Il valore di Sottozone, Unità Geografiche Aggiuntive e Vigne
Diritto diVino
di Paola Marcone
21 luglio 2026
L’introduzione di dettagli geografici consente di esaltare ancor di più il legame tra vino e territorio. Ripercorriamo la storia con uno sguardo a quello che sta succedendo in Lombardia
Tratto da ViniPlus N° 30 - Maggio 2026
Il vino è un prodotto agricolo che ha nell’elemento territoriale una radice indissolubile. Evidenziarla in modo sempre più dettagliato offre ai produttori la possibilità di raccontare appieno l’intima connessione tra il loro lavoro e le vigne che curano mentre per i consumatori il focus sul particolare evoca un senso di eccellenza, garantita dall’irripetibile unicità di un determinato luogo e dai suoi saperi. La valorizzazione del dettaglio geografico è anche, ormai, la direzione consolidata alla base degli strumenti politici e normativi europei e la DOP economy assume oggi un decisivo ruolo propulsivo puntando sulla esclusività identitaria. L’Italia ovviamente procede nella medesima direzione e diverse denominazioni hanno iniziato a modificare i disciplinari nel senso di esaltare la reputazione territoriale. Anche in Lombardia qualcosa si muove.
Uno sguardo di insieme
Sono esattamente 310 gli anni dalla pubblicazione dei Bandi con cui Cosimo III de’ Medici ha codificato quello che ancora oggi è sostanzialmente il modello normativo di tutela del vino italiano, ancorato alla valenza qualitativa espressa da determinati areali di produzione. Con l’istituzione della Congregazione, che vigilava sul commercio del vino in dichiarato senso protezionistico, è stato creato un organismo assimilabile a un attuale Consorzio di tutela mentre con la delimitazione di Chianti, Pomino, Valdarno di Sopra e Carmignano come territori vocati a produrre vini di alta qualità, longevi e capaci di sfidare le insidie del trasporto, si è anticipata la tecnica normativa della stesura dei disciplinari di produzione. Dal 1600 in avanti anche in Francia sono stati progressivamente elaborati gli impianti normativi di quelle denominazioni di origine che rappresentano da sempre indiscussi paradigmi di eccellenza. Borgogna, Champagne e Bordeaux vengono infatti espressamente regolamentate sul presupposto che la valorizzazione dell’origine incida indissolubilmente sulla qualità del prodotto e che il dettaglio geografico apporti indiscutibile rinomanza. Nel corso del tempo l’evoluzione normativa non si è sviluppata, però, in maniera omogenea in tutta Europa: se Francia, Italia e Spagna adottano normative che riservano tutela ai vini proprio in considerazione della loro specifica origine, paesi come la Germania identificano la qualità dei vini in rapporto alla maturazione delle uve, sul principio che in climi freddi le zone più qualitative sono quelle dove lo sviluppo delle uve è più riuscito. Sarà poi la VDP, l’associazione dei maggiori produttori tedeschi, a creare una propria classificazione esaltando all’interno degli areali delimitati per legge quelle che sono le peculiarità qualitative delle singole parcelle. Ad ogni buon conto solo nel 2008 il Legislatore europeo ha messo mano in maniera omogenea alla normativa sulle denominazioni d’origine, offrendo tutela ai vini secondo lo schema delle DOP e IGP già adottato più di un decennio prima per gli altri prodotti agroalimentari, ma lasciando ai produttori la facoltà di mantenere le proprie menzioni specifiche tradizionali (DOCG, DOC e IGT per l’Italia).
“Il concetto di vino di qualità nella Comunità si fonda tra l’altro sulle specifiche caratteristiche attribuibili all’origine geografica del vino. I consumatori possono individuare tali vini grazie alle denominazioni di origine protette e alle indicazioni geografiche 82 protette (…)”, così si legge nel Regolamento CE 479/2008 e oggi quel legame qualificante è affinato al punto tale da essere vero e proprio strumento politico di sviluppo rurale, come provato dall’ultimo Regolamento UE 2024/1143, che per la prima volta regolamenta in modo integrato cibo, vino e bevande spiritose, introducendo principi di sostenibilità, formazione, turismo e tutela digitale.
Le indicazioni geografiche infatti “generano valore economico, salvaguardano paesaggi e saperi, rafforzano coesione sociale e identità dei territori” è stato sottolineato nel Libro Verde sul futuro delle Indicazioni Geografiche, presentato nel 2025, e proprio in quest’ottica per il 2027 è stato annunciato dal Commissario UE all’Agricoltura l’Action Plan sulle Indicazioni Geografiche: una serie di misure e investimenti a valorizzazione di un comparto stimato in 80 miliardi di euro e rappresentativo di circa il 16% dell’export totale dell’agroalimentare dell’Unione Europea.
