Da Gallarate a Monsanto: quasi un destino

Da Gallarate a Monsanto: quasi un destino

La Verticale
di Armando Castagno
04 novembre 2018

La nascita di un grande nome di riferimento del panorama vitivinicolo italiano e di un vino, il Nemo, Cabernet di autentico respiro chiantigiano

Pubblicato su Viniplus di Lombardia - N°15 Settembre 2018

Con questo numero di Viniplus, inauguriamo una nuova rubrica. Gli ingredienti sono quelli di sempre: territori, storie, persone, sogni, progetti, vini. Ma con una chiave di lettura particolare: dopo aver indagato in verticale un buon numero di vini di Lombardia, ci dedicheremo all’analisi di bianchi e rossi prodotti in altre regioni d’Italia da “figli della Lombardia”. Il primo della serie è un mito vivente: Fabrizio Bianchi, unanimemente considerato un protagonista della stagione del “Rinascimento” del vino italiano, grazie a quanto di straordinario progettato e realizzato al Castello di Monsanto, in comune di Barberino Val d’Elsa, in uno dei luoghi più belli del Chianti Classico. Seguiamo insieme questo suo racconto, regalatoci all’inizio del mese di agosto del suo ottantesimo anno di età in impeccabile accento milanese. A proposito: auguri di cuore.

Fabrizio BianchiLEI È LOMBARDO DI NASCITA.

«Sì. Sono nato a Gallarate nel 1938 da padre toscano e madre di sangue tosco-piemontese, che erano passati in Lombardia per esigenze familiari. Ho fatto tutte le mie scuole lì, poi sono andato alla Cattolica a Milano per frequentare Scienze Economiche. Nel 1946, mio padre Aldo Bianchi lasciò l’impiego per avviare una sua piccola azienda tessile, e io lasciai l’Università dopo due anni per lavorare con lui. A Gallarate, trent’anni prima, era nato e si era sviluppato un centro tessile e ricamiero di prim’ordine, inizialmente con capitale svizzero. Era un polo all’avanguardia: ricordo che si usavano delle macchine da cucire gigantesche, lunghe anche più di quindici metri, che sfornavano tessuti e sete ricamate di elevata qualità, che le grandi case internazionali di moda cercavano e pagavano bene».

E IL VINO?

«Io passavo da piccolo le vacanze dagli zii, vicino Tortona, dietro la città di Gavi. Mio nonno aveva fatto lì una vigna coi soldi della famiglia e di uno zio monsignore: io partecipavo alla pigiatura dell’uva sin dall’età di quattro anni, coi miei cugini. Ci divertivamo come matti, e da lì penso mi siano nati la passione e l’amore per il vino e il suo mondo. Per l’agricoltura tutta, direi. Poi le esigenze dello studio mi impedirono di continuare questa specie di rito, e ricordo che già nei miei anni di scuole medie non partecipavo più alle vendemmie».

TORNIAMO AI SUOI VENT’ANNI.

«Come detto, lasciai la Cattolica e saltai sul treno del tessile, per così dire; mi impegnai da lì in avanti nell’azienda di mio padre. Ci rimasi per qualche tempo, fino al 1960, cioè all’altezza dei miei 22 anni. L’attività andava alla grande e faceva dei buoni utili, così mio padre decise di investirli in qualcos’altro, e pensò al settore agricolo».

E ANDASTE A CERCARE IN CHIANTI.

«No. Andammo a cercare in Sardegna».

IN SARDEGNA?

«Vicino Carloforte, a Calasetta. Avevamo dei parenti lì. C’erano queste vecchie vigne di Carignano, e c’era una cantina locale, una cosa enorme da 50 mila ettolitri, che lo produceva: papà pensò inizialmente di rilevarla, ma poi cambiò idea, credo per la posizione dell’azienda praticamente sulle scogliere. Si limitò a comprare un ettaro di terreno edificabile per farci un villino, che poi non abbiamo mai costruito: tuttora non abbiamo che questo terreno, lì. Senza villino».

