Birrificio Brewfist. Per un pugno di luppolo

Birrificio Brewfist. Per un pugno di luppolo

20 giugno 2013 - scritto da Maurizio Maestrelli in Non solo vino

Il Brewfist di Codogno è una realtà birraria giovane, è nato nel 2010, ma già importante. Una vera e propria rivelazione, frutto del talento dei giovani artefici ma anche della loro visione del mercato. Razionale quanto lungimirante…

Birrificio BrewfistLo confesso. Di questi tempi, con un numero di birrifici artigianali che continua a crescere al ritmo di una conigliera, mi trovo spesso in difficoltà. Assaggio birre sempre diverse, e fin qui potrebbe non essere un problema, con nomi mai sentiti prima e so già che farò una fatica tremenda a ritrovarle. Ed è qui che sta il mio problema contingente. Gli assaggi, per avere un valore il più certo possibile, devono essere ripetuti nel tempo. Fatti possibilmente anche in luoghi, momenti, e stati umorali diversi. A volte invece incontro una birra stupenda, ne scrivo un paio di righe sul mio blocco appunti (ovvero su qualsiasi pezzo di carta che riesco ad afferrare, tovaglioli inclusi), ma poi la rivedo dopo un anno. Non si fa così. Io sono un tipo da relazioni stabili. Ergo, ho deciso di scrivere di Brewfist (www.brewfist.com) a ragion veduta, credetemi. La prima volta che ho provato una loro birra, era la Burocracy, avevo pensato che fossero bravi ma, come faccio sempre al primo incontro, ci eravamo solo “salutati”. Poi la Burocracy, una India Pale Ale da 6% vol, ha iniziato a spuntare in più di qualche locale milanese e l’ho potuta bere e ribere. All’inizio per forma mentis professionale poi, semplicemente, perché è una birra che mi piace bere. E, non avete idea di quanto, oggi come oggi, questa cosa sia diventata per me importante.

Nel corso del 2011 e del 2012 ho assaggiato altre birre del Brewfist e le ho sempre trovate ottime, piacevoli, da bere e ribere appunto. Ed è per questo motivo che oggi scrivo queste righe. Perché Brewfist mi appare come uno dei più promettenti, ma forse il termine è riduttivo, protagonisti del “furore” artigianalbirrario che attraversa la Penisola. Dietro il nome ci sono fondamentalmente due ragazzi: Andrea Maiocchi, che cura soprattutto la necessaria parte commerciale dell’impresa, e Pietro Di Pilato, trentatreenne laureato in scienze e Tecnologie Alimentari a Milano. Di Pilato ha un bel cursus honorum: due anni dopo la laurea si è trasferito a Londra, della birra era già grande appassionato, sia in termini concreti (per conoscere la birra si deve berla, è un principio valido fin dal tempo di Hammurabi) sia in termini di lettura di testi specifici. Il suo primo lavoro in terra britannica lo trova nientepopodimenoche alla storica e blasonatissima birreria Fuller’s, azienda londinese autentico pilastro della tradizione brassicola anglosassone. Ed è questo il suo personale punto di svolta. «Sono entrato come tecnico di laboratorio», ci spiega adesso. «Una vera e propria fortuna perché sono convinto che sia la migliore posizione per un giovane che vuole imparare il più possibile nel minor tempo possibile. Nel 2006 sono poi tornato in Italia, ho fatto qualche altra esperienza e poi è decollato il progetto Brewfist». È decollato alla grande, va detto, perché aprire i battenti con un impianto da 30 ettolitri non è cosa comune nel microcosmo dei birrifici artigianali. «Beh», commenta sempre Di Pilato, «quando abbiamo iniziato a pensare alla cosa abbiamo dedicato del tempo non solo a considerare quali luppoli usare ma anche a fare un business plan e le dimensioni dell’impianto erano le più grandi che ci potevamo permettere e, allo stesso tempo, le minime necessarie per pensare di poter essere competitivi sul mercato e diventare, nel tempo, un punto di riferimento nella realtà artigianale italiana».

