Fuoricasa: il Pelaverga che esce dal Comune (senza perdere le chiavi)
Degustando
di Sara Missaglia
31 marzo 2026
Appena fuori dai confini di Verduno nasce il nuovo progetto di Elena e Alberto Cordero di Montezemolo che diventa occasione per rileggere tradizione, linguaggio e consumo del vino attraverso uno sguardo contemporaneo.
Incontriamo Elena e Alberto Cordero di Montezemolo, alla guida della realtà che, con 19 generazioni alle spalle, rappresenta una delle espressioni più solide, riconoscibili e coerenti del vino di Langa, e che oggi sceglie di affiancare a questa eredità un progetto diverso. Un vino nuovo, per certi versi eversivo, che si muove tra rispetto della storia e desiderio di esplorare linguaggi differenti, con modalità di racconto che si rivolgono anche ai più giovani o a percorsi inesplorati di consumo (pensiamo agli abbinamenti con il cibo), senza mai forzare la mano né inseguire la novità fine a sé stessa, ma lavorando piuttosto su uno spostamento di prospettiva che non altera l’identità, ma la rende più leggibile nel presente. «I nostri valori sono molto forti, ma devono evolversi sempre con sensibilità, senza mai perdere autenticità», precisa Elena Cordero di Montezemolo. Il progetto si chiama Fuoricasa, e già nel nome contiene una dichiarazione d’intenti che è insieme narrativa, ironica e profondamente legata ai luoghi.
Un vino che nasce fuori confine, ma non fuori identità
Fuoricasa è un vino da uve pelaverga, un vitigno antico, presente in Langa da oltre tre secoli e storicamente legato in maniera quasi esclusiva al comune di Verduno, situato a pochi chilometri da La Morra, dove invece si trova la cantina Cordero di Montezemolo, e proprio in questa prossimità geografica si inserisce l’origine del progetto, che prende forma in un piccolo appezzamento situato nel comune di Cherasco, appena al di fuori dei confini della denominazione.
La particolarità, infatti, è che questo pelaverga nasce appena al di fuori di quel perimetro così preciso e determinante per la DOC, in un angolo di terra inizialmente marginale, che si è trasformato in uno spazio di libertà progettuale e sperimentazione, mantenendo tuttavia una continuità territoriale evidente, sia dal punto di vista paesaggistico sia da quello pedoclimatico. «A due chilometri da Verduno avevamo un piccolo angolo ancora incolto, e a un certo punto ci siamo detti: proviamo, mettiamo pelaverga e iniziamo a sperimentare anche noi», racconta Alberto Cordero di Montezemolo. Questa scelta non nasce da una rottura, ma da una curiosità, da una tensione naturale verso l’esplorazione, che si inserisce perfettamente in una visione familiare sempre attenta a ciò che accade nel presente. «È un vitigno che abbiamo sempre amato, ma non avevamo mai avuto l’occasione di sperimentarlo direttamente», aggiunge Alberto.
Da questa decisione deriva una conseguenza inevitabile ma anche estremamente significativa: il vino non può essere rivendicato come Verduno Pelaverga DOC, ma deve uscire come Langhe DOC, una denominazione più ampia, meno identitaria e apparentemente meno distintiva. Ed è proprio qui che il progetto trova uno dei suoi elementi più interessanti, trasformando quello che potrebbe essere percepito come un limite in una leva narrativa e stilistica, in cui il “fuori” non è una perdita, ma un cambio di prospettiva. «Quella che poteva sembrare una debolezza l’abbiamo voluta trasformare in un punto di forza», sottolinea Alberto.

Tra eredità familiare e libertà espressiva
La cantina Cordero di Montezemolo è da sempre sinonimo di classicità piemontese, con un linguaggio estetico e produttivo costruito negli anni ’60 dal nonno Paolo, che ha definito un’identità visiva rigorosa, fatta di etichette ortogonali, carta avana e uno stile sobrio diventato nel tempo un vero e proprio marchio di fabbrica, capace di attraversare le generazioni senza perdere coerenza.