E IN TOSCANA COME CI SIETE FINITI?

«Ci finirono i miei, non io. Fu in occasione di un viaggio di qualche giorno in occasione di un matrimonio di cugini a Poggibonsi, poco tempo dopo. Grazie alla curiosità di mia madre, mi raccontarono, si parlò di agricoltura; le mostrarono un podere fuori Poggibonsi che era in vendita a prezzo basso – quattro milioni e mezzo di lire - da parte di due anziani. Era il periodo dello spopolamento di quelle campagne: la fine della mezzadria induceva i contadini ad andare a lavorare in fabbrica, e non lontano da lì si andava sviluppando un polo industriale importante: Poggibonsi stessa, Certaldo, Colle di Val d’Elsa. Nel podere c’erano una casa colonica, dieci ettari di terreno con qualche vite e qualche ulivo, e del promiscuo; e poi c’erano tre vacche e due scrofe. Che fossero dieci ettari ci rendemmo conto solo in un secondo tempo, misurandoli: all’atto della vendita ce ne avrebbero calcolati e fatti pagare otto e mezzo! Mia madre e mio padre comprarono così il podere senza chiedermi nulla; io non avevo nemmeno idea di dove fosse Poggibonsi. Della Toscana conoscevo solo San Gimignano, dove avevamo dei parenti, e Livorno, dove era nato mio padre; e per la verità non avevo un’idea precisa nemmeno di come funzionasse la mezzadria. Mi avvidi presto, però, che il podere era troppo piccolo per metterci un fattore a lavorare, perché sarebbe costato più di quanto avrebbe potuto rendere la fattoria».

QUINDI ANDARONO GIÙ I SUOI?

«No. Mio padre non ne volle mai sapere: diceva che aveva fatto tutto mia madre. Del resto lui era livornese, era rimasto a Livorno fino ai 14 anni di età, e la terra non lo attirava affatto. Al contrario di mamma, che era invece nata a Novi Ligure da famiglia in parte toscana, e nell’agricoltura era sempre vissuta. Fatto sta che per prima cosa vendettero le vacche e le scrofe coi maialini: ci recuperarono qualcosa come due milioni e mezzo (ride). Io parlai con mia madre di quel podere, e convenimmo che la via più semplice per iniziare fosse tornare alla pastorizia: comprammo cento pecore e assumemmo un pastore grossetano, il quale non aveva alcuna voglia di far fare loro il formaggio, come noi gli avevamo chiesto, ma in compenso in capo a un anno e mezzo le pecore erano diventate duecento».

Sabbia e galestro, due elementi che caratterizzano la composizione dei terreni della vigna Il MulinoNON SI TRATTAVA DEL CASTELLO DI MONSANTO.

«Di una parte. Il resto arrivò l’anno dopo, grazie all’informazione che ci fornì uno zio. Sapemmo da lui che c’era la possibilità di prendere una fattoria di proprietà della Chiesa, di un monastero di suore per la precisione, che confinava con il “poderino” di cui sopra. Lo andammo a vedere: era stupendo, ma inutilmente in vendita da due anni. Visitammo la casa, salimmo alla terrazza, e restammo interdetti davanti all’incredibile panorama: si vedevano distintamente le torri di San Gimignano. Questo, credo, bastò a convincere mio padre a comprare la fattoria: la casa e il panorama della Val d’Elsa, più che la possibilità di una fiorente attività agricola. Mia madre beveva poco, ma io penso avesse un palato eccezionale per il vino. Assaggiò il rosso prodotto in questi poderi dai mezzadri, e si accorse che lì veniva fuori un prodotto diverso dal consueto, qualcosa di strutturato, profondo e austero, mai pronto da giovane: da buona piemontese, considerò positiva quell’attitudine. Il resto è storia credo nota. Con la vendemmia 1962 iniziammo a produrre da solo il Chianti Classico del Vigneto Il Poggio, e dal 1964 mettemmo a dimora vigneti in tutti questi luoghi dalla vocazione particolare, puntando a produrre dei vini che l’assecondassero».