Il dettaglio geografico
Nell’odierna architettura normativa che interessa tutta Europa, le Indicazioni Geografiche tutelano prodotti che per qualità e reputazione sono indissolubilmente legati al territorio d’origine: alimenti e vini DOP svolgono l’intera filiera nell’area delimitata; alimenti e vini IGP possono limitarsi a una fase sostanziale del processo o prevedere che una parte significativa delle materie prime abbia origine nell’areale. I singoli Stati membri possono poi individuare zone più ristrette all’interno delle aree di produzione secondo una disciplina interna. In Italia sono state regolamentate le Sottozone, le Unità Geografiche Aggiuntive (già Menzioni Geografiche Aggiuntive) e la menzione “Vigna”. Questo però solo ad ulteriore dettaglio delle menzioni specifiche tradizionali DOCG e DOC, perché il Legislatore italiano ha escluso le IGT dalla possibilità di maggior definizione territoriale. In ogni caso Sottozone, Unità Geografiche Aggiuntive e “Vigna” necessitano di espressa previsione nel disciplinare di produzione, in cui, nei primi due casi, si deve anche allegare l’elenco delle aree più ristrette individuate, mentre nel caso di “Vigna” l’elenco è tenuto e aggiornato annualmente dalle Regioni.
Le Sottozone inoltre devono anche essere regolamentate in modo più rigido dal disciplinare stesso, mentre le Unità Geografiche Aggiuntive e la menzione “Vigna” prescindono da tale aspetto, fermo che i vini devono essere ottenuti dalla superficie vitata che corrisponde all’area geografica di riferimento, devono essere vinificati separatamente e rivendicati appositamente nella denuncia annuale di produzione delle uve. Se queste sono le specifiche del dettato normativo, il tecnicismo non deve però far concludere per l’inutilità di spingere eccessivamente sul dettaglio geografico, quasi fosse un elemento interessante esclusivamente per gli addetti ai lavori. Non solo infatti il valore delle DOP è un riconosciuto traino economico, ma l’anima che lega vino e territorio è un prisma ricco di sfaccettature. Il termine “terroir” ne è l’emblema e l’OIV dal 2010 ne offre questa definizione: “Il ‘terroir’ vitivinicolo è un concetto che si riferisce a uno spazio nel quale si sviluppa una cultura collettiva delle interazioni tra un ambiente fisico e biologico identificabile, e le pratiche vitivinicole che vi sono applicate, che conferiscono caratteristiche distintive ai prodotti originari di questo spazio. Il ‘terroir’ include caratteristiche specifiche del suolo, della topografia, del clima, del paesaggio e della biodiversità”.
Uno spazio geografico quindi vivo, non limitato a espressione di mera tradizione ma “la cui diversità è essenziale nel contesto di standardizzazione e uniformizzazione generato dalla mondializzazione degli scambi”, per richiamare le parole usate dall’UNESCO nella Conferenza di Parigi 2005. Laddove tutto rischia di omogeneizzarsi, l’unicità è la contromisura, a meno che non si voglia regredire al linguaggio dei dazi, e ogni volta che un territorio ha investito sulle proprie eccellenze le ricadute economiche, in termini di scambi commerciali, di turismo, di indotto, di reputazione e di attrattiva, sono sempre decollate. Due esempi per tutti: Barolo, con le sue Menzioni Geografiche Aggiuntive, e Borgogna con i suoi Grand Cru. Questi territori hanno elevato i livelli qualitativi non solo dei vini prodotti nello specifico dettaglio geografico ma dell’intera denominazione.
Del resto, come ben descritto da Zeffiro Ciuffoletti, emerito dell’Accademia dei Georgofili, “I nomi in generale sono spie identitarie. Così è per i nomi dei vini e ancora di più quando i nomi dei vini sono legati ai territori. Le denominazioni allora diventano fotografie dei paesaggi, interpretazioni ed espressioni di storie, ma persino di ricordi, di desideri, di profumi. Evocano qualcosa che appartiene al reale e nello stesso tempo al Delle 26 DOP vitivinicole lombarde, solo Valtellina Superiore DOCG ha le storiche 5 Sottozone, mentre Riviera del Garda Classico DOC ha la Valtènesi, già autonoma DOC 83 virtuale, qualcosa di costruito sui nostri desideri, come i nomi che si danno ai nostri figli”.