Un’identità forte, quasi austera, che racconta perfettamente la profondità e la serietà della tradizione langarola, e che proprio per questo rende ancora più significativo il gesto compiuto con Fuoricasa, che non rompe ma amplia, non sostituisce ma affianca, introducendo un registro visivo e narrativo differente. «Veniamo dalla Langa, da una tradizione molto classica, che resta il nostro faro e il nostro modo di concepire il vino», spiega Alberto. L’etichetta del vino racconta visivamente questo cambio di passo: una voliera aperta, dalla quale qualcosa è uscito, lasciando spazio a una nuova energia, a un movimento che rompe la staticità senza distruggere ciò che esisteva prima, diventando così una metafora immediata e potente del progetto. «Non volevamo rompere con la nostra storia, ma uscire un po’ dai canoni, andare fuori dall’ordinario, anche nel modo di comunicare», sottolinea Alberto. È un segno grafico completamente distante dalle etichette storiche della cantina, ma proprio per questo capace di esprimere con chiarezza quella tensione tra ordine e libertà che attraversa tutto il progetto.
Un vino pensato per il presente
Oltre alla dimensione geografica e a quella estetica, Fuoricasa introduce anche una riflessione molto chiara sul modo in cui oggi il vino viene vissuto e consumato, andando oltre i codici più rigidi della tradizione senza mai rinnegarli, ma piuttosto reinterpretandoli alla luce di abitudini più fluide e trasversali. «Oggi il vino si beve in una maniera estremamente diversa rispetto al passato, anche nei territori più classici come il nostro», osserva Alberto. Il Pelaverga, grazie alla sua natura estremamente versatile, diventa lo strumento ideale per costruire un vino capace di adattarsi a contesti diversi, più informali, più quotidiani, più liberi, senza perdere qualità né identità. «È un vino che deve funzionare sempre: su una pizza, in terrazza d’estate, con un’insalata di mare, a casa con una carbonara o durante un aperitivo dopo il lavoro con gli amici», racconta. E proprio in questa visione si inserisce una delle frasi che meglio sintetizzano il senso profondo del progetto: «Uscire sì di casa, ma senza perdere le chiavi», conclude Alberto.
Una comunicazione che diventa esperienza
Anche il modo in cui Fuoricasa viene presentato riflette questa volontà di uscire dai canoni tradizionali, trasformando il lancio del vino in un’esperienza partecipativa che coinvolge direttamente il pubblico, chiamato non solo ad ascoltare ma a contribuire attivamente alla costruzione del racconto. «Volevamo presentarlo in modo più conviviale, in sintonia con quello che è Fuoricasa», spiega Alberto. Agli ospiti durante l’evento è stato chiesto di immaginare cosa significhi essere “fuori dal comune”, traducendo questa idea in immagini, suggestioni e intuizioni che sono state poi elaborate attraverso l’intelligenza artificiale e reinterpretate dal collettivo artistico Mostrami. L’arte, come il vino, diventa qualcosa di quotidiano, accessibile, fresco, in grado di uscire dai suoi contesti tradizionali. Il “fuori” come nuova dimensione per un vero cambio di paradigma.

Un Pelaverga che parla il linguaggio di oggi
Nel calice, Fuoricasa restituisce con coerenza tutto ciò che promette nel racconto, presentandosi con un colore rosso brillante e scarico, che anticipa una bevuta agile e dinamica, mentre al naso emergono con immediatezza note di pepe bianco, ginepro, viola, fragola e lampone, in un profilo aromatico fine, fragrante e riconoscibile. «È un vino che non deve essere complicato, ma immediato, pronto per essere capito e apprezzato senza eccessive spiegazioni», sottolinea Alberto. Al palato il vino è scorrevole, elegante e speziato, con una struttura media e un ritmo gustativo che privilegia la bevibilità senza rinunciare alla precisione, accompagnato da un grado alcolico contenuto che contribuisce a renderlo particolarmente versatile e adatto anche a un consumo più informale e contemporaneo. È un rosso che può essere servito anche leggermente fresco, intorno ai 10–12 °C, e che trova la sua dimensione ideale in contesti conviviali, estivi o quotidiani.
Tra radici solide e nuove traiettorie
Fuoricasa è, in definitiva, un progetto che non cerca di rompere con il passato, ma piuttosto di ampliarne i confini, dimostrando come anche una realtà profondamente legata alla tradizione possa trovare nuovi spazi di espressione senza perdere coerenza, qualità e identità. È un vino che nasce appena fuori da un confine geografico, nel comune di Cherasco, ma che riesce a muoversi con naturalezza dentro un territorio culturale molto più ampio, raccontando una generazione che interpreta il cambiamento con misura, intelligenza e consapevolezza. E forse è proprio questo il suo punto più interessante: non l’essere “fuori”, ma il modo in cui riesce a esserlo, restando sempre, profondamente, nel posto giusto.