SI OCCUPÒ LEI DI SEGUIRE QUESTA NUOVA INTRAPRESA?

«Per forza. Solo che era davvero scomodo. La superstrada Firenze-Siena venne ultimata solo nel 1966, quindi io facevo su e giù da Gallarate e nell’ultimo tratto percorrevo la Cassia. Non si arrivava mai. Fino al 1992 ho seguito tutte e due le aziende, quella tessile – che c’è ancora e continua a fare qualità: di trecento aziende gallaratesi del settore che erano, ne saranno rimaste venti, ma una è la nostra – e quella viticola. Nel 1992 lasciai l’azienda tessile ai figli, e mi dedicai interamente al Castello di Monsanto, alle sue etichette che intanto si erano fatte onore: il Sangioveto dalla vigna di Scanni, nato nel 1974; il Chianti Classico dal vigneto Il Poggio (1962); e ancora il Chianti Classico annata e Riserva; lo Chardonnay che porta il mio nome da uve del primissimo “poderino”, quello delle pecore; il cabernet sauvignon che si chiama Nemo, e così via. Mi aiutò mia figlia Laura, che avrebbe inizialmente voluto fare l’avvocato, e che per quello ha studiato, ma che invece scelse intorno al 1989 di stare con me a Monsanto».

PER LA NOSTRA VERTICALE ABBIAMO SCELTO, PER L’APPUNTO, IL NEMO, IL CABERNET SAUVIGNON DI MONSANTO. COME NACQUE L’IDEA DI PRODURLO, E PERCHÉ? E CHE SIGNIFICA IL NOME?

«Parto dall’ultima domanda, quella sul nome. Feci assaggiare a Milano, nell’enoteca di Angelo Solci, le prime annate sperimentali del Cabernet a grandi assaggiatori: piacque a pochi; qualcuno lo stroncò. In diversi mi consigliarono di lasciar perdere. A me il vino piaceva un sacco, invece: Nemo sta quindi per nemo propheta in patria. Quanto all’idea della sua produzione, questa fu collocata alla metà degli anni Settanta, allorché cominciavano a far parlare di sé i primi esempi di cabernet di Toscana, come il Sassicaia e il Tignanello. L’attenzione del mercato internazionale si andava svegliando su questa tipologia, e io pensai di tentare. Scelsi il vigneto detto Il Mulino – che c’era davvero: un corso d’acqua ne muoveva le pale – e nel 1976 vi piantai il cabernet sauvignon. La prima annata del Nemo fu la 1982».

COME VIENE REALIZZATO?

