La Valtellina e i suoi vitigni antichi

La Valtellina e i suoi vitigni antichi

Attualità
di Sara Missaglia
18 febbraio 2026

Quattro nuove cultivar, due in fase di completamento dell’iter, sono state iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite. Il ruolo della ricerca scientifica nella costruzione di una viticoltura di montagna resiliente.

La valorizzazione del germoplasma viticolo autoctono rappresenta oggi uno degli ambiti di ricerca più strategici per il futuro della viticoltura europea, in particolare nei territori di montagna. In un contesto segnato dall’accelerazione dei cambiamenti climatici, dalla progressiva omologazione varietale e dalla necessità di ridurre gli input agronomici, il recupero delle cultivar storiche non risponde a una logica nostalgica, ma si configura come una scelta scientificamente fondata, orientata all’adattamento, alla resilienza e alla qualità. 

La Valtellina costituisce, in questo senso, un caso di studio emblematico. La straordinaria complessità geomorfologica della valle, la varietà dei mesoclimi, la diversità pedologica e la lunga storia di scambi culturali e commerciali hanno favorito nel tempo l’accumulo e la conservazione di una biodiversità viticola senza eguali nell’arco alpino. È proprio all’interno di questo contesto che si colloca l’iscrizione al Registro Nazionale delle Varietà di Vite di quattro antiche cultivar valtellinesi: brugnola, chiavennasca bianca (biancaretia), bressana e negrera (grisera). Due, invece, sono in fase di registrazione, si chiamano rusul e rossolino rosa, risultato di un articolato percorso di ricerca e validazione scientifica.

Il ruolo della Fondazione Fojanini: conservazione, caratterizzazione, validazione

All’interno di questo contesto si inserisce il lavoro pluridecennale della Fondazione Fojanini di Studi Superiori di Sondrio, che ha operato all’intersezione tra ricerca applicata, conservazione del germoplasma e sperimentazione agronomica. Attraverso un sistematico lavoro di censimento dei vecchi vigneti, recupero di ceppi relitti e osservazioni pluriennali in campo, la Fondazione ha costruito una base conoscitiva indispensabile per il riconoscimento ufficiale delle cultivar. Così Sonia Mancini, coordinatore tecnico scientifico della Fondazione Fojanini: «Questi vitigni, giunti fino a noi da un passato remoto, sono il risultato di una lunga co-evoluzione tra territorio, vite e uomo. Le condizioni pedoclimatiche dei terrazzamenti valtellinesi - spesso severe, con suoli sabbiosi e poco profondi, scarsa disponibilità idrica, forte insolazione e ventilazione costante - insieme alla marcata variabilità dei microclimi locali, hanno favorito un adattamento progressivo e puntuale. Ogni varietà ha trovato in questi ambienti una propria nicchia ecologica, definendo nel tempo un equilibrio agronomico preciso». 

Fulcro di questa attività è la collezione ampelografica dei Dossi Salati, vero e proprio campo catalogo della biodiversità viticola valtellinese, dove sono state raccolte oltre trenta varietà a bacca rossa e sette a bacca bianca. In questo sito, le varietà vengono studiate secondo protocolli scientifici che comprendono osservazioni fenologiche dettagliate (epoca di germogliamento, fioritura, invaiatura e maturazione), valutazioni agronomiche (vigoria, fertilità delle gemme, comportamento produttivo), descrizioni morfologiche standardizzate e analisi genetiche per la distinzione varietale e la ricostruzione delle parentele. L’approccio integrato ha permesso di superare confusioni storiche, sinonimie errate e attribuzioni improprie, restituendo piena dignità scientifica a cultivar a lungo marginalizzate. Sempre Sonia Mancini: «Questo percorso si è sviluppato in consociazione con il vitigno principe della valle, il nebbiolo chiavennasca, talvolta in funzione complementare, talvolta per migliorarne l’espressione e la resa qualitativa. Il germoplasma viticolo valtellinese racconta dunque una storia autentica di resilienza. Queste antiche varietà non rappresentano soltanto un patrimonio da preservare, ma la prova concreta di una straordinaria capacità di adattamento. Le sei cultivar oggi oggetto di studio confermano questa interazione millenaria e presentano caratteristiche agronomiche ed enologiche che potrebbero aprire nuove prospettive per l’identità produttiva del territorio».

