Solenga, due voci per un unico cru
Degustando
di Alessandro Franceschini
12 ottobre 2026
Andrea Picchioni e Giulio Fiamberti mettono a confronto vini e millesimi nati nella stessa vigna, nel cuore del Buttafuoco storico. Un dialogo tra suoli, microclima e scelte di cantina che rivela una matrice comune: freschezza, complessità e longevità, andando oltre il luogo comune della potenza.
Mettere insieme allo stesso tavolo due vignaioli che condividono la stessa porzione di vigna, che vinificano praticamente le stesse uve e che hanno in comune anche lo stesso agronomo, può sembrare un’operazione assolutamente naturale, ma non è scontata come sembra, soprattutto nel mondo del vino. Ancora di più se poi la decisione è quella di proporre in degustazione millesimi differenti, in una sorta di verticale dello stesso cru, davanti alla stampa.
E, invece, recentemente, è proprio quello successo grazie a un’idea di Andrea Picchioni e Giulio Fiamberti, produttori oltrepadani, durante un’amichevole quanto conviviale incontro-confronto per cercare di comprendere differenze e similitudini di vini ottenuti da una singola vigna: la Solenga, nel cuore dell'areale di produzione del Buttafuoco Storico in Oltrepò Pavese.
Un cru assolato, ma equilibrato
Siamo sul cosiddetto e celebre, quanto meno per gli amanti di queste terre, Sperone di Stradella, l’epicentro del Buttafuoco, che deve i sui natali proprio a questa zona. Come sottolineano i due vigneron, basta leggere i nomi di alcuni toponimi di questa porzione di collina, come Monte Bruciato o Casa del Diavolo, per capire che siamo in un’area scelta ad hoc per la viticoltura proprio per la presenza di luce e calore. La stessa vigna denominata Solenga significa “assolata”. Un aspetto, quest’ultimo, che però non deve trarre in inganno, perché in realtà, bicchiere alla mano, non è certo la sola potenza (che non manca) a caratterizzare i vini che si ricavano da questo vero e proprio cru.
Picchioni e Fiamberti ne possiedono circa un ettaro e mezzo a testa. È situato nella quasi omonima Valle Solinga, stretta e ripida che da est scende verso ovest e confluisce poi nella Valle Versa. «Un tempo le sue terre erano particolarmente ricercate, proprio per le sue potenzialità, poi la viticoltura ha lasciato spazio all’abbandono e i pochi vigneti produttivi sono praticamente solo quelli condotti da noi» ci spiegano i due vigneron.

Una posizione strategica…
La circolazione dell’aria, secondo l’agronomo Federico Zatti, è una delle peculiarità di questa valle. «In estate, risalendo i versanti, si percepisce una corrente calda proveniente dal basso; la differenza termica fra fondovalle e parti alte del vigneto può arrivare a 4-5 °C durante il giorno. Di sera, invece, si verifica un’inversione termica: l’aria fredda scende lungo il pendio e ristagna nelle zone più basse, dove lo scarto può raggiungere 7-8 °C e, in alcuni casi, persino 10 °C rispetto alla mezza collina».
Questa dinamica condiziona la coltivazione della vite. Poiché la fascia produttiva è collocata approssimativamente tra 80 e 90 centimetri dal terreno, la posizione del filare e la collocazione delle varietà possono sfruttare in modo molto preciso i gradienti termici. Diventano quindi decisive scelte come l’altitudine, l’esposizione, la potatura, la sfogliatura o, nelle annate più calde, l’ombreggiamento. «Avere una differenza di temperatura all’interno della vigna di 10°C in 70-80 metri di dislivello può compensare fino a circa dieci giorni di differenza naturale nella maturazione fra croatina e barbera».
…e un terreno complesso
Come per ogni cru che si rispetti, anche la composizione dei terreni qui è molto particolare e beneficia di una eterogeneità notevole, considerata la vera artefice di quella complessità che poi si ritrova nel bicchiere: conglomerati di Rocca Ticozzi, formazioni antiche di origine marina, su base sabbiosa e ciottolosa si incontrano con le arenarie di Montù Beccaria, cementate dal calcare e le Marne di Sant’Agata Fossili, portatrici invece della componente argillosa.
Tre matrici, tutte posizionate nello stesso luogo. Una combinazione fra argilla, sabbia, ciottoli e calcare che è considerata fondamentale, perché assicura una buona capacità idrica e una struttura permeabile in grado di consentire alle radici della vite di scendere tra gli strati più profondi del terreno, tra i 7 e i 12 metri, consentendo così alla vite di accedere all’acqua anche nei periodi più aridi.

