1926-2026. Luigi Veronelli a cento anni dalla sua nascita
Attualità
di Pierluigi Gorgoni
25 giugno 2026
Il linguaggio, l’impegno, i sentimenti e l’eredità. Sull'ultimo numero di ViniPlus di Lombardia, abbiamo chiesto a una penna che si è sempre ispirata autenticamente a lui, Pierluigi G orgoni, un ricordo che fosse il più genuino e viscerale possibile.
Tratto da ViniPlus N° 30 - Maggio 2026
“Mourir pour des idées, l'idée est excellente. Moi, j'ai failli mourir de ne l'avoir pas eue”. Georges Brassens
“Sogno ciò che sognavo. E lo sognerò fino a viverlo ˮ diceva Luigi Veronelli parlando di giovani, di futuro, di evoluzioni possibili, di società. Mi approprio indebitamente di questa frase con cui il Seminario Permanente Luigi Veronelli introduceva una degustazione di vini amati da Veronelli a Verona, al Vinitaly, qualche anno fa. Non so proprio fare di meglio. Dopo aver tentato più e più possibili introduzioni “mieˮ, ho ceduto. Avevo immaginato di mettere in fila i gesti di quella prima volta che ho incontrato Veronelli, ma mi sembrava poi troppo intima come esperienza. Ho anche maldestramente provato a raccontare l’ultima volta che ho dialogato con Veronelli, faccia a faccia e mano nelle sue mani. Ma riusciva autoreferenziale
Ho considerato un altro frangente: quando poco più di 20 anni fa Andrea Grignaffini dentro una bottega di vini e di musica mi dice con gli occhi lucidi “guarda che Gino sta proprio maleˮ (... scrivo mi dice anziché mi ha detto, e perdonatemi, perché davvero è come se fosse adesso). Mi è pure tornato alla mente il dialogo intrattenuto per tutta la durata di una cena con Gian Arturo Rota, cena milanese formale, di presentazione solenne, e pomposa quanto basta, di una nuova etichetta di spumante Trento Doc della casa Ferrari Lunelli. Tutta una cena noi due a parlare non di quel nuovo vino, tra l'altro eccellente, di Veronelli piuttosto, senza riuscire a nominarlo, senza che ci fosse bisogno di nominarlo, semplicemente dicendo “luiˮ in ogni passaggio, tanto sapendo benissimo chi.
Ci sono moltissimi motivi e tantissimi elementi a rendere unica la figura di Luigi Veronelli su più piani e più fronti. Un editore coraggioso, si sa. Un gigante dell’enogastronomia, certo. Un precursore. Un maestro. Un’anima libera e pura, sempre disposta a mettersi in moto per una nuova causa giusta, per un'altra sfida, un’invettiva. Soprattutto, però, e su questo vorrei dilungarmi, è stato uno scrittore formidabile, trascinante, anche ben oltre quello che gli venga riconosciuto, certamente tra i massimi che l’Italia possa vantare. Sboing! Mi sono bloccato qui. Il cursore che continua a lampeggiare per minuti dopo il punto (il punto dopo il “possa vantareˮ e anche adesso dopo questo dopo il punto). Nonostante l’encomio smisurato che vorrei palesare ho come la sensazione che non riesca a restituire l’enormità del talento di quest’uomo. Lo scarto. (Rammentate lo scarto). Ho pensato, quindi, di usare le parole di qualcun altro, non me ne vogliate, di uno bravo davvero. Ho conservato il pezzo de La Repubblica con cui Gianni Mura racconta Gino Veronelli il 30 novembre 2004, un giorno dopo la sua morte.
Inizia così: “Aveva detto: morirò a 103 anni, come la mia amica Giuseppina Perusini Antonini, la contessa del Picolit (un vino che oggi non esisterebbe, non se ne fosse occupato Sua Nasità, temporibus illis). Aveva anche indicato l’ultima bottiglia, per il 2029: un Porto Quinta do Resurressi 1926, fatto da una contadina anarchica. E sperava che gli trovassero un posto nel cimitero di Pradumbli, dove sono sepolti molti anarchici. Il cimitero è a Prato Carnico, ma sarà in quello di Bergamo che oggi tanta gente dirà addio, ma soprattutto grazie, a Luigi Veronelli, Gino per gli amici. Aveva 78 anni. Il fegato gli ha fatto perdere la scommessa del 2029. Era quasi cieco, gli dispiaceva dover rinunciare al piacere della lettura, e anche non riconoscere immediatamente i suoi nemici. Sembrava essersi ripreso da un intervento chirurgico. Guardo con profonda tristezza un cartoncino che lo annuncia stasera alla libreria Hoepli per presentare un libro sulla cucina meneghina, di cui aveva scritto la prefazione; è stato un grande, Veronelli, non solo per quello che riguarda il mangiare e il bere. Come avesse vissuto tante vite in una”.
