I vigneti del Nuovo Mondo tra presente e storia

I vigneti del Nuovo Mondo tra presente e storia

Mondo Vino
di Ilaria Ranucci
31 luglio 2026

Motivi anagrafici da una parte e culto del vitigno dall'altra hanno spesso messo in secondo piano il ruolo e l'importanza della vigna. Ma qualcosa sta cambiando. Ecco sette single vineyard da ricordare

Tratto da ViniPlus N° 30 - Maggio 2026

Il passare del tempo consolida o distrugge la fama anche dei vigneti. In questo senso ci sono zone del “Vecchio Mondo” del vino che sono inarrivabili per la storicità di alcune vigne. Pensiamo ad esempio a Clos de Beze, risalente al VI secolo dopo Cristo, o alla vigna talmente buona che il Principe di Conti, della casata dei Borbone, dopo averla acquistata nel 1760, decise di tenerla per il suo consumo personale. La storia dimentica o consolida anche nel mondo del vino, al punto che vigneti un tempo celebri sono scomparsi, e altri sono assurti a leggenda. Nel “Nuovo Mondo”, però, siamo ancora ben lontani da questi livelli per almeno due motivi. Il primo è evidentemente anagrafico: troviamo realtà o abbastanza recenti oppure votate da relativamente poco al vino di qualità. In alcuni casi, come nel Sud Africa, gli eventi politici hanno raso al suolo il settore vitivinicolo, oppure, come negli Stati Uniti, ci ha pensato il proibizionismo. Poi c’è stato un faticoso percorso, che non è passato subito dalla ricerca dell’eccellenza. Non a caso parliamo di “Nuovo Mondo” del vino. Il secondo motivo è più filosofico ed è pertinente allo speciale di questo numero, che mette al centro il vigneto. In assenza di storie di terroir importanti da narrare e in presenza di consumatori alla ricerca di un linguaggio semplice, la cifra narrativa adottata dai produttori di queste regioni è stata da subito improntata al concetto di prevalenza del vitigno sul terroir. Anche per un approccio diverso alla vigna: con tanto spazio e il supporto della scienza si può identificare e piantare ex novo nelle condizioni migliori. Quindi la vigna non è più il fulcro di tutto, ma una variabile come tante altre. Almeno in teoria. Perché anche nel “Nuovo Mondo” il terroir si sta prendendo la scena, almeno questo è l’ultimo trend e per questo ha senso approfondire questo tema sia pure nelle difficoltà, partendo da alcuni vigneti che, in base a quanto mostrato sinora, possono aspirare alla memorabilità. Tra qualche secolo lo sapremo!

Clicca sull'immagine per scaricare il PDF dell'articolo

KALIMNA
Il gioiello della corona di Penfold’s

Tutti conoscono Pendfold’s Grange, ma quanti hanno sentito parlare di Kalimna? Eppure questo vigneto è da sempre un contributore importante dell’assemblaggio alla base del famosissimo syrah/shiraz australiano. Kalimna comprende 137 ettari vitati, su suoli abbastanza diversificati, e si trova nel nord della Barossa Valley. Penfold’s l’ha acquistata nel 1945 e vi ha tratto alcuni dei suoi vini più celebri. A partire appunto dal Grange, ma non solo: originariamente il Penfold’s Bin 28, che oggi è multiparcellare, proveniva esclusivamente da essa; e la parcella 3C è la fonte del Bin 170. Le uve sono anche usate in altri vini della serie Special Bin. Penfold’s ricorda spesso l’uso anche parziale di uve da questo vigneto, proprio in quanto riconosciuto per la sua qualità. Fiore all’occhiello di Kalimna è il Block 42, che è considerata la parcella di cabernet sauvignon più antica continuativamente in produzione. Le sue viti centenarie sono state piantate nel 1880, e sono oggi in difficoltà per l’età avanzatissima e lo stress degli ultimi anni. Il Kalimna 42 è stato imbottigliato e commercializzato come monoparcellare solo rarissimamente, ultime annate 1996 e 2004, a tutti gli effetti un vino unicorno.

TO KALON
La bellezza contesa

Nasce nel 1868, a opera di H.W. Crabb questo vigneto dal nome poetico: To Kalon in greco significa “il bello”. Già con il fondatore ottenne premi importanti, diventando il vigneto probabilmente più celebre della Napa Valley. Cresciuto di dimensione nel tempo, oggi è una vigna molto grande, 274 ettari, che si trova nella parte occidentale di Oakville, ai piedi dei monti Mayacama, nella Napa Valley. Storicamente era piantato con molti diversi vitigni, e tuttora oltre al cabernet cauvignon, che ne ricopre l’80%, vi si trovano in percentuali significative cabernet franc e sauvignon blanc, oltre ad altri vitigni minori. Il terreno è alluvionale, formato da un misto di limo, sabbia e ghiaia, e si distingue per la capacità di dare vini di grande equilibrio anche in annate difficili. È indissolubilmente legato al nome di Robert Mondavi, che aveva promosso l’acquisto da parte della famiglia di una quota rilevante di To Kalon nel 1958, e che, dopo la separazione dai familiari, aveva continuato ad acquistarne parti, e ne aveva registrato il nome, fino a una causa legale celebre per l’utilizzo del nome del vigneto in etichetta nei primi anni 2000, che ha portato a diversificare il numero dei produttori riconosciuti. Oggi il principale proprietario è Constellation, che nel 2004 ha acquistato Robert Mondavi, seguito da altri nomi di pregio come Andy Beckstoffer e, nientemeno che, Opus One.

HILL OF GRACE
Piccolo tesoro della Eden Valley

Abbiamo già avuto modo di parlare del vino omonimo che si trae da questo vigneto di pochi ettari. Hill of Grace non può non trovare spazio in una lista dei vini più leggendari del Nuovo Mondo. Stessa cosa si deve necessariamente dire del vigneto dello stesso nome. Particolare già considerando che, in un contesto di focus sui vitigni e grandi vigneti, si tratti di una vigna di modesta entità, il cui sirah/ shiraz era commercializzato come monoparcellare già dal 1958, molto prima che diventasse di moda. E che vigna: piantata a 400 metri di altitudine, su suoli alluvionali, le sue viti più antiche sono prefillosseriche e a piede franco, e le più vecchie risalgono al 1862. La metà della vigna, 4 ettari, è piantata appunto a syrah/shiraz ed è quella da cui, solo dalle viti più vecchie, è tratto l’omonimo vino. Altri 4 ettari sono piantati a riesling, mataro e semillon. Questi ultimi due commerciati anche come monovitigno, rispettivamante dal 2008 e dal 2012. Hill of Grace affascina anche per la sua storia, legata a una delle famiglie del vino più antiche e rinomate dell’Australia. La famiglia Henscke, oggi arrivata alla sesta generazione, l’ha acquistata nel 1891, dopo essere emigrata in Australia dalla Silesia, regione di Gnadenberg (nome che si traduce in Hill of Grace, la collina della Grazia), dopo lutti e peripezie.

EVENSTAD
Omaggio ai pionieri dell’Oregon

Si tratta di uno dei sette vigneti di Domaine Serene ed è quello che prende il nome di Grace e Ken Evenstad, che hanno fondato il Domaine nel 1989 in Oregon promuovendo uno stile volutamente borgognone. Oggi, coerentemente con la loro passione per la Borgogna, possiedono anche vigne in questa magica regione della Francia. Con Domaine Serene hanno creato un produttore di assoluto riferimento nell’Oregon, celebre per essere entrato nella top 3 di Wine Spectator con due diversi vini, da pinot nero e da chardonnay. Il vigneto Evenstad è un appezzamento di 34 ettari vitati che si trova tra 158 e 251 metri di altitudine nel cuore delle Dundee Hills, nella Willamette Valley. La vigna è esposta a est e con il suolo tipico della parte più celebre dell’Oregon vitivinicolo, il suolo di Jory, di origine vulcanica e ricco di ferro, che ne determina il colore rossiccio. In questo caso è più profondo che nel resto della Dundee Hills AVA. All’interno di una realtà recente come l’Oregon è difficile individuare le vigne a maggiore potenziale, dato che spesso sono tuttora di proprietà di chi le ha piantate, ed è quindi difficile distinguere l’anima della vigna dalla mano del produttore. Evenstad Vineyard è comunque riconosciuta tra quelle di maggiore qualità per il pinot nero, come anche Maresh, South Block di Eyrie Vineyard, Shea Vineyard, Beaux Frères, Maysara.

BEDROCK
La magia degli zinfandel da viti centenarie

La California del vino non è certo diventata famosa grazie allo zinfandel, considerato per anni il vitigno più umile e ricondotto storicamente alle famiglie di immigrati, italiani e croati. Eppure, il patrimonio ampelografico dello Stato vede nelle vigne storiche di zinfandel uno dei suoi punti di forza. E lo “zin”, come è affettuosamente chiamato, vanta oggi molti estimatori, promotori non solo del vino, ma anche di un numero non esiguo di affascinanti vigne centenarie. Sopravvissute alle mode e oggi considerate la spina dorsale di alcuni degli zinfandel più premiati, capaci di invecchiare anche venti anni. Coerentemente con una tradizione che vede un ruolo centrale della commercializzazione di uve, in molti casi queste vigne non sono utilizzate da un’unica cantina, ma le loro uve vengono vendute con contratti di durata storica a diversi produttori. Abbiamo scelto per raccontare la affascinante storia dei vecchi zin Bedrock, vigna di 61 ettari nella Sonoma Valley, ancora popolata delle viti piantate nel 1888 dal senatore George Hearst, le cui uve sono oggi utilizzate da Bedrock Wine Co. come base del suo Heritage Blend, e che nel tempo sono state usate da produttori significativi come Ravenswood e Ridge Vineyards.

KUMEU RIVER MATE’S VINEYARD
Neozelandese con il cuore in Borgogna

Anche nel Nuovo Mondo del vino la Nuova Zelanda è uno dei Paesi più difficili da decifrare per quanto riguarda la qualità delle singole vigne. Infatti, ha costruito tutta la sua storia di successo intorno ai vitigni e molto spesso la scelta del terroir è stata figlia di una scientifica ricerca delle condizioni più adatte al vitigno di riferimento. In quest’ottica anche commercialmente la vigna è di rado indicata in etichetta, perché meno spendibile sul mercato rispetto al vitigno. Ciononostante, anche qui la ricerca di piccole produzioni di forte espressione territoriale fa capolino, purtroppo senza arrivare dalle nostre parti, dato che è già difficile trovare una ragionevole varietà di vini neozelandesi, senza spingersi a cercare quelli più di nicchia. A simboleggiare questa categoria, decisamente emergente e degna di attenzione, abbiamo scelto una delle espressioni più famose e precisamente il Mate’s Vineyard, di proprietà di Kumeu River, produttore storico per il Paese, creato da una famiglia di origine croata negli anni ’30 del secolo scorso e rinominato e rilanciato negli anni ’80, con chiaro focus sulla produzione di chardonnay di impronta borgognona. Da sempre Kumeu River ha focus sui singoli vigneti, tra cui appunto Mate’s Vineyard, il più vecchio e conosciuto.

CLOS APALTA
Il terroir cileno incontra il savoir faire francese

Clos Apalta è un chiaro esempio di come il focus sul vigneto nel Nuovo Mondo sia spesso frutto di un DNA. E infatti questo vigneto di 60 ettari, nella zona di Colchagua in Cile, è stato riscoperto nel 1994 da una coppia francese, Alexandra Marnier Lapostolle, della celebre famiglia di distillatori, e il marito Cyril de Bournet. Una notevole scoperta perché comprende una parte di 40 ettari le cui viti hanno un’età media di 80 anni e le più vecchie, importate dalla Francia, risalgono al periodo tra il 1915 e il 1920. Si tratta di un anfiteatro naturale esposto a sud-est, con suoli granitici, l’influenza del fiume Tinuiririva e la protezione da parte della precordillera andina. Una storia che è un perfetto compendio tra Vecchio e Nuovo Mondo. Il nuovo rappresentato dalla sistematica ricerca, su solide basi tecniche, di terroir interessanti, fatto da chi aveva le risorse ma anche la creatività e lo spirito imprenditoriale per intraprendere questo tipo di avventura. Il vecchio è appunto nella passione per la valorizzazione del terroir stesso, che, in un contesto certamente meno propenso di oggi al racconto del terroir come punto di riferimento nei vini di determinati Paesi, è stato da subito proposto come il tema narrativo principale per il vino, il pluripremiato Clos Apalta.