«Il Nemo è un single vineyard, come detto. All’inizio e per molti anni il vino si chiamava, per la precisione “Nemo-Vigneto Il Mulino”, che è il nome catastale esatto dell’appezzamento, ma che non possiamo più scrivere in etichetta, perché vietato dalle norme sulle IGP. La vigna è a circa 260 metri di altitudine, e insiste su terreni vari, misti di elementi sabbiosi e di galestro; è un luogo perfetto per il cabernet sauvignon. L’uva di questa vigna mediamente viene raccolta ai primi di ottobre, stando attenti a evitare il calo dell’acidità negli acini, che può essere, e qualche volta è stato, repentino. Fermenta ormai da diversi anni in tini non cilindrici, ma troncoconici in acciaio, con déléstage; la macerazione dura circa 20 giorni; poi va in barrique, da sempre tutte nuove: ci rimane circa 18 mesi, poi segue un affinamento in bottiglia piuttosto lungo, di almeno altri due anni. In genere il Nemo esce prima dell’estate del quinto anno, insieme o poco dopo il Chianti Classico Il Poggio. Ne produciamo circa 10.000 bottiglie, poche considerando che il vigneto è tre ettari e mezzo di estensione; ma la resa si va contraendo ormai anno dopo anno, per l’età delle piante. Una parte, circa un ettaro, l’abbiamo già estirpata; stiamo per reimpiantarla il prossimo anno, sempre con il cabernet sauvignon». A seguire, le nostre impressioni di assaggio relative a tredici annate del Nemo, dalla 2013 appena entrata in commercio alla lontana – e straordinaria – 1988; le bottiglie provenivano dalla cantina storica del Castello di Monsanto. Il vino ci ha molto colpiti, sotto vari aspetti: è prima di tutto un prodotto di estrema finezza, sobrio come da tradizione e vocazione delle vigne e delle persone di Monsanto. Nessuna bottiglia presentava il minimo segno di ossidazione, mostrando anzi la difficoltà – passateci l’espressione – del tempo stesso a scalfirne la fisionomia. Lungi dall’appiattirsi sulle classiche note varietali del Cabernet, termine che spesso sottintende una maturazione incompleta delle uve, il Nemo sembra muoversi sul crinale tra un’anima a sangue freddo di matrice bordolese e una più emotiva di carattere chiantigiano. Non abbiamo invece rilevato elementi di carattere “californiano”, nonostante questo sia stato all’epoca in qualche modo cercato, o almeno tenuto in considerazione, stante la barocca avvenenza e la forza di seduzione delle bottiglie da Napa o da Sonoma che Fabrizio e gli amici d’allora erano soliti assaggiare, e spesso ammirare, a Milano. Ultima nota per il nome, che come da racconto di Fabrizio Bianchi non prende spunto dal pesce della Disney Pixar, ma dal proverbio latino “nemo propheta in patria”. A verticale ultimata, e una volta constatata la forza espressiva di questo rosso relativamente poco noto in Italia, riflettevamo che “Nemo” potrebbe a buon diritto riferirsi ad un altro detto latino, ciceroniano: “Nemo vir magnus sine aliquo adflatu divino umquam fuit”, cioè “nessun grande uomo c’è mai stato senza una qualche ispirazione divina”. Forse neanche alcun grande vino, a pensarci bene.

Nemo Castello di Monsanto | La verticale 2013-1988

2013

Inaugura la degustazione un vino magnifico, di media intensità al colore e con un naso splendidamente articolato ed elegante, del tutto esente da lasciti erbacei varietali e al contrario di compiuta maturità. Vi si inseguono rimandi alla ciliegia e al legno di rosa sul veemente vapore balsamico tra la menta, l’eucalipto e l’anice che fa da sfondo. Al sorso ha una signorile compostezza e una tattilità setosa; la sensazione generale di classe è rilanciata quando ci si rende conto della nonchalance con cui porge e dipana un volume estrattivo rilevante e una eccezionale varietà, fino alla raffinata uscita. Uno dei migliori Cabernet italiani, da un millesimo positivo; scontato prevedergli un futuro radioso, in continua evoluzione lungo un arco di tempo che potrebbe valicare i vent’anni.

2012

Laddove il 2013 esprime classe, il 2012 suggerisce profondità. A partire dal colore, più cupo e concentrato, questa edizione del Nemo rivela una maturità spinta delle uve, tradotta anche in una decisa traccia alcolica che si coglie nitidamente sin dal profumo. Descrittori utilizzabili: mirto, inchiostro di china, violetta, carbon dolce, timo, kirsch. Al sorso è vasto e potente, ricco di estratti e con un formidabile slancio sapido a chiudere. Rosso estroverso, interessante da raccontare sebbene episodico nella verticale dal punto di vista aromatico. Volendogli muovere un paio di piccole censure, difetta appena di dettaglio e articolazione, e il finale è un po’ asciugato dal lascito dei legni.

