L'incontro con Paolo Massone - Prima Parte

L'incontro con Paolo Massone - Prima Parte

22 novembre 2012 - scritto da Gabriella Grassullo e Ezio Gallesi in Interviste e protagonisti

Una lunga ed approfondita intervista con Paolo Massone, Presidente del Consorzio Tutela Oltrepò Pavese. In questa prima parte le sue origini, il ruolo della Cantine Sociali, la promozione del territorio e il punto della situazione del progetto Cruasé

Paolo MassonePresidente del Consorzio Oltrepò Pavese al secondo mandato, incontriamo Paolo Massone presso la sua azienda vinicola Bellaria. Siamo a Mairano, piccola frazione di Casteggio; un luogo di fascino dove la natura ci dona sfilate gratuite di stagione, in attesa delle novità invernali color ghiaccio; la nostra chiacchierata si è svolta all’aperto, in una giornata d’autunno soleggiata, in cui il foliage ci trasmette una tavolozza di colori che vanno dal dorato all’ocra, dalla ruggine al bordeaux e al rossastro. Immersi nell’armonia delle colline, il ” Vigneto” diventa il fattore più importante, così come il “Vino” è lo specchio di chi lo produce. Con questa filosofia Massone conduce la propria azienda con passione e rispetto per la natura, fino a poco tempo fa insieme al padre Elio. E soprattutto, come ci dice, dopo aver ascoltato il Prof. Roberto Zironi, docente in Enologia all’Università di Udine, si è orientato più alla naturalità dei suoi prodotti, limitando al minimo, e solo se necessario, l’uso di sostanze esterne al vigneto.

Quali sono le sue radici etico-culturali?

Le radici storico territoriali sono molto antiche; nell’archivio della Chiesa di Mairano ci sono documenti che parlano dei Massone fin dal 1650. Siamo, quindi, una famiglia residente in questa frazione da lungo tempo. Le radici culturali vengono da una tradizione contadina, tramandataci dal trisnonno Davide. Da una ricerca effettuata insieme alla sorella di papà siamo venuti a conoscenza dell’esistenza di un’aziendina agricola, da lui condotta; chiaramente il lavoro dell’agricoltore era promiscuo, la viticoltura non era specializzata, si produceva grano, fieno e si conduceva un minimo di allevamento, usando gli animali anche per lavoro. Insomma, la storia della nostra famiglia è essenzialmente agricola.

L’eredità più importante che le ha trasmesso la sua famiglia?

Un’eredità che mi ha avvicinato molto alla natura e a tutti i prodotti genuini che essa offre legati all’alimentazione. Sono arrivato a 51 anni e da qualche anno mi guardo indietro; ho la visone di mio nonno che con amore si preparava due uova fritte, con una cultura che è passata. Vorrei che ritornasse di nuovo un po’ tutto ciò: il legame con i prodotti primari, con la farina, le uova, il sale, come una volta. Ricordo che mio nonno non usava il sale fino per salare il bollito, rompeva quello grosso, perché era una cosa diversa, mi manca un po’ questa cultura. Li cito una frase di J.M. Keynes: la difficoltà non sta nel credere nelle idee nuove, ma fuggire dalle vecchie Non mi sta bene né l’una, né l’altra. Non voglio fuggire dalle vecchie, anzi, vorrei ripercorrerle ma in modo rivisitato: mentre delle idee nuove ho un certo timore. Mi sembra che ci sia un grosso desiderio di ritornare alle tradizioni e alle cose vere. Certo, se le idee nuove sono legate alle tradizioni non mi spaventano.

È la prima volta che un viticoltore viene eletto come Presidente del Consorzio Oltrepò Pavese. Una scelta mirata?

Non lo so, ma spero di non essere stato eletto solo perché viticoltore, ma anche in quanto persona, con caratteristiche rivolte alla gestione ed all’impegno per cercare di risolvere i problemi di un territorio che presenta, rispetto ad altre realtà, più difficoltà, legate certamente oltre che alla sua storia e sviluppo, anche alla cultura. Gli associati mi dicono: siamo contenti che ci sia lei perché è una persona con la “pelle al sole”, e non direttori di banche a decidere dell’andamento di un’azienda. Sostengono che se il Consorzio sbaglia nelle scelte di produzione, “sbaglio anch’io per la mia azienda” non conferendo il giusto valore al territorio.

