Mario Soldati, il gusto di raccontare l’Italia

Mario Soldati, il gusto di raccontare l’Italia

Attualità
di Sara Missaglia
09 ottobre 2026

Nel 120° anniversario della sua nascita, Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, La Cucina Italiana e La Scolca hanno dedicato al famoso scrittore, regista e giornalista, un incontro che ha puntato i riflettori sulla sua eredità, raccontata anche attraverso lettere, telegrammi, libri e appunti.

«È alla vita che bisogna pensare. La letteratura viene da sé. Io ho letto tanti libri, vivo nei libri, sono pieno di libri dentro e fuori di me; ma io cerco tutto il contrario del libro, cerco la vita».

Forse si potrebbe partire proprio da qui per raccontare Mario Soldati a centovent’anni dalla nascita, perché dentro queste parole c’è molto dell’uomo e dell’intellettuale, dello scrittore e del giornalista, del regista e dell’osservatore curioso che ha attraversato il Novecento italiano senza lasciarsi rinchiudere in una sola definizione. 

La vita, prima ancora della letteratura, come materia da cercare, ascoltare e osservare, possibilmente andando incontro alle persone e ai luoghi, lasciando che fossero loro a suggerire la storia. A questa eredità è stato dedicato “Mario Soldati – Il gusto di raccontare l’Italia”, l’incontro organizzato in occasione del 120° anniversario della nascita da Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, La Cucina Italiana e La Scolca. Un appuntamento che ha scelto di ricordare Soldati non attraverso una celebrazione formale, ma rimettendo in circolo le sue parole e il suo sguardo, insieme alle carte che documentano una vita trascorsa a scrivere e a raccontare. A moderare il talk è stato Paolo Verri, direttore della Fondazione Mondadori, con Chiara Soldati de La Scolca, storica azienda di Rovereto di Gavi (Alessandria), Arturo Artom, ingegnere, imprenditore e innovatore italiano e Maddalena Fossati Dondero, direttrice de La Cucina Italiana. Rossella Marino, curatrice della selezione documentaria, ha accompagnato il pubblico tra lettere, telegrammi, copertine, appunti e materiali editoriali, una piccola parte di un patrimonio molto più ampio che permette di entrare nell’officina della scrittura di Soldati e, al tempo stesso, di ricostruire il rapporto profondo che lo legò ad Arnoldo Mondadori.

Mario Soldati secondo Chiara: curiosità, ascolto e gioia di vivere

Chiara Soldati è legata a Mario Soldati da un rapporto familiare profondo (il nonno Vittorio era cugino dello scrittore): è lei a riportare più volte il racconto alla dimensione dell’uomo, alla memoria familiare di una personalità che nella vita privata conservava la stessa curiosità che ritroviamo nei libri, nei reportage e nei programmi televisivi. «Mario gustava profondamente la vita», ha ricordato, descrivendolo come una persona appassionata e curiosa, che osservava con attenzione e, soprattutto, prima di parlare ascoltava. Un atteggiamento che valeva indipendentemente da chi avesse davanti, un contadino come un importante imprenditore, perché il suo interesse non nasceva dal ruolo dell’interlocutore, ma dalla persona e dalla storia che quella persona poteva raccontare. Nelle parole di Chiara emerge così un Soldati anticonformista, moderno e nello stesso tempo profondamente legato alla concretezza delle relazioni umane, educato con rigore ma dotato di ironia, libero intellettualmente e insofferente al pensiero unico. La sua curiosità non era mai soltanto esercizio intellettuale: significava andare a vedere, assaggiare, ascoltare, fare domande, concedersi il tempo necessario per capire ciò che aveva davanti. È forse anche per questo che il titolo scelto per l'incontro, “Il gusto di raccontare l’Italia”, va oltre il riferimento gastronomico: Soldati gustava la vita nel significato più ampio del termine e la raccontava partendo da ciò che i suoi occhi avevano osservato e dalle persone che aveva incontrato. Chiara Soldati ha insistito anche sulla contemporaneità di questo insegnamento, in un tempo nel quale guardiamo moltissimo ma non sempre osserviamo, accumuliamo immagini e informazioni e rischiamo di perdere la profondità dell’esperienza. Il lascito di Soldati diventa allora un invito alla curiosità e al contatto umano, alla libertà di giudizio e alla disponibilità all’ascolto, insieme a quella «gioia di vivere» che la famiglia riconosce come parte del suo DNA.