Nemo2010

Colore compatto ma dai chiari riflessi rubino. Il profumo ha definito carattere chiantigiano: rimandi di terra, tartufo nero, alloro e violetta contornano il nucleo fruttato di ciliegia matura; l’insieme denuncia una maturazione delle uve nulla meno che perfetta, e la sensazione è rilanciata dalla dinamica del sorso, tutto in finezza, vellutato nella tessitura, calibrato nel tannino e irrorato a metà dello sviluppo da una sferzata acida. Finale fruttato e con cenni di catrame caldo e tabacco; tenace persistenza “di gola”. È un vino ormai assestato, dopo un esordio che rammentiamo difficile, incordato e contratto; la forza d’urto del Cabernet è oggi ingentilita da elementi di matrice territoriale; ha almeno altri quindici anni di positiva evoluzione davanti a sé.

2007

Acceso di bagliori, che illuminano un manto nerastro. Il bouquet fa presagire la struttura del vino, la sua individualità: latitano elementi di freschezza, e al contrario si colgono insistiti accenti salini, iodati e minerali. Il frutto, maturo con giudizio, è meno esuberante di quanto non sia la nota eterea-alcolica, che tende a debordare con l’aumento di temperatura del vino: il mirto (liquore) prende il posto della macchia, il rosolio della rosa. All’assaggio c’è coordinazione, il tannino è saporito, la freschezza dimessa, la salinità arremba senza ostacoli; la foga alcolica finisce per dominare le sensazioni post-deglutizione, dedicate al diffondersi di un calore diffuso, piacevolmente rétro; rimane però la percezione di un rosso in qualche modo incompleto.

2006

C’è un tocco surmaturo nel profilo olfattivo di questa edizione: un tono appena “animale” che sfuma di rusticità un insieme scultoreo. Per il resto, il frutto è anch’esso scuro e dolce (prugna, uva di Corinto), e manca il dettaglio presente in altre annate della stessa decade. In bocca, tuttavia, si riscatta: la densità è al servizio di una dolcezza che coinvolge anche il tannino; la vampa alcolica dell’epilogo non inficia un profilo di una certa nitidezza. Strano vino, interlocutorio al naso ma ottimo da bere, in cui convivono l’indole rudemente muscolare dei 2006 di Toscana e un’anima più gentile e graduale. Difficile precisarne i limiti evolutivi, ma secondo noi è oggi – e per i prossimi cinque-sette anni – molto vicino al suo meglio. Trovandolo, non servitelo sopra i 18 gradi.

2004

Ha un colore irrealmente giovanile, ancora con riflessi rubino e persino un bagliore porpora. Al naso apre il vaso di Pandora, tra rimandi fruttati di cassis e visciola, floreali di rosa rossa, speziati di cannella, suggestioni mentolate e minerali in via di disvelamento in 20’ di bicchiere; quello cui si assiste è un suggestivo gioco di chiaroscuri. In bocca è un velluto: entra morbido e svolge poi il suo tema con la calma dei grandi, fino a un’uscita lunga ed espressiva. Il perfetto equilibrio tra tannino e freschezza qualifica il sapore almeno quanto la precisa citazione retrolfattiva degli aromi e il senso di spazialità che ne promana. Strepitoso parto di una vendemmia indimenticabile in zona, è ancora assai “indietro”, e può probabilmente tenere altri 15 anni almeno.

2001

Profilo magro ed essenziale, con un naso giocato soprattutto sulle varie declinazioni delregistro “minerale”, e con qualche elemento di evoluzione; il frutto è indistinto, e si affaccia con l’aerazione una componente erbacea, ma “secca”, simile all’odore della saggina, del fieno essiccato. Una bocca salatissima e rigorosa, anche per la forte corrente acida che la percorre e l’astringenza tannica, conferma l’impressione di un vino in cui il frutto, e in generale le componenti morbide, si è quasi eclissato, lasciando il “terzo tempo” della sua evoluzione nelle mani delle parti dure e scabre.