La Valtellina come hotspot di biodiversità viticola alpina

Dal punto di vista geografico, la Valtellina si sviluppa lungo un asse est-ovest unico nel panorama alpino italiano, delimitata a nord dalle Alpi Retiche e a sud dalle Alpi Orobie. Questa conformazione, determinata dalla cosiddetta linea insubrica, ha generato una notevole variabilità altimetrica - dai circa 200 metri del fondovalle fino alle vette oltre i 4.000 metri - e un mosaico di microclimi che incidono profondamente sulle dinamiche vegetative della vite.

Il versante retico, esposto a sud, è caratterizzato da elevata insolazione e suoli derivanti da granitoidi e quarzoscisti, generalmente poveri, drenanti e a rapida mineralizzazione della sostanza organica. Al contrario, il versante orobico, meno irradiato e più fresco, presenta suoli di origine metamorfica (micascisti, feldspati), più profondi e ricchi in sostanza organica. Questa dicotomia pedologica e climatica ha storicamente favorito una selezione naturale “debole” ma continua dei genotipi viticoli, consentendo la sopravvivenza di numerose varietà anche molto diverse tra loro.

A ciò si aggiunge il ruolo della Valtellina come snodo commerciale tra Mitteleuropa e Pianura Padana: lungo queste direttrici, per secoli, non si sono mossi solo uomini e merci, ma anche materiale genetico vegetale. Talee, vinaccioli e barbatelle hanno viaggiato insieme ai prodotti agricoli, contribuendo a creare un eccezionale bacino di variabilità genetica autoctona e alloctona.

Chiavennasca e discendenza: genetica e filogenesi di un vitigno chiave

Il progetto è portato avanti in collaborazione con l’Università degli Studi di Milano, mentre le indagini genetiche sono state effettuate tramite il CREA-Ve di Conegliano sulle accessioni conservate ai Dossi Salati, che hanno portato a una scoperta di grande rilevanza scientifica: un numero sorprendentemente elevato di genotipi locali risulta essere direttamente imparentato con la chiavennasca (nebbiolo). Secondo i principi della genetica delle popolazioni, la concentrazione di parentela suggerisce che la Valtellina rappresenti uno dei probabili areali di origine del vitigno. Brugnola, bressana e rusul mostrano una parentela stretta con la chiavennasca, mentre la Negrera risulta esserne figlia diretta. Così come rossola e pignola, le prime ad essere censite come varietà. Questa “prole” varietale è il risultato di incroci spontanei avvenuti nel tempo, favoriti dalla compresenza di numerosi genotipi e dalla selezione agronomica adattativa operata dalle comunità locali.

BrugnolaBrugnola: continuità storica e adattamento climatico

Un contributo alla conoscenza della brugnola è offerto dalla tesi di Gabriele Riccabella (La Brugnola e la Chiavennasca Bianca: indagine storica, agronomica ed economica) presso l’Università Alma Mater di Bologna, che documenta la presenza continua di questo vitigno in Valtellina almeno dal XVIII secolo. Le fonti storiche attestano il suo impiego nelle produzioni di maggior pregio, incluse le vinificazioni da uve appassite. Dal punto di vista agronomico, la brugnola presenta caratteristiche di grande interesse per la viticoltura di montagna: germogliamento tardivo, ciclo breve, buona fertilità e moderata accumulazione zuccherina. Se vinificata in purezza, dà origine a vini a basso tenore alcolico, con buona acidità e scarso colore, rispondendo pienamente alle attuali tendenze di consumo. Secondo Gabriele Riccabella, nella fase iniziale di reintroduzione di questi vitigni è fondamentale concentrare ogni sforzo sull’ottenimento della massima qualità enologica, così da presentare al consumatore un prodotto realmente eccellente. Sarebbe tuttavia riduttivo considerare la qualità come l’unica variabile decisiva per il successo del loro ritorno. Nel mondo del vino, dove ogni sfumatura incide sulla percezione finale, diventa necessario lavorare anche sul piano culturale, superando quei pregiudizi e quelle resistenze che in passato ne hanno ostacolato la riadozione. Un passaggio cruciale, a suo avviso, consiste nel tornare alle fonti storiche per rintracciare l’origine di certe opinioni, contestualizzarle e rileggerle alla luce delle esigenze contemporanee. Solo attraverso questo processo critico è possibile modificare lo sguardo: la brugnola, da vitigno considerato “problematico”, può diventare uno strumento efficace per raccontare, insieme a pignola e rossola, l’identità e la specificità delle sottozone del Valtellina Superiore; allo stesso modo, la chiavennasca bianca può essere riconosciuta come espressione storicamente legittima di un bianco valtellinese, profondamente radicato nel territorio.