Da Roma a Milano: «Io voglio scrivere»

C’è un passaggio nella vita di Soldati che aiuta a comprendere quanto la scrittura fosse per lui una necessità prima ancora che una professione. Alla fine degli anni Cinquanta è a Roma, immerso nel mondo del cinema, un ambiente che conosce molto bene e nel quale ha già costruito una carriera importante, ma dal quale sente progressivamente il bisogno di allontanarsi. Vuole tornare a Milano e, soprattutto, vuole poter scrivere, facendo della letteratura il centro della propria attività. Nel 1958 avviene il passaggio da Garzanti a Mondadori, al termine di una trattativa lunga e complessa. Le carte conservate dalla Fondazione restituiscono molto bene quel momento e mostrano Soldati mentre cerca le condizioni economiche che possano consentirgli di abbandonare progressivamente il cinema per dedicarsi alla scrittura. Rossella Marino ha ricordato una lettera inviata da Roma, mentre Soldati era impegnato nelle riprese di Ben-Hur, nella quale il desiderio viene espresso senza troppe mediazioni: vuole scrivere e chiede a Mondadori di renderlo possibile. Arnoldo Mondadori si impegna personalmente per portarlo nella propria casa editrice e da quel momento prende forma un rapporto che non rimarrà confinato alla dimensione contrattuale. Nel 1959, con La messa dei villeggianti, prende avvio la presenza delle opere di Soldati nei “Narratori italiani” e Mondadori costruisce progressivamente una nuova stagione editoriale dell’autore, attraverso libri, ristampe e nuove vesti grafiche. Il rapporto durerà circa vent’anni e sarà accompagnato da una corrispondenza intensa, nella quale l’editore e lo scrittore discutono di libri, progetti e lavoro, ma lasciano emergere anche un legame personale destinato a diventare molto profondo. Alla morte di Arnoldo Mondadori, nel 1971, Soldati gli dedicherà un ricordo che testimonia quanto quella relazione fosse andata ben oltre il semplice rapporto fra autore ed editore.

Le carte raccontano ciò che accade prima del libro

La piccola selezione esposta in occasione dell’incontro ha permesso di entrare in questa storia da un punto di osservazione particolarmente interessante, quello dei documenti originali. Telegrammi, lettere, appunti, copertine, materiali promozionali e persino un menu di nozze inviato da Soldati ad Arnoldo Mondadori in occasione del matrimonio del figlio mostrano quanto un archivio editoriale possa raccontare non soltanto la nascita dei libri, ma anche la rete di relazioni, decisioni, ripensamenti e intuizioni che li precede e li accompagna. Rossella Marino ha definito questi materiali come le «storie dietro le storie dei libri», ricordando come il volume che arriva nelle mani del lettore non sia quasi mai il risultato solitario di uno scrittore chiuso nella propria stanza, ma l'esito di un lavoro nel quale intervengono editor, redattori, grafici e altri scrittori. Nel caso di Soldati, le carte della Fondazione permettono di seguire questo processo molto da vicino, dalle lettere di programmazione nelle quali anticipa a Mondadori i libri che vorrebbe scrivere fino agli interventi sui testi, alle discussioni sulle copertine e alle strategie pensate per accompagnare le pubblicazioni. Emblematico è il caso de Lo smeraldo, romanzo del 1974 dalla natura difficilmente classificabile, sul quale intervenne anche Cesare Garboli. Le carte documentano il lavoro sulla quarta di copertina, dove si preferì evitare persino la parola “sogno”, nel timore di orientare eccessivamente il lettore verso una determinata interpretazione del romanzo. Sono dettagli apparentemente minori, ma raccontano quanto il libro sia un organismo che continua a trasformarsi fino al momento della pubblicazione e, qualche volta, anche dopo.

Vino al vino, prima del libro c’è il viaggio

Nel percorso di Soldati il vino occupa uno spazio particolare proprio perché non viene mai separato dalle persone e dai territori. Prima di Vino al vino ci sono il viaggio, l’osservazione e il racconto periodico; ci sono gli incontri con produttori, contadini e vignaioli e c’è un’Italia attraversata fisicamente, cercando di capire ciò che stava cambiando senza perdere di vista ciò che rischiava di scomparire. I tre viaggi attraverso l’Italia del vino, pubblicati inizialmente sulla stampa periodica e successivamente confluiti nei volumi di Vino al vino, costruiscono una geografia che non coincide semplicemente con quella delle denominazioni o delle zone produttive. Il vino diventa un punto di osservazione privilegiato attraverso il quale raccontare territori, persone, abitudini e trasformazioni sociali, e proprio questa impostazione rende quelle pagine ancora oggi preziose per chi si occupa di cultura enogastronomica. Nella documentazione mostrata durante la serata si poteva osservare anche il passaggio dal reportage al libro e il modo in cui quei testi, nati per la pubblicazione periodica, siano stati successivamente raccolti e consegnati a una memoria più duratura. C’è persino un dettaglio che oggi appare sorprendentemente moderno: attraverso coupon pubblicati insieme agli articoli, i lettori potevano acquistare i vini raccontati da Soldati, facendo seguire alla lettura la possibilità concreta dell’assaggio. Quello che colpisce, rileggendo oggi Vino al vino, è soprattutto l'assenza di distanza tra chi racconta e ciò che viene raccontato. Soldati non osserva il mondo rurale come una scenografia e non utilizza il vino per costruire un repertorio di descrizioni tecniche; cerca invece le persone che lo producono, entra nelle case, ascolta le storie e attraverso un bicchiere prova a comprendere il carattere di un luogo. È un metodo che precede molte delle parole che oggi utilizziamo parlando di territorio, identità, filiera e patrimonio, e forse proprio per questo conserva una sorprendente freschezza.