Produttore e Presidente insieme. Riesce a coniugare i due ruoli?

Sì, diciamo che ho tolto qualcosina all’azienda, sia dal punto di vista temporale ma soprattutto dal punto di vista mentale; i pensieri, i progetti…, per esempio se il Consorzio, così come ha fatto, ha pensato di fare una manifestazione importante come il Pavia Wine è chiaro che ha comportato da parte mia un notevole impegno nell’organizzazione, togliendo parte delle risorse destinate alla mia attività principale.

L’O.P. presenta su un vasto territorio viticolo una forte differenziazione delle cantine sociali: le cooperative possono, per le loro dimensioni, svolgere un ruolo di sviluppo più incisivo?

Devono! Assolutamente. Ed in parte lo stanno facendo, anche se non c’è un progetto comune e questo non so se è un bene o un male. Ognuno ragiona con la propria testa: per esempio il Direttore di Torrevilla non la pensa come il direttore di Terre d’Oltrepò e tutti e due non la vedono, a loro volta, come il Direttore della Cantina La Versa o quella di Canneto. La cantina Torrevilla ha puntato tutto sull’imbottigliamento, perché ritiene che portare al di fuori dell’Oltrepò il nome del territorio sia importante. Non dico che lo faccia a qualsiasi costo, ma quasi: nel senso che in questo modo si cavalca il medio, l’alto e il basso. La cantina Terre di Oltrepò, invece, per le dimensioni (500.000 quintali di prodotto) e per la cultura di chi la sta amministrando, evita di andare a cavalcare il “troppo basso” per poter far fronte a tutti questi quintali, lo lascia fare agli imbottigliatori, che probabilmente hanno più esperienza, ponendo comunque attenzione alla qualità e anche a progetti edonistici: per esempio il “Cruasè”, con discreti numeri, poiché cantina attenta al territorio e ai progetti di qualità, che segue e finanzia. La cantina La Versa è il marchio più bello che abbiamo: il direttore è orientato a produzioni di qualità. L’andamento dei mercati oggi è quello che è, la crisi la conosciamo tutti, e chi sta facendo prodotti edonistici sta soffrendo di più rispetto a chi produce media/bassa qualità. Quello che vorrei come Consorzio è cercare di unire, perché c’è disgregazione fra i piccoli/medi produttori, le Cantine Cooperative e i grossi “marchi”, i quali pensano che ci debbano essere due strade, mentre a mio giudizio, come in tutte le zone di produzione, la strada è unica. Poi è chiaro che la piccola azienda cavalcherà il lato più edonistico/qualitativo, mentre la grande azienda dovrà far fronte alla vendita di più prodotti, ma non succede solo in Oltrepò, succede un po’ ovunque. Ma il progetto, ripeto, deve essere unico per tutti, altrimenti facciamo ancora più confusione di quella che già c’è.

Paolo MassoneÈ certamente fondamentale per la promozione del vino un’azione di sinergia nel territorio: quali sono le iniziative previste che secondo lei dovrebbero prevedere l’interessamento di tutto il territorio e di tutte le produzioni della provincia di Pavia?

Le iniziative devono contemplare tutto, anche quello che si muove a livello turistico, perché se ci muoviamo tutti insieme, non a comparti stagni, come, per esempio, il Consorzio del Salame di Varzi e le Cantine cooperative, non daremmo un immagine stupida all’esterno, dimostrandoci poco intelligenti. Muovere, invece, un territorio, con i suoi alti e bassi, con un solo progetto, consentirebbe di fare più chiarezza, cosa che da noi si aspettano, perché il territorio è meraviglioso, soprattutto in questa stagione autunnale. Se si percorre la strada dell’alto Appennino, fino al Penice, vedrete colori e paesaggi stupendi che questo nostro territorio sa regalare: lungo i percorsi ci sono le cantine, i produttori di salumi e di miele, può esserci la cantina cooperativa che produce vini medi-medio/alti, ma anche la piccola azienda che propone un prodotto eccezionale con piccoli volumi, “vino da vigna-cru”. Ecco, lì c’è tutto. Ma l’ideale sarebbe camminare insieme, questo è l’obiettivo. Perché se riusciamo a presentare un territorio compatto, vinciamo! Altrimenti no.