Rusul e rossolino rosa: tardività fenologica e nuovi stili enologici

Il rusul, (localmente conosciuto come rossola verde) vitigno reliquia riscoperto in un vecchio vigneto di Berbenno di Valtellina, è caratterizzato dall’avere un profilo genetico unico diverso dalla rossola comune, da germogliamento tardivo, ciclo vegetativo lungo e basso contenuto antocianico. Le analisi dei mosti indicano un potenziale interessante per la vinificazione in bianco e la produzione di spumanti, aprendo scenari inediti per la viticoltura di quota.

Il rossolino rosa, recuperato da un unico ceppo a Berbenno, è dotato di un profilo genetico unico e diverso rispetto a rossola e rusul: presenta anch’esso un germogliamento tardivo e bassa intensità colorante. Tradizionalmente utilizzato in uvaggio, potrebbe oggi trovare un ruolo nei blend per vini rosati o rossi leggeri ad alta bevibilità.

BressanaBressana e negrera: precocità e adattamento alle altitudini

La bressana e la negrera (registrata come grisera, così chiamata in bassa valle o conosciuta anche come uva grisa per la presenza di pruina sulla buccia che rende l’acino quasi di colore argentato) mostrano una maggiore precocità fenologica, rendendole adatte alla coltivazione in quota, dove la viticoltura sta progressivamente migrando per sfuggire alle gelate tardive e rallentare i processi di maturazione. La negrera, caratterizzata da elevata vigoria e intensa colorazione degli acini, è storicamente impiegata in uvaggio per conferire struttura e colore. La bressana, probabilmente sinonimo di bresciana, si distingue per accumuli zuccherini più elevati e può svolgere un ruolo strategico nei blend territoriali.

Biancaretia (chiavennasca bianca): il ritorno di un grande bianco alpino

La biancaretia, nota storicamente come chiavennasca bianca o bianca maggiore, rappresenta uno dei risultati più significativi del recupero del germoplasma valtellinese. Le analisi genetiche hanno confermato la sua identità con l’antico babotraube, coltivato fino al XIX secolo anche in Svizzera e nel Palatinato tedesco, a testimonianza del ruolo centrale della Valtellina nelle rotte vitivinicole europee.

Caratterizzata da germogliamento tardivo, ciclo breve e maturazione precoce, la biancaretia produce uve con zuccheri moderati, buona acidità e colore tenue. Le sue caratteristiche la rendono particolarmente adatta alla produzione di vini bianchi di montagna e di Metodo Classico di alta qualità, rispondendo in modo puntuale alle esigenze del nuovo consumatore. 

Dalla conservazione alla prospettiva produttiva

L’iscrizione delle cultivar al Registro Nazionale non rappresenta un punto di arrivo, ma l’inizio di una nuova fase di sperimentazione che comprende microvinificazioni, valutazioni sensoriali e possibili riflessioni future in ambito disciplinare. Il caso valtellinese dimostra come il germoplasma autoctono possa diventare uno strumento concreto per affrontare le sfide climatiche e di mercato, restituendo centralità a una viticoltura di montagna capace di coniugare scienza, identità e sostenibilità. Le ricerche proseguono: «Si tratta di una ricerca in costante evoluzione», prosegue Sonia Mancini: «Le più recenti analisi genetiche hanno infatti individuato due vitigni finora sconosciuti - uno a bacca rosata e uno a bacca nera - che richiedono ulteriori approfondimenti. Una scoperta che dimostra come il passato non sia una dimensione chiusa, ma una riserva ancora fertile di possibilità». Il germoplasma valtellinese si configura così come un laboratorio naturale dinamico, in grado di offrire strumenti concreti per immaginare il futuro della viticoltura di montagna e della Valtellina stessa.

Photo Credit: Archivio Fondazione Fojanini (si ringrazia Ivano Foianini).