Crus Artisans du Médoc. I piccoli châteaux bordolesi contro l’oblio

Crus Artisans du Médoc. I piccoli châteaux bordolesi contro l’oblio

Approfondimento Francia
di Samuel Cogliati
21 gennaio 2023

Dopo la rivoluzione (mancata) del 1848, Luigi-Napoleone era divenuto imperatore dei Francesi grazie a un colpo di mano che gli aveva consentito di tramutare la sua carica elettiva di presidente della Repubblica in un ruolo autoritario che lo elevava a tutti gli effetti a erede del celeberrimo zio.

Tratto da Viniplus di Lombardia - N° 23 Novembre 2022

Sotto la sua autocratica monarchia aveva visto la luce il Secondo impero, ventennio durante il quale la dinamica capitalistica inaugurata dalla Restaurazione assunse uno slancio decisivo, collocando la Francia tra le grandi potenze industriali del mondo. In quel contesto il vino assumeva in pieno un ruolo di primaria importanza per l’economia e trainante per l’immagine del Paese, identità che aveva abbozzato nei decenni precedenti. Su domanda di Napoleone III, il giovedì 5 aprile 1855 la Camera di commercio di Bordeaux richiese al Syndicat des courtiers1 locali di stilare una graduatoria ufficiale dei grandi châteaux viticoli del proprio territorio, innovativo strumento di marketing in vista dell’Esposizione universale in programma a Parigi a partire dal 15 maggio. Una manovra “dell’ultim’ora”, insomma, come evidentemente già a quel tempo accadeva per i grandi eventi internazionali (un’abitudine mai più persa, dalle olimpiadi di Roma del 1960 a quelle di Atene del 2004, fino all’expo milanese del 2015...). La classifica che, a tempo di record, i courtiers bordolesi fornirono a Napoleone III, divenne il leggendario dei cru del Médoc e del Sauternais, un palmarès quasi immutato da allora e tutt’oggi in vigore. Di quella classificazione gerarchica, suddivisa per i vini rossi in cinque classi di merito, facevano parte 88 châteaux, 60 dei quali ubicati nel Médoc.

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La replica degli esclusi
L’unico vino rosso prodotto fuori dal Médoc ma incluso nel classement del 1855 fu lo Château Haut-Brion, assurto a Premier cru classé per merito del suo iconico ruolo di precursore dell’identità vitivinicola bordolese moderna. Benché non facesse parte del territorio che a quel tempo rappresentava la crème del vino girondino, il suo primato rendeva inimmaginabile estrometterlo dalla graduatoria. Ma al di là delle esclusioni su base geografica – le Graves e Saint-Émilion si rifaranno solo un secolo più tardi, varando i loro classement tra il 1953 e il 1959 – all’interno dello stesso Médoc esistevano numerose realtà produttive di rilievo che non furono inserite nell’albo d’oro dell’esposizione universale. Esse non disponevano di mezzi atti a garantire una gestione viticola e una vinificazione d’eccellenza, indispensabili per raggiungere vertici qualitativi, come spesso invece potevano vantare i crus classés in mano alla nobiltà. Questi châteaux “minori”, di proprietà borghese, si distinguevano comunque dalla produzione ordinaria, e in alcuni casi potevano recriminare per la loro esclusione dall’élite di Bordeaux. Attorno ai nomi più altisonanti continuò dunque a gravitare un nutrito plotone di non eletti, che in alcuni casi si fregiavano, da decenni se non da secoli, della menzione ufficiosa Cru Bourgeois (“cru borghese”). I piccoli insediamenti abitativi rurali e l’attività degli châteaux più rinomati stimolavano inoltre il proliferare di una vivace comunità artigiana circostante, costituita da maniscalchi, fabbri, carpentieri, carrettieri, muratori, bottai, panettieri. Un tessuto popolare ma non proletario, composto di tanti piccoli lavoratori indipendenti che possedevano e coltivavano anche pochi appezzamenti di vigneto – talora scampoli di terroir di qualità – dislocati tra le vigne delle grandi tenute. Sono queste piccole aziende che, a partire da metà Ottocento, inizieranno ad assumere informalmente la dicitura Crus Artisans. Una denominazione che testimoniava la diretta implicazione del proprietario nella gestione della vigna e della cantina.

Traversie e cambio di passo novecenteschi
Il XX secolo non è favorevole alle piccole tenute. Gli strascichi dei flagelli fitosanitari ottocenteschi, le due guerre mondiali, le varie crisi economiche, la diffusione di mezzi e prodotti viticoli più sofisticati e costosi, le difficoltà successorie costringono diverse di esse a chiudere o le inducono a vendere le loro vigne ai facoltosi dirimpettai. La categoria artigiana quasi scompare. È solo il graduale ritorno del benessere economico, tra gli anni Settanta e Ottanta, a ridestare l’interesse e a riportare fiducia. I Crus Artisans rialzano così la testa e nel 1989 fondano il loro Syndicat, un consorzio di difesa e valorizzazione di questa tassonomia. Occorre qualche anno affinché l’Unione europea accolga il ripristino dell’antica dicitura e l’avalli nero su bianco. Poi nel 2006 la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale francese dell’elenco dei 44 châteaux appartenenti al classement, oggi ridotti a 36. La loro superficie consta in media di 10 ettari, ma spesso è anche più piccola. Proprio per questi motivi si ritiene in genere che i Crus Artisans incarnino il Médoc più autentico e verace, svincolato dalle logiche internazionali dell’élite girondina e attestato su fasce di prezzo nettamente più accessibili, talora addirittura convenienti. Come scrive l’insigne esperto di Bordeaux, Jacques Dupont, grazie agli artisans «scopriamo il Médoc nascosto, quello delle degustazioni in cucina, delle entrecôtes spesse ricoperte di scalogno, delle vecchie bottiglie dimenticate in fondo alle ceste, delle battute di pesca e dell’aiuto reciproco in caso di necessità».