Moscatello di Taggia, il vino ritrovato del Ponente ligure

Moscatello di Taggia, il vino ritrovato del Ponente ligure

Degustando
di Sara Missaglia
09 giugno 2026

A Mare&Mosto 2026 una masterclass ha raccontato la rinascita di uno dei vini storici della Liguria. Dalle antiche tavole pontificie alla ricerca scientifica, fino alle nuove interpretazioni secche, da vendemmia tardiva e passite.

Il moscatello di Taggia ha una storia che ha rischiato di interrompersi e che, proprio per questo, oggi torna sulla scena con una forza diversa. Non è soltanto un vitigno recuperato, ma un frammento di Liguria rimesso al centro del racconto: storia, ricerca, territorio e memoria produttiva si intrecciano in un progetto che guarda al futuro senza perdere il legame con le proprie radici. A raccontarlo è stata la masterclass “Moscatello di Taggia: il vino dei papi”, ospitata nell’ambito di Mare&Mosto 2026, per la prima volta a Genova nelle sale di Palazzo Ducale. L’incontro, organizzato da AIS Liguria, è stato introdotto da Marco Rezzano, Presidente di Ais Liguria, e condotto da Eros Mammoliti, Presidente dell’Associazione Produttori Moscatello di Taggia e produttore a sua volta, insieme a Davide Sacchi e Augusto Manfredi di AIS Liguria. Una degustazione che ha permesso di approfondire non soltanto le caratteristiche organolettiche del vitigno ma, soprattutto, il lungo percorso che ne ha consentito la rinascita, trasformandolo da varietà quasi estinta a simbolo di biodiversità e identità territoriale.

Dalle tavole dei papi ai mercati d’Europa

La storia del Moscatello di Taggia affonda le proprie radici nel Medioevo e nel Rinascimento, quando questo vino godeva di una fama che superava ampiamente i confini della Liguria. Le ricerche storiche coordinate negli anni da studiosi come Alessandro Carassale hanno portato alla luce documenti che testimoniano la presenza del Moscatello nei principali traffici commerciali dell’epoca. Tra il Quattrocento e il Cinquecento il vino partiva dai porti liguri e raggiungeva Roma, Londra e numerosi centri del Mediterraneo. Secondo le fonti storiche citate durante la masterclass, il Moscatello di Taggia era considerato uno dei vini più prestigiosi della Penisola. Le cronache ricordano come fosse presente nelle cantine pontificie e particolarmente apprezzato per il suo colore dorato, i profumi intensi e l’equilibrio tra dolcezza e freschezza. La sua reputazione era tale che esistevano persino controlli specifici per garantirne l’autenticità durante il trasporto marittimo. Una testimonianza che restituisce l’immagine di un vino di altissimo valore commerciale e culturale.

Perché il Moscatello scomparve

Come accaduto a molte varietà storiche italiane, anche il Moscatello di Taggia attraversò una lunga fase di declino. Tra le cause principali vi furono l’espansione dell’olivicoltura nel Ponente ligure, favorita dall’aumento della domanda di olio, il cambiamento dei gusti dei consumatori europei, sempre più orientati verso vini secchi e l’arrivo della fillossera. Quest’ultima colpì duramente la Riviera di Ponente, arrivando dalla vicina Costa Azzurra e distruggendo gran parte del patrimonio viticolo locale. Quando si rese necessario reimpiantare i vigneti, molti produttori scelsero altre varietà considerate più produttive o maggiormente richieste dal mercato. Il moscatello rimase così confinato a poche piante superstiti custodite in vigneti familiari dell’entroterra.

La rinascita partita da tre piante

La storia moderna del Moscatello di Taggia è una delle più straordinarie operazioni di recupero viticolo realizzate in Italia. Tutto iniziò nei primi anni Duemila quando, grazie alle ricerche storiche e alla collaborazione tra produttori, università e istituzioni, si decise di verificare se esistessero ancora esemplari autentici della varietà. Furono censite decine di piante nelle vallate dell’Argentina e del Prino. Dopo anni di analisi genetiche e verifiche sanitarie, il lavoro portò all’identificazione di tre piante originarie da cui è ripartita la selezione del materiale vegetale. Un percorso lungo oltre dieci anni che ha coinvolto l’Università di Torino, studiosi di genetica viticola, storici, geografi ed enologi. Oggi da quelle tre piante iniziali si è arrivati a sei biotipi selezionati e certificati, che costituiscono la base del patrimonio genetico attualmente utilizzato per i nuovi impianti.

L’Associazione Produttori Moscatello di Taggia

Un ruolo decisivo in questo percorso è stato svolto dall’Associazione Produttori Moscatello di Taggia. Nata nel 2014 con nove soci fondatori, aveva inizialmente sede presso il convento dei Padri Cappuccini di Taggia. Oggi conta diciotto soci e opera nel centro storico della cittadina. L’associazione non si limita alla promozione del vino. I suoi obiettivi comprendono il proseguimento della ricerca clonale, l’impianto delle nuove barbatelle, la valorizzazione storica e culturale del moscatello e il controllo qualitativo della produzione. Particolarmente significativo è il lavoro svolto per garantire uno standard comune tra i produttori. Esiste infatti una commissione interna che valuta i vini e contribuisce a definire uno stile riconoscibile e coerente. Accanto all’associazione è nata anche una rete di imprese agricole che ha permesso di sviluppare attività legate all’accoglienza, all’enoturismo e alla valorizzazione del territorio.