“Come avesse vissuto tante vite in una”. Proprio così: Veronelli era un uomo molteplice, colto a dismisura, non c'era una branca qualsiasi del sapere su cui non potesse dissertare con piena coscienza e con una moltitudine di riferimenti. Poteva trastullarti per ore e ore raccontando di storia antica e moderna, di ogni corrente filosofica, di musica, di letteratura, di arte. Ad ogni livello. Poteva citare a memoria poesie e canzonette, con lo stesso disincanto, con la stessa partecipazione. Poteva infilzare dentro ciascun discorso un improvviso gesto d'amore o una invettiva fervida e inattesa e fulminante, oppure una polemica incalzante, un nuovo slogan per i muti. Poteva aprire in ogni curva del discorso una pausa riflessiva, una placida sospensione, un invito rabbioso alla sovversione. Poteva avvicinare giovani e anziani, industriali e contadini, con la stessa fermezza o la stessa tenerezza, offenderli oppure sollevarli. Ha dato voce a chi non ne aveva.
Ha dato slancio all'intero comparto agroalimentare e a volte mi vien da dire che senza di lui tutto questo non ci sarebbe stato mai. Scrittore politico. Scrittore civile. Scrittore che partiva dalla tavola per affrontare la vita e la terra, nel senso del pianeta. Scrittore che partiva da ogni appiglio per tornare alla tavola e al bicchiere. Formidabile. In grado di formulare un linguaggio nuovo ma continuamente, continuativamente, in credito con il passato, attingendo alla letteratura, dagli scrittori classici greci fino ai contemporanei. In bilico tra una prosa poetica e polemica, per un linguaggio corsaro e corsivo perché scriveva in maniera feroce ma con un tratto aulico e dotto, in un continuo intersecarsi dei diversi livelli di lettura. Figure retoriche, aforismi, citazioni, salti temporali e voli pindarici. Invenzioni. “Veronellismiˮ, vi dirò, dacché poi ognuno che l’abbia conosciuto e letto vi si sarà cimentato, nel tentativo di emularlo, di simularlo, di strimpellarlo. Ma lui scriveva cose così: “Il vino è il canto della terra verso il cielo. Ha i suoi tenori e i soprano, contadini – agricoltori se volete – e contadine che lavorano le vigne e ne vinificano le uve, con tutta la fatica, l’intelligenza e la passione che vigna e vino esigono”. E così: “Vini e cibi sono come noi, uomini e donne, amici miei: quasi mai monogami (anche questa, una malattia da cui si può guarire), si va ben oltre e con piacere oltre il privilegio. Resta il fatto che il vino va bevuto non solo in sé e per sé, onde averne gioia, anche per migliorare le capacità, il senso di libertàˮ.
Scriveva magnificamente pensieri unici, illuminanti, eversivi. Didascalici anche, tipo: “La gastronomia si rivolge allo spirito di chi mangia perché sia indotto a raccogliere ed esaltare le sensazioni del gusto. Essa è l’arte del gusto come la musica è l’arte dell’udito, come la pittura, scultura, architettura sono le arti della vista. Così essa ha i suoi artefici, i cuochi, ed i suoi critici, i buongustai, e come ogni arte richiede ai suoi seguaci qualità elettive e meditato studio. Il senso del gusto non è, per sé solo, sufficiente a creare il gastronomo; più che per ogni altra arte, solo educandolo si raggiungono piaceri non solo sensuali, ma riflessi nello spirito e capaci d’immaginazioni ideali e di godimento estetico”. E queste cose qui le scriveva ben prima che chiunque altro avesse pensato che si potesse scrivere così. Di cibo e di vino, poi. Scriveva così come Gianni Brera, suo compagno di tavola, dirimpettaio di scrivania al quotidiano Il Giorno, scriveva di sport. Scriveva l'immaginifico della terra come neanche Mario Soldati, più pragmatico, aveva saputo fare. Scriveva come nessun altro, coniando termini, nonsense ed espressioni che ripeterà spesso: grazziaddeo, sdrafanica, ant’anni, triccheballacche. Oppure: “Amico lettor mio, amica mia paritaria”. E ancora: “Abbraccio te e ciascuno che ami”, “Ragioni millanta che tutta la notte canta”. Fino a: “La Terra, la Terra, la Terra, la Terra, la Terra, la Terra, “(ripetuta all'infinito, o comunque allo sfinimento, come detto).
Poteva inchiodarti all'attenti con un fantomatico dialoghetto morale immaginario o con uno dei suoi “Uno dei miei racconti mai scrittiˮ (per poi affermare una qualche ipotesi narrativa che poteva essere quella della fragilità dei boccioli dei mandorli in primavera o indifferentemente quella delle inestimabili pisciate sulla neve alta). Sapeva, scrivendo e parlando, carezzare e graffiare con uguale credibilità e trasporto. Una scuola, questo è stato. Un’inarrivabile scuola di giornalismo e di lettere. Una scuola di vita e di impegno. Da insegnante ha scritto come scrivere (i vitigni con l'iniziale minuscola, i vini con la maiuscola; i nomi propri, le denominazioni, non declinatele plurali, “si scrive i Barolo, non i Baroliˮ, uguale attenzione quando si citino termini stranieri, mai al plurale: si dice le barrique, non le barriques; i cru, non i crus). Da maestro ha disposto i suoi precetti per i più giovani: camminate le vigne e raccontatele, “la nostra patria va percorsa in lungo e in largo, non a riscrittura e copia, bensì per far emergere le tante e tante intraprese, giovani giovanissime, pressocché tutte – e i loro prodotti – che sono in ogni luogo.ˮ E a tutto questo aggiungeva il talento assoluto dei sensi. Sempre Gianni Mura lo chiama – lo chiamava – “sua nasità” (altro fenomeno, Gianni Mura) perché alla sua arte letteraria e al suo sapere enciclopedico tocca aggiungere pure lo spropositato valore del Veronelli degustatore, del naso, del palato e del sentire in modo vasto, esteso, pluridimensionale.