1999

Delle sette annate più giovani della verticale, è quella il cui bouquet ha più nitide componenti erbacee, più chiare timbriche boisé, e in assoluto la più verosimile citazione degli archetipi médocains; netti la grafite, il sottobosco, la soia e il legno di cedro, a far da sfondo a un quadro fruttato che ha ancora polpa e vitalità. L’assaggio lo ascrive al novero dei classici bordolesi italiani del 1999, rossi cioè dall’ardente prestanza alcolica e dallo sviluppo rarefatto, in debito di tensione, alle volte un po’ compiaciuto. Chiude su richiami di catrame caldo e caffè torrefatto, estendendo le sensazioni con una certa cautela. Non tra i più suggestivi della verticale per complessità, eppure lo riteniamo vino con qualche ulteriore margine di manovra dal lato evolutivo.

1997

Annata come noto generosa nella Toscana centrale, ma più irregolare di quanto sia stato raccontato, amatissima oltreoceano e detestata dai puristi di casa nostra. In realtà esistono bottiglie interessanti del 1997 in regione, e questa è una: la silhouette virile, severa, classica e grintosa degna di un Léoville-Barton si dipana tra cenni di ciliegia, fumo, eucalipto, liquirizia e terra umida, e rilancia la sua qualità al sorso, austero ma continuo. Lo sfoggio di classe e misura prosegue in un contesto di equilibrio generale: ne abbiamo ammirato la grana del tannino e la quieta rivelazione del sapore, fino a uno stupendo epilogo di impressionante energia sapida. Una gradita sorpresa, da bottiglia il cui tappo aveva tenuto in modo perfetto.

1995

Un rosso di solida tempra, cui il passare degli anni sta smussando spigoli che ricordiamo essere stati acuti, in gioventù. Bella e assai complessa la trama aromatica costruita in 23 anni, giocata tra cenni fruttati di ciliegia e persino mela rossa, spezie tostate, piretro, corteccia, tabacco biondo; e c’è ancora grinta da vendere all’assaggio, non esattamente accomodante per via del graffio acido e della stretta tannica sempre incisiva, ma ormai decisamente più facile da bere e da godere di qualche anno fa. Il finale, di nobile contegno, è lungo ed esteso. Grande bottiglia, che si può ancora tenere in cantina.

1993

Considerando la fama un po’ anodina del millesimo, la sorpresa della verticale. Ha un naso ormai interamente terziario, davvero affascinante, che spazia senza la minima deviazione ossidativa tra sensazioni ferruginose, di cuoio, spezie, bergamotto e rosmarino. La bocca è tonica, affilata, ben ritmata dal tannino un po’ austero e da una verace asprezza; il finale torna a proporre suggestioni minerali. Non è un’edizione delle più morbide, ma ha carisma e un bel tocco; pare all’apice.

1990

Annata leggendaria e quindi assaggio molto atteso; esito tuttavia non proprio eroico. C’è tanta morbidezza quanta se ne desidera nei toni dolcissimi e lattiginosi del profumo, esitante su richiami di frutta rossa in confettura e un che di speziato; manca un po’ di complessità. Sensualità e souplesse anche al sorso, privo di una vera e propria dinamica, e con la freschezza acida in posizione mimetizzata, periferica. Anziché allungare, il finale tende perciò a “sedersi”, indugiando su svenevoli dolcezze gliceriche ed estrattive; è talmente soave in fondo che sembra quasi (ma è sensazione ingannevole) avere ancora un lascito di zucchero residuo. L’uscita è invece nettamente la più amarostica del lotto.

1988

Capolavoro di proporzione e classe, dal colore vitalissimo e dal naso francamente ipnotico: pare un vino di quindici anni più giovane. Il cabernet sauvignon in vesti principesche: nel bellissimo bouquet, arduo da descrivere, si colgono una traccia floreale (rosa canina) e un vero talento per trasformarsi all’aria: ecco via via accenti di melagrana, finocchietto selvatico, calce, humus, tartufo nero, una punta di ruggine. La bocca è tuttora coesa, pura, né esile né robusta, assai più succosa e meno ruvida del previsto; l’epilogo regala un senso di dilatazione, di rarefazione, e sfuma con lentezza sciogliendosi nel sale. Una bottiglia di memorabile eleganza da un millesimo che ormai è pacifico vada annoverato nella regione tra i più grandi del ventesimo secolo.