Un Moscato diverso da tutti gli altri

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante la masterclass riguarda l’identità aromatica del moscatello di Taggia. Pur appartenendo alla famiglia dei moscati bianchi, presenta caratteristiche diverse rispetto a quelle comunemente associate al moscato bianco di Canelli. Le ricerche svolte insieme al Consorzio dell’Asti hanno infatti evidenziato una composizione aromatica peculiare, legata al territorio ligure e alle condizioni pedoclimatiche del Ponente. La vicinanza del mare, i terrazzamenti, le esposizioni e la natura dei terreni contribuiscono a definire un profilo aromatico unico. Secondo Mammoliti, una delle caratteristiche più sorprendenti del vitigno è la sua naturale attitudine alla vinificazione secca. Una qualità rara per un Moscato bianco, che normalmente esprime il meglio di sé in presenza di residuo zuccherino. Nel moscatello di Taggia, invece, aromaticità, freschezza e sapidità riescono a convivere in perfetto equilibrio.

La degustazione

I vini sono stati presentati in degustazione attraverso campioni anonimi predisposti dall’Associazione Produttori Moscatello di Taggia, in modo da concentrare l'attenzione esclusivamente sul contenuto del calice. L'etichetta neutra comune non ha consentito di identificare il produttore, favorendo una valutazione priva di condizionamenti.

Moscatello di Taggia secco 2024

Nel bicchiere si presenta luminoso e cristallino, con riflessi brillanti che anticipano una buona freschezza. Al naso emerge immediatamente la sua identità mediterranea. Fiori bianchi, pesca bianca, erbe aromatiche, macchia mediterranea e soprattutto una caratteristica nota di mandarino e scorza agrumata che rappresenta una delle firme aromatiche più riconoscibili del vitigno. Non si ritrovano le tipiche sensazioni muschiate e floreali esplosive che caratterizzano altri moscati. Qui il profilo è più elegante, più sottile, più territoriale. Al palato colpisce la tensione sapida. Il sorso è fresco, dinamico e accompagnato da una leggera e piacevole nota amaricante che ne aumenta la bevibilità. Durante la degustazione sono stati suggeriti abbinamenti con acciughe sotto sale, pasta di acciughe, focaccia ligure, tonno e numerose preparazioni di pesce della tradizione regionale.

Moscatello di Taggia vendemmia tardiva 2019

Con la vendemmia tardiva il registro cambia senza perdere il legame con il vitigno. Il colore assume tonalità dorate più intense e la consistenza nel bicchiere diventa più evidente. Al naso le note agrumate si fanno più profonde e mature. Accanto al mandarino compaiono scorza d’arancia candita, cedro candito, miele delicato, confetto e richiami di frutta disidratata. La componente aromatica resta però sempre sostenuta da una freschezza che impedisce qualsiasi sensazione di pesantezza. Al palato il vino è avvolgente, morbido, ricco, ma mantiene equilibrio e tensione. La dolcezza è presente ma perfettamente bilanciata dalla sapidità e dalla componente agrumata che accompagna il finale.

Moscatello di Taggia passito 2019

L’ultima interpretazione rappresenta la sintesi più completa delle potenzialità del vitigno. Il Passito 2019 si presenta con un colore dorato intenso dai delicati riflessi ambrati. Il bouquet è ampio e profondo. Emergono generosamente albicocca disidratata, fichi secchi, scorza d’arancia candita, miele d’acacia, dattero, erbe officinali mediterranee e richiami di tè speziato. Con l’ossigenazione compaiono sfumature di mandarino candito, resina, zafferano e agrumi maturi che ricordano quasi una marmellata di cedro e arancia amara. Al palato il vino è concentrato e avvolgente, ma sorprende per la capacità di mantenere slancio e freschezza. La dolcezza non domina mai il sorso, sostenuta da una viva sapidità e da una lunga persistenza agrumata. È un passito che punta più sull’eleganza e sulla complessità aromatica che sulla semplice ricchezza zuccherina. Un vero highlander, con elevatissima potenzialità evolutive.

Un patrimonio che guarda al futuro

La storia del Moscatello di Taggia dimostra come la valorizzazione della biodiversità possa diventare uno strumento concreto di sviluppo territoriale. Dalla ricerca storica alle analisi genetiche, dai nuovi impianti alla promozione enoturistica, ogni passaggio della sua rinascita è stato costruito attraverso una collaborazione che ha coinvolto produttori, studiosi e istituzioni. Oggi il Moscatello di Taggia resta una produzione di nicchia, ma proprio in questa dimensione trova la propria forza. Non assomiglia ad altri vini, né ricorre mode o numeri. Racconta invece un territorio preciso, una storia documentata e una identità che il tempo non è riuscito a cancellare. E nel calice, accanto ai profumi di agrumi, fiori ed erbe mediterranee, continua a raccontare una delle pagine più affascinanti della viticoltura ligure.