Birrificio Brewfist Pietro di PilatoLe idee chiare pagano quasi sempre. Brewfist lavora alla grande, forte di una pattuglia di birre tutte di notevole livello. La Burocracy fa parte delle “prime nate” insieme alla 24K, una Golden Ale da 4.6% vol, alla Jale, una Extra Special Bitter da 5.6% vol., e alla Fear, una Milk Chocolate Stout da 5.2% vol. A queste poi si aggiungeranno la Spaceman, un’altra India Pale Ale, la Caterpillar, American Pale Ale, la 2 Late, una Double India Pale Ale, la XRay, una Imperial Porter, la Czech Norris, una Imperial Pils e infine una Black India Pale Ale chiamata Green Petrol. Rileggendo velocemente l’elenco è facile capire che l’orizzonte di riferimento dei ragazzi del Brewfist siano il mondo birrario anglosassone e quello statunitense. «In parte è questione di formazione», ci spiega Di Pilato, «ma è anche esigenza di chiarezza e di minor confusione nel birrificio per quanto riguarda il rifornimento e lo stoccaggio delle materie prime. Poi, sembrerà scontato, ma ci piace fare birre che piacciono a noi. Birre da bere». Che ci stiano riuscendo non ci sono dubbi.

Brewfist ha fatto presto a farsi conoscere anche all’estero: se la percentuale export è ancora contenuta, i mercati crescono di numero e al trittico Spagna, Australia, Inghilterra si stanno ora affiancando Stati Uniti, Olanda, Finlandia e Svezia. Sul fronte interno il nome e il logo Brewfist, un impattante “pugno chiuso” accompagnato dalle parole Italian Ales, è ormai molto conosciuto nel mondo dei pub e birrerie. Quel mondo è, del resto, il principale target di riferimento del birrificio. Circa due terzi della produzione viaggia infatti in fusto, mentre la rimanenza è imbottigliata. «Ma solo in formato da 33 cl», dichiara Pietro Di Pilato, «non amiamo molto i formati superiori e vogliamo fare birre con una certa filosofia». Che non insegue a tutti i costi il mito della ristorazione, tanto per dirla tutta, ma non lo rifiuta, purché sia la ristorazione a farsi avanti. Con certe birre, noi non ci faremmo scappare l’occasione. Se la qualità è assicurata da Di Pilato, e da Alessio Allo Gatti, birraio talentuoso quanto girovago, l’altro punto focale del Brewfist è quello del contenimento dei prezzi, tasto spesso dolente della produzione artigianale italiana.

«Con queste basi ci piacerebbe arrivare a produrre un milione di litri l’anno», conclude Di Pilato. «Lo scorso anno siamo arrivati a 360mila, ma saremo già contenti quando supereremo quota 500mila». Il condizionale non esiste, perché le idee o sono chiare o è meglio non averle. Pietro e Andrea sono due ragazzi in gamba, e non aggiungiamo “con una marcia in più” che fa troppo Hazzard, per cui è un piacere assistere alla loro crescita. Così come è un piacere sorseggiare le loro birre in quello che è il locale bandiera, in gergo si direbbe la “taproom”, del Brewfist ovvero il Terminal 1, a Codogno a pochi passi dal birrificio stesso (che si trova in via Molinari, 5). Se siete da quelle parti… fateci un salto.

Le birre da non perdere

Birra SpacemanBurocracy – India Pale Ale, 6% vol.

È stata il nostro “biglietto d’ingresso” nel mondo Brewfist e tuttora la consideriamo il “portone d’onore” per conoscere questa piccola ed eccellente realtà della birra lombarda. Una birra dal carattere deciso, talmente sicura di sé da non aver bisogno di strafare. Quindi luppoli sì certo, ma senza “asfaltare” palato e ugola.

Spaceman – India Pale Ale, 7% vol.

Spaceman ovvero l’evoluzione della specie. Un’altra Ipa che da un lato testimonia il successo straordinario della tipologia, sull’onda lunga giunta dagli Usa, e dall’altro che i ragazzi di Brewfist possono permettersi di replicare uno stile senza fotocopiarlo. Solo quelli veramente bravi se lo possono permettere…

Caterpillar – American Pale Ale, 5.8% vol.

La fama crescente delle birre artigianali italiane si sta facendo sentire anche in Europa e negli Stati Uniti, così non deve sorprendere che nascano delle stimolanti collaborazioni tra birrai nostrani e stranieri. Brewfist ha quindi dato vita a questa Apa insieme a Beer Here, uno dei più interessanti produttori della nouvelle vague danese. Prodotto eccellente, senza se e senza ma.

Fear – Milk Chocolate Stout, 5.2% vol.

Se è facile fare birre che il mercato chiede, pensate a come deve essere fare quelle che, il mercato, ha quasi dimenticato. Di Milk Chocolate Stout se ne vedono poche in giro, ma quella di Brewfist è un’elegante interpretazione e, oltre al valore di “salvataggio della specie”, gli attribuiamo quello della bontà.

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