E tutti i Veronelli, sono uno, unico, che di continuo attingono l’uno dall’altro, da una parte all'altra, coniando un linguaggio descrittivo, deduttivo e induttivo, di insuperata ricchezza, fertile, fecondo, gioioso spesso. Una verbosità che sfocia in lampi di genio. Una tessitura complessa che si rompe di fenditure di luce, che si ricama di nuovi sussulti, di nuove emozioni, di altri rimandi. Una infinità di minuzie dentro un calice di vino, in un piatto, un universo nuovo e creativo, traboccante di riferimenti sbocciava per lui e per i suoi lettori ad ogni nuovo assaggio. Prendeva il lettore per mano per portarlo nei suoi sogni, nelle sue visioni, mettendolo a sedere alla sua tavola per servire tutte le sue suggestioni e sedizioni. Con testi così: “Il vino – scrisse un anonimo – è un bellissimo fiore che non si sa quando cogliere”. La frase mi è tornata in mente all'assaggio di un antico Gavi. Ma è bene ch’io ti racconti. Le piogge avevano allagato la mia cantina…” etc etc. Con testi così: “Un fatto mi inquieta; in là, più in là. Se scrivo – qualsiasi cosa io scriva – non posso ascoltar musica. Devo spegnere. Di contro (quasi): se bevo col desiderio di possedere un vino – quanto meglio – fin dalla visione del colore, nasce in me, solo da me avvertita una musica”. Con testi, ancora, così: “Non so quali. So che la sua musica mi ha invaso a ogni assaggio di ogni singola annata del Romanée Conti e che mi sono umiliato, in me, di capire così bene, aggettivo per aggettivo, ciascuna delle qualità, e di non sapere, per ignoranza, quale fosse il preciso motivo di Johan Sebastian Bach che, in quel momento, l'accompagnavaˮ. Troppo avanti Veronelli. E lui già lo sapeva. Per cui non lesinava in compiacimenti: “Affermo con tranquilla conoscenza: nessun altro al mondo ha camminato tante vigne e diverse”. “Sono un combattente che non può e non deve dare segni di stanchezza e di resa. Gli avversari – ci sono sempre – amo guardarli dritti, negli occhi, così che credano io c’entri dentro e veda – illuminante – la loro meschineria, l’arretratezza, la cecità morale, le colpe”.
Questo è il Veronelli che dialoga con i centri sociali e i “disobbedienti”, è il Veronelli che arriva a Genova una settimana prima del G8, è il Veronelli che non è più disposto alla globalizzazione del gusto, alla omologazione culturale e colturale. Scrive quindi con una forza sfrenata cose come: “La lotta deve essere sì nelle città, ma altrettanto certo e più ancora nelle campagne. Contro ogni fraintendimento. È l’esigenza della qualità, soprattutto alimentare, che ci rende più forti e capaci di opporci alla massificazione ed alla protervia globalizzante ˮ. Scrive altri slogan intrisi di passione e partecipazione: “W l’agricoltura contadina. Abbasso l’industria, in primis quella “alimentare”. “Questo è il Veronelli padre spirituale, prima ancora che condottiero, che stabilisce un dialogo fitto fitto con i giovani, facendo nascere Terra e Libertà - Fiera dei Particolari al Leoncavallo di Milano e tutta una serie di eventi che oggi portano il nome di “La Terra Trema”. I suoi ultimi atti di amore sono per i giovani, per l'avvenire, lo ripeterà in continuazione, lo scriverà ostinatamente: “Io credo che voi ragazzi abbiate la possibilità reale di interrompere la corsa efferata verso la catastrofe, proprio con i gesti attenti ad una rispettosa e consapevole coltura della terra”.
Per quanto mi riguarda, a somma di tutto questo (e di molto altro), devo ribadire che Veronelli mi ha cambiato la vita. Sapere che infilare il naso nel vino poteva produrre musica mi ha cambiato la vita. C’era con lui da percorrere una strada che non avevo ancora considerato. Sapere che si poteva fare politica, in senso alto, civile, raccontando di vino, di terra, mi ha cambiato la vita. Ho percorso quella strada, la sto facendo, ancora. Pensando a Veronelli sempre. Dalla prima volta che l’ho letto ho sognato di poter essere dalla sua parte, come lui, con lui. Ogni volta che ci provo, davvero credetemi, ogni volta misuro lo scarto. Più che mai adesso. E questo è ciò che ho di più vero nell'istante qui. ◆