La tavola semplice come cultura

Anche Maddalena Fossati Dondero ha riportato il discorso sulla capacità di Soldati di riconoscere dignità culturale alla tavola più semplice, ricordando come il suo interesse non fosse quello del gourmet alla ricerca dell'eccezione, ma quello di chi attraverso il cibo cercava di capire le persone e l'Italia. Il contadino, il prodotto locale, la ricetta e il gesto quotidiano diventavano parti di uno stesso racconto, perché dietro ciò che si mangia esistono sempre un paesaggio, un'economia, una memoria familiare e un modo di abitare un territorio. È una prospettiva che acquista un significato particolare oggi, quando la cucina italiana viene letta sempre più come patrimonio culturale e non semplicemente come repertorio di piatti. Raccontare ciò che mangiamo significa infatti interrogarsi su come viene coltivata la terra, sulle persone che lavorano nelle filiere, sulle tradizioni che resistono e su quelle che inevitabilmente cambiano. Molto prima che questi argomenti entrassero stabilmente nel linguaggio contemporaneo del cibo, Soldati aveva intuito che una bottiglia di vino, un salame o una ricetta potevano diventare strumenti attraverso i quali leggere un Paese.

La Scolca e una storia che passa anche dal vino

La presenza di Chiara Soldati ha aggiunto al racconto pubblico anche una memoria familiare legata direttamente al vino. La storia de La Scolca nasce inizialmente come passione e diventa nel tempo un'attività strutturata, senza perdere, secondo Chiara, quel «cuore artigianale» che Mario aveva invitato la famiglia a preservare. Negli anni Settanta, quando prendevano forma i primi esperimenti sugli spumanti, Soldati frequentava la famiglia e incoraggiava il padre di Chiara a investire sul metodo classico monovitigno, una scelta tutt'altro che scontata per quegli anni. Nei ricordi della nipote rimangono soprattutto le lunghe giornate trascorse a tavola, discutendo di cibo e di vino, in una dimensione nella quale gastronomia, conversazione e vita familiare non erano mondi separati. Anche questo aiuta a comprendere perché nel lavoro di Soldati il vino non sia mai un semplice oggetto da degustare. È parte di una cultura della convivialità e del confronto, qualcosa che mette insieme il piacere dell'assaggio e quello della conversazione e che, proprio attraverso la sua dimensione materiale, permette di arrivare alle persone.

Un uomo del Novecento che continua a parlarci

Nel corso dell'incontro il confronto si è spostato inevitabilmente anche sul presente e sull'intelligenza artificiale, con la domanda, quasi obbligata, su quale posizione avrebbe assunto oggi un uomo che seppe utilizzare cinema, fotografia e televisione con una libertà e una modernità non comuni. Le risposte sono rimaste volutamente aperte, ma Chiara Soldati ha individuato un punto fermo: Mario non avrebbe avuto paura della tecnologia, perché l'innovazione appartiene all'evoluzione, ma avrebbe continuato a mettere al centro l'uomo, la curiosità, il contatto personale e la capacità di discernimento. Forse è proprio qui che la sua eredità diventa particolarmente attuale. Soldati appartiene a un'epoca diversa dalla nostra, eppure il suo modo di procedere sembra rispondere ad alcune delle domande che oggi ci poniamo sul racconto, sull'informazione e sulla velocità con cui consumiamo immagini e parole. Prima ascoltare, poi giudicare; prima andare nei luoghi, poi raccontarli; prima assaggiare, conoscere e incontrare, poi trasformare l'esperienza in scrittura. A centovent'anni dalla nascita, ricordarlo significa allora molto più che riaprire un capitolo importante della cultura italiana del Novecento. Significa tornare a un modo di osservare il Paese nel quale la letteratura poteva convivere con un bicchiere di vino, la televisione con una conversazione in una cascina, la cultura alta con una tavola semplice, senza che una dimensione dovesse necessariamente escludere l'altra. Ed è forse proprio in questa libertà che rimane la parte più contemporanea di Mario Soldati: quella curiosità inesauribile che gli permetteva di attraversare linguaggi, persone e territori continuando a cercare, prima di tutto, la vita.