Cosa sta succedendo in Lombardia
Con 75 DOP e IGP (34 agroalimentari e 41 vitivinicole) la Lombardia racconta al mondo la qualità del proprio territorio con prodotti che valgono 2,9 miliardi di euro, terzo posto dopo Veneto ed Emilia-Romagna; la filiera dei formaggi incide per il 70% e quella del vino per il 17%. Tra le 26 DOP vitivinicole però non tutte hanno scelto di dettagliare ulteriormente l’areale di produzione utilizzando gli strumenti normativi della Sottozona, delle Unità Geografiche Aggiuntive e della menzione “Vigna”. Attualmente solo Valtellina Superiore DOCG ha le storiche 5 Sottozone (Maroggia, Grumello, Sassella, Inferno e Valgella), così come Riviera del Garda classico DOC ha inserito la Sottozona Valténesi, prima autonoma DOC. Nel 2025 poi risultano elencati in Regione come “Vigna” circa 560 toponimi, divisi tra 17 DOP, la maggior parte in Oltrepò. Le ultime novità riguardano proprio le richieste del Consorzio di Tutela Vini dell’Oltrepò Pavese e del Consorzio di Tutela dei Vini di Valtellina che hanno ottenuto il riconoscimento rispettivamente di Vigna Butàs (o Bottazzo) e Vigna Campo del Monte tra quelle della Bonarda dell’Oltrepò Pavese DOC e Aii e Ase (o Asee) tra quelle del Valtellina Superiore Sassella DOCG. Il disciplinare della DOCG pavese dedicata al metodo classico poi, è stato recentemente modificato, con iter di prossima formale conclusione, introducendo 4 Unità Geografiche Aggiuntive (Valle Staffora, Valle Coppa, Valle Scuropasso e Valle Versa). È l’unico caso di UGA lombarde. È questa quindi al momento la fotografia degli strumenti normativi di dettaglio geografico presenti nelle DOP regionali, a cui deve aggiungersi la “Carta dei Vigneti e delle Zone della Franciacorta” che il Consorzio ha presentato nel 2024 come frutto di un significativo studio del Catasto napoleonico che ha portato a identificare 134 zone nella denominazione, omogenee per elementi storici, matrice geologica, tradizione e valenza paesaggistica. Pur non essendo Unità Geografiche Aggiuntive in senso tecnico e non comportando modifiche nel disciplinare, il lavoro rappresenta comunque la chiara volontà dei produttori franciacortini di approfondire a tutto tondo la cultura territoriale dell’areale, con lo scopo di farne conoscere in modo analitico le distintive peculiarità. Anche le iniziative dei Consorzi ideate per promuovere l’enoturismo DOP secondo le strategie messe in campo dalla nuova normativa sulle Indicazioni Geografiche dimostrano l’intenzione di cogliere l’occasione per un ripensamento degli areali.
“ViVa, Vini di Valtellina” è una rassegna con un’integrato contenuto di approfondimenti tecnici, esperienze sensoriali e valorizzazione dei terrazzamenti; la “Casa del Vino Valtènesi” è uno spazio istituzionale del Consorzio interamente dedicato alle produzioni territoriali del Garda, con un programma di eventi che coinvolgono sia la Sottozona Valtènesi che l’intera Riviera del Garda Classico DOC e l’areale San Martino della Battaglia DOC. Si tratta di esempi di come i più recenti provvedimenti normativi abbiano affidato ai Consorzi di tutela e dunque ai produttori il ruolo sempre più autorevole di sostanziale auto governo della denominazione. In tale contesto un utilizzo più incisivo degli strumenti di dettaglio geografico offerti dalla normativa potrebbe costituire un ulteriore mezzo di valorizzazione della cultura territoriale. Il dibattito è aperto: la Valtellina sta rivalutando gli spazi da ricomprendere nelle Sottozone in termini di estensione; tra i produttori di Lugana, che esprimono un valore economico di 73 milioni di euro nella denominazione interregionale lombardo-veneta, si inizia a ipotizzare la diversificazione in Sottozone; a livello istituzionale ci si interroga sull’opportunità di istituire la Lombardia DOP per supportare la produzione in modo coerente, utilizzando il gancio evocativo del nome geografico sulla scia di quanto fatto da altre regioni, prima tra tutte la Toscana, che espone addirittura una IGT. Si tratta in verità di una fase ancora embrionale. Per quanto stia maturando sempre più la consapevolezza del potenziale di sviluppo che la regione offre, serve infatti un lavoro di approfondimento davvero molto incisivo che riesca a restituire ai luoghi identità di reale spessore senza limitarsi a descriverli in termini di generica tradizione. La Lombardia le carte in mano per giocare la propria partita le ha. Sarà il tempo a rivelare se la sfida sarà vinta. ◆

