamole, nel cuore della Toscana.

Gattinara, nord Piemonte

Il Monte Rosa si staglia maestoso e abbraccia vigorosamente i vigneti di Gattinara. In questa terra, dimenticata per anni, il nebbiolo, denominato spanna, cresce letteralmente nella roccia, un durissimo porfido rosa ferrettizzato in cui è quasi totalmente assente lo strato di humus. Tre ragazzi hanno deciso di recuperare alcuni vigneti abbandonati ed hanno dato vita al Gattinara Riserva Vigneto Galizya 2007 Il Chiosso, sfoggio di cultura enoica in cui emerge prepotentemente la mineralità del Monte Rosa: ruggine, metallo e sangue uniti ad erbe officinali, rabarbaro e una dolce fragolina di bosco.

Vigna Cannubi, Barolo

Dici Cannubi e dici Barolo, nessun altro cru di questa zona è radicato così prepotentemente nella cultura enologica e storica. Cannubi è una collina bassa ma svettante con andamento serpeggiante, composta interamente dal minerale denominato marne di Sant’Agata fossili. I grappoli di nebbiolo che sovrastano questa collina maturano prima degli altri e danno vini di un buon tenore alcolico. La casetta della famiglia Burlotto si trova da secoli ai piedi di questa collina e già nel 1752 il Comm. G.B. Burlotto possedeva vigne a Cannubi. Oggi la cantina non è più lì e il vino è prodotto dai nipoti di questa storica figura langarola, ma il Barolo Cannubi 2005 del Comm. G.B. Burlotto riesce comunque a meravigliare: viola, liquirizia, ciliegia sotto spirito, erba medica; è dotato di lunghezza e grazia, termina con note empireumatiche di brace e catrame.

Costa Jonica Pugliese, provincia di Taranto

Piccoli vigneti ad alberello di 40 anni spuntano da dune ricoperte di macchia mediterranea a poche centinaia di metri da un mare blu profondo. L’uva è il negroamaro, capace di raccogliere gli umori del territorio e sprigionarli in un bicchiere vino. Il territorio è l’assolata e selvaggia costa jonica della Puglia. Il vino è il negroamaro Jo 2010 di Gianfranco Fino; esplode al naso con visciola matura, cuoio, ruta e rabarbaro, sansa d’oliva e pomodori secchi per terminare con sentori marini e iodati. Un vino definito da Armando il racconto liquido della solarità del Sud Italia.

Forse manca un ultimo termine, per definire il concetto di terroir, il ricordo. Ogni volta che, facendo una gita o una vacanza, ho visitato delle cantine e dei produttori, mi è poi capitato di assaggiare i loro vini; ebbene, i profumi e i sapori si sono legati indissolubilmente nella mia memoria ai ricordi del viaggio, alle immagini delle colline, dei vigneti, dei visi degli uomini che hanno prodotto questi vini, e ritornano alla mente ogni qualvolta ho occasione di riassaggiarli, creando, per così dire, un terroir della memoria.

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