Le ragioni dell’uvaggio e il rifiuto del blend
Ma ha ancora senso mantenere l’antica pratica di vinificare insieme uve diverse, con epoche di maturazione altrettanto differenti, considerando anche i grandi cambiamenti climatici in atto in questo momento? «Assolutamente sì», rispondono Fiamberti e Picchioni senza alcun dubbio.
La loro scelta, così come quella d'altronde anche degli aderenti al Club del Buttafuoco Storico, non è né nostalgica, né puramente identitaria, ma si fonda sull’idea che le quattro varietà che compongono questo vino, ovvero croatina, barbera, uva rara e ughetta di Canneto, possano essere gestite direttamente in vigna per arrivare alla raccolta e alla fermentazione con un equilibrio condiviso.
In particolare, le peculiarità della Solenga consentono di collocare, ad esempio, la barbera, più precoce, in porzioni più fresche e la croatina, più tardiva, in quelle più calde e soleggiate. L’uva rara, meno caratterizzante sia aromaticamente che strutturalmente, è una sorta di jolly che può agire da elemento di equilibrio, attenuando squilibri o eccessi. L’ughetta di Canneto, infine, completa una “tavolozza” che consente di adattare la risposta produttiva alla stagione, alle differenze interne del vigneto e alla condizione delle uve.
Ma secondo i due produttori e Zatti entra in gioco anche una questione tecnica ed enologica, forse non così nota ai più. La fermentazione congiunta delle uve, infatti, può offrire un contributo alla stabilità microbiologica. «La croatina può talvolta portare Brettanomyces già sulle bucce. La presenza della barbera, grazie alla maggiore acidità, contribuisce ad abbassare il pH del mosto in fermentazione e a creare condizioni meno favorevoli al suo sviluppo».
Strade differenti in cantina
Se molti sono i fattori in comune, per Picchioni e Fiamberti, come è giusto che sia, le strade si dividono una volta giunti cantina e fanno sì che poi nel bicchiere emergano stili differenti, sebbene su una matrice, probabilmente soprattutto al palato, comune.
Il Buttafuoco Storico Vigna Solenga di Fiamberti, realizzato per la prima volta nel 1996, nasce dalla vinificazione di tutte e quattro le anime di questo storico vino. Fermentazione a cappello sommerso con lieviti indigeni attraverso la tecnica del pied de cuve, in vasche di cemento a temperatura controllata. Lunga macerazione di almeno 50 giorni, maturazione per circa due anni in tonneau piegate al vapore e affinamento per sette mesi in bottiglia prima della commercializzazione.
Il Buttafuoco Bricco Riva Bianca di Picchioni vede invece la presenza di tre delle quattro uve consentite: croatina, barbera e ughetta di Canneto. Fermentano in tini troncoconici di rovere di Slavonia da 4.000 litri, macerazione di almeno 40 giorni, al quale seguono non meno di 24 mesi di maturazione in botti grandi di rovere e almeno 8 mesi di riposo in bottiglia.

La degustazione
Cinque i millesimi degustati, solo l’annata 2021 di entrambi i vini, all’interno poi di un percorso che ha toccato le annate 2018, 2017, 2016 e 2015. Al netto delle differenze delle varie vendemmie, il filo conduttore speziato presente in tutti i vini, ma soprattutto la grana decisa, ricca, ma dinamica della trama tannica, gessosa e mai faticosa nel suo sviluppo al palato, sono tratti certamente comuni a entrambi.
La freschezza è sempre ben presente e smonta un po’ il preconcetto, dovuto alla importante componente alcolica che questo vino si porta in dote, ma anche alla presenza di interpreti che certo non lesinano a volte in opulenza sia al naso che al palato, che il Buttafuoco sia soprattutto sinonimo di potenza. Niente di più sbagliato in entrambi i casi.
Se il Vigna Solenga di Fiamberti predilige sfumature al naso sempre molto fruttate, ben definite, ma mai ridondanti, il Bricco Riva Bianca di Picchioni è solitamente più austero e con una distensione minerale di grande fascino. Sfumature balsamiche, a tratti vegetali, sono presenti in entrambi e permangono anche andando indietro con i millesimi, che mostrano una longevità notevole.
Il millesimo 2016 del Bricco Riva Bianca è semplicemente perfetto in questo momento, figlio di un’annata eccezionale qui, così come d’altronde in tante altre parti in Italia: elegante, sussurrato, con note di piccoli frutti ed erbe, ha un sorso molto fresco e una trama tannica ricca e dinamica. Nel caso del 2015 di Vigna Solenga le note fruttate sono ancora predominanti e vive, ricordano la confettura di more, ma anche in questo caso la freschezza gustativa è coinvolgente, così come il suo allungo balsamico. La calda annata 2017 restituisce, sempre nell’interpretazione di Fiamberti, un vino certamente esuberante nella componente fruttata, con cenni di cacao, una trama tannica meno scattante del solito, ma mai faticosa grazie comunque ad un’ottima acidità ben presente. L’equilibrata 2018, nel caso del vino di Andrea Picchioni, unisce a note di visciole e amarene, sfumature ematiche e al palato un allungo deciso che richiama un’infinità di erbe aromatiche.
In entrambi i campioni di 2021, i più giovani in degustazione, troviamo sia la conferma di due stili personali e differenti quanto la certificazione di quel carattere che deve avere un grande cru.