Il Cruasè è indubbiamente una buona carta da giocare per l'Oltrepò Pavese: le differenti caratteristiche degli spumanti prodotti possono essere uno stimolo o un freno alla diffusione del prodotto?

Questa è una domanda che viene posta all’Oltrepò e che, invece, non credo venga fatta, per esempio alla Champagne. Sarebbe come chiedere: “Ma come mai questo Champagne è secco, ha una grande acidità, mentre questo è più morbido? Questo è più paglierino, quell’altro è più scarico di colore?”. Insomma, non accetterebbero questo tipo di domande. L’Oltrepò è ancora una cenerentola: penso sia anche per questo che sorgono certi quesiti che a mio giudizio dovrebbero essere evitati. Io credo molto nella biodiversità, soprattutto guardando ai particolari delle piccole cantine: quindi, per me, non è un prodotto industriale, non è candeggina, è un prodotto cha ha delle grosse differenze in ognuno dei suoi interpreti. Potrei eventualmente capire un minimo di uniformità nel tipo di rosè per dare una caratteristica più omogenea, però è l’unica aspetto. A mio giudizio, poi, ognuno di noi produttori si deve distinguere con un proprio stile: qualcuno adotterà macerazioni di 5 giorni, altri di 24 ore, oppure di una settimana, ma ogni azienda ha le sue peculiarità e personalizza il proprio prodotto come crede.

Allo stato attuale del progetto Cruasè, quante sono le aziende che producono con questo marchio e quante bottiglie vengono immesse sul mercato?

Le richieste di adesione al progetto, ad oggi, sono 48: c’è un grande stimolo e a me piace tantissimo. È il primo prodotto senza il nome del vitigno ed è possibile produrlo in tutto l’Oltrepò. Non è, per esempio, come un rosso importante che nasce più in “prima fascia collinare”: sarebbe, infatti, problematico produrlo a 600 metri. Il Cruasè deve avere delle caratteristiche diverse; a Casteggio il Pinot Nero non sarà mai come quello di Ruino, sono due vini completamente diversi. Allora il produttore di Ruino farà un Cruasè probabilmente più fresco e un po’ più elegante, più acido, mentre a Casteggio ci sarà un Cruasè più grasso, più importante, più longevo perché il Pinot Nero rende in modo diverso. Adesso non c’è un grandissimo entusiasmo dal punto di vista delle vendite; pensate che noi stiamo puntando su un prodotto in una situazione di crisi generale; ed io, in veste di produttore e non solo come Presidente del Consorzio, vedo come vanno le vendite, tutto quello che ci stiamo perdendo, soprattutto le bottiglie edonistiche, quelle di qualità. Purtroppo le persone hanno meno disponibilità economiche. Il progetto Cruasè è un metodo classico, con dei costi di rilievo, quindi esistono sicuramente più problemi: sarebbe stato diverso, invece, se avessimo puntato su un metodo charmat da 3 euro a bottiglia.

Come pubblicità, secondo lei, è stato fatto abbastanza per promuovere il marchio Cruasè?

Non abbastanza, ma qualcosa abbiamo fatto. Devo dire che per tutto lo scorso anno ho continuato a parlare quasi esclusivamente di Cruasè e per questo sono stato un po’ bacchettato in tavolo di Consiglio. Abbiamo fatto qualche pagina pubblicitaria, di cronaca, sul Corriere della sera, sul Giorno, usando qualche canale mediatico. In più, quando ci hanno invitato in Rai alla trasmissione “Occhio alla spesa”, anche se il tema era sui vini rossi frizzanti, abbiamo introdotto il Cruasè. Io cerco di parlarne il più possibile: è chiaro che si può fare di più, però, ripeto, non è facile, non abbiamo mezzi per poter invadere il mercato, sia dal punto di vista del denaro che dal numero delle bottiglie. Se ci dovesse essere un minimo di ripresa generale nel Paese, questo, secondo me, ci metterebbe in difficoltà, perché abbiamo circa un milione di bottiglie in catasta, non grandissimi numeri